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Osservare il Tuffatore per l’eternità

30 Luglio 2020
È il simbolo di Paestum e, dalla scoperta nel 1968, ha suscitato infinite teorie e fantasie. Ora è Luigi Spina a raccontare la Tomba del Tuffatore

Serviva Jep Gambardella, il protagonista del film La grande Bellezza di Paolo Sorrentino (2013). Serviva quell’immagine di Jep disteso sul letto, lo sguardo fisso al soffitto bianco, che dice di guardare il mare. Forse chi non ha passato tanto tempo immobile a letto, incapace di fare alcunché, non può capire del tutto. Ma quel soffitto bianco, quell’unica visione che si ha per tutte le ore del giorno, assume contorni e immagini infiniti: vi proiettiamo, quasi fossimo al cinema, tutte le fantasie della nostra mente.

Un’idea verosimile

Il defunto sepolto nella cosiddetta Tomba del Tuffatore di Paestum, aveva bisogno di un’immagine da ammirare per l’eternità. Lui, supino, doveva potersi guardare nel momento di gloria più bello, quando eseguiva tuffi come nessun altro. Ma anche nel momento decisivo, quando fece quel tuffo fatale. Attorno a sé aveva gli amici di sempre, ritratti in un momento di gioia collettiva. Quel simposio però non sarebbe bastato. Serviva altro. Serviva quell’immagine al soffitto per dare un senso al tutto.

È un’idea bella, così bella che pare quasi vera. Tutto il racconto sul Tuffatore del grecista Luigi Spina è verosimile. E più egli si adopera per svelare l’artificio, più viaggia nel tempo accostando pensieri e immagini in modo improbabile, più la verosimiglianza si fa stringente. Forse proprio perché è storia costruita facendo leva sul nostro immaginario e sulle nostre visioni del passato. È insomma una storia nostra, anche se narra la vita nella Poseidonia greca e una possibile vicenda sul Tuffatore e i suoi. Però della Poseidonia greca ci dice parecchio.

Aedo d’oggi

È un divertissement, e sicuramente Spina si è divertito molto a scriverlo. Pare quasi di vederlo, mentre da aedo moderno narra la sua storia a un uditorio immaginario, felice di solleticarlo con le citazioni e le idee più disparate. E l’uditorio ascolta incantato, facendo salti mortali con la mente per acciuffare o Saffo o Calvino o Callimaco o Murakami o il ragionamento filosofico più ardito.

Proprio per questo, forse non serviva neppure rivelare la finzione narrativa. Quella cornice contemporanea entro cui il racconto s’inserisce, appare pleonastica e quasi appesantisce una narrazione che peso non ha. Lieve proprio come quell’immagine del Tuffatore, sospesa nell’aere in eterno. L’immagine che ci ricorda come la nostra vita sia un “intervallo tra due nulla”, e il tuffo “l’unica realtà vivibile e vissuta, fra arrampicata e risalita”. Ma soprattutto “che ogni cosa passa, e che sta a noi farla rimanere eterna”.

Osservare il Tuffatore

Dopotutto, è proprio per questo che il Tuffatore è così moderno. Ci attira il suo fascino ambiguo, che spinge tutti noi a riflettere. Sulla vita, la morte, noi stessi. È quel che ha fatto Spina, rivolgendo un invito a tutti noi. Osserviamo dunque il Tuffatore, con calma. Meditiamo, indaghiamo nelle nostre menti. A ciascuno il suo.

 

Gigi Spina
Il segreto del Tuffatore. Vita e morte nell’antica Paestum
Liguori, 2020, pagine 72, euro 9,90

Autore

  • ​Tre passioni: il mondo antico, la scrittura, i viaggi. La curiosità e l’attrazione per ciò che è diverso perché lontano nello spazio, nel tempo o nel pensiero. La voglia di condividere con tanti le belle scoperte quotidiane. Condividerle attraverso la scrittura. Un solo mestiere possibile: la giornalista che racconta il passato del mondo. Scrive su temi di archeologia, comunicazione dei beni culturali, uso contemporaneo del passato, turismo culturale per i quotidiani La Repubblica e Il Sole 24 ore, e per diverse riviste italiane e straniere. Dirige il Magazine e il Journal di Archeostorie.

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