Aiace: una vita da gregario

7 Maggio 2020
Di Aiace si ricordano quasi solo la strage e il suicidio. Eppure fu più forte degli Achei a Troia. Però con lui tramonta il tempo degli eroi

Sì è vero, ho fatto una strage.

È per questo che mi evitate tutti? Che mi avete tenuto chiuso per due millenni e mezzo, prima in una tomba e poi in magazzino? Avete paura di me? Avete ancora paura di me?

No, tranquilli. L’Aiace di allora non c’è più, è morto con le pecore che ha ucciso, credendo che fossero uomini. È stata una follia momentanea, incontrollabile. Però non mi sono suicidato per quello, come dite voi. Non avete capito nulla.

Io ho capito solo col tempo. Devo ringraziare questo scultore etrusco che mi ha ritratto nell’istante prima della morte, mentre la spada sfiora il fianco ma non ha ancora penetrato le carni. L’istante in cui la tua vita ti scorre davanti in timelapse, e vedi e capisci tutto come mai prima.

Io da duemilacinquecento anni sto rivivendo quell’istante lì: un supermotion senza fine. Rivedo una vita da gregario, da eterno secondo che non ha mai fatto nulla di veramente suo. Neppure una donna mia sono riuscito ad avere. Tecmessa, certo: una schiava che ha imparato a volermi bene per necessità. Ma non ho mai visto gli occhi di una donna accendersi per me. Come avrei voluto provare quel brivido!

Eppure, da bambino mi sentivo predestinato: ero il numero uno! Un gigante già allora, il più forte. Sbaragliavo tutti in tutto. “Come Eracle!” mi dicevano i miei, senza timor d’irriverenza. Ma l’illusione è durata poco.

Perché poi è arrivato lui, il cugino. Lui, Achille. Più piccolo ma forte quasi quanto me, e bello da impazzire. Tutti avevano occhi solo per lui, e non più per me. Aveva quell’aura di nobiltà che io non ho mai avuto. Era un leader: decideva sempre lui a cosa giocare. E tutti seguivano solo lui.

Lui il codardo, però. Il cagasotto. Ha provato a sottrarsi alla guerra, fingendosi persino una donna. Eppure, tutti a cercarlo in ogni dove perché senza di lui non si partiva, finché non l’hanno trovato a Sciro. E poi, giunti a Troia, tutti a pregarlo di tornare a combattere quando ha voluto ritirarsi. Per protesta, diceva, contro l’ingiustizia di Agamennone che gli aveva sottratto la schiava. Ma per me rimaneva cagasotto e basta. Anche se, da parente, mi sono offerto di fare da paciere.

Ma ho saputo fare altro? Ho saputo approfittare della sua assenza per emergere? Nossignori. Ho combattuto come sempre, solo contro tanti. Ma quando è giunta la mia occasione vera, il duello con Ettore, l’ho mancata. Ero il più forte, era chiaro. Ma nella vita non basta essere superiori: bisogna vincere. E io ho pareggiato, e a fine giornata ho ceduto allo scambio delle armi. La spada del mio suicidio è quella che mi ha dato Ettore quel giorno: il simbolo del mio fallimento.

Fino ad allora, però, ero ancora il secondo dopo Achille, e il più forte assieme a lui. Mi ero quasi abituato all’idea. E alla sua morte, le sue armi dovevano essere mie. Mie per diritto. Chi ha tenuto i Troiani lontani dalle navi achee? Io, da solo! E chi poi, durante l’assalto alle navi, ha recuperato il cadavere di Patroclo per portarlo ad Achille? Sempre io!

Tutto questo però non valeva più. Avevamo combattuto per dieci anni più forti tra i forti, eppure non si vedeva la fine. Per vincere, serviva qualcosa di diverso. Ora l’ho capito. Allora no. Mi chiedevo perché proprio Odisseo, perché? Non era forte, non sapeva combattere… era solo furbo. Eh già, serviva la sua furbizia: cogliere di sorpresa i Troiani, spiazzarli. L’unica via per la vittoria.

Una vittoria senza onore… No, io non sarei mai entrato in quel cavallo di legno. E neppure mio cugino Achille. Non era il nostro mondo, quello del cavallo, delle astuzie e dei sotterfugi. Eravamo veri eroi, noi? Non so. Ma so che, con la nostra morte, il nostro mondo è tramontato ed è sorto quello di Odisseo.

Ha vinto lui, le armi di Achille le hanno date a lui. E io, ancora una volta, secondo. Con disonore. Messo in un angolo perché non servivo più. Così ho preso la decisione estrema: ho offerto il mio fianco alla spada, a quella spada, dopo aver conficcato l’elsa nel terreno.

No, la strage non c’entra. Tranquilli, vi potete avvicinare. Ho una voglia matta di parlare con qualcuno, ora che finalmente delle anime pie mi hanno tirato fuori dal magazzino, e mi hanno messo qui. Un bel posto davvero, mi ci trovo bene. Ma… quella cassa è per me? Mi state mettendo in una cassa di nuovo? In magazzino di nuovo?

Ancora in magazzino no! Vi prego, non fatemi questo affronto. Non mi merito di tornare tra polveri e silenzi. Anch’io desidero aria e luce e sorrisi. Lo ripeto: non dovete più aver paura di me. Ho fatto una strage, è vero. Ma in un altro mondo.

Aiace Populonia
Bronzetto di Aiace suicida in mostra al Museo etrusco di Populonia – Collezione Gasparri

Sfortunato Aiace, ma sfortunato anche il bronzetto etrusco che lo rappresenta. Fuso da un bravissimo artigiano nel V secolo a.C., è stato trovato nel 1908 all’interno della Tomba dei letti funebri nella necropoli di San Cerbone, sul golfo di Baratti (Livorno). Per alcuni decenni è stato in mostra al Museo topografico dell’Etruria a Firenze, ma dopo l’alluvione del 1966 è finito in magazzino.

Chiuso per decenni in magazzino, senza che nessuno lo potesse ammirare benché sia un piccolo capolavoro. Guardate solo che muscoli che ha, e che tartaruga addominale! Ma tutti i particolari sono curati in modo quasi maniacale: l’elmo splendido, la barba, i baffi. Rendono in pieno la potenza e la forza dell’eroe, e anche tutto il suo dramma, con quella spada pronta a trafiggerlo e il suo sguardo smarrito.

Suoi ‘liberatori’ attuali sono stati gli archeologi di PastExperience che, capitanati dall’infaticabile Carolina Megale, gestiscono tra l’altro il Museo etrusco di Populonia – Collezione Gasparri. Dall’estate 2019 Aiace è stato in mostra lì, ammirato da tutti. Con la fine dell’anno, però, deve tornare a quello che ora si chiama Museo archeologico nazionale di Firenze. Il direttore ha annunciato che non finirà affatto in magazzino ma sarà subito esposto al pubblico. Aiace sarà insomma finalmente libero. Noi ci contiamo!

Autore

  • Cinzia Dal Maso

    ​Tre passioni: il mondo antico, la scrittura, i viaggi. La curiosità e l’attrazione per ciò che è diverso perché lontano nello spazio, nel tempo o nel pensiero. La voglia di condividere con tanti le belle scoperte quotidiane. Condividerle attraverso la scrittura. Un solo mestiere possibile: la giornalista che racconta il passato del mondo. Scrive su temi di archeologia, comunicazione dei beni culturali, uso contemporaneo del passato, turismo culturale per i quotidiani La Repubblica e Il Sole 24 ore, e per diverse riviste italiane e straniere. Dirige il Magazine e il Journal di Archeostorie.

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3 Commenti

  1. Paola Comacchio

    Avvincente racconto per un eroe quasi dimenticato perché si è sempre scontrato con chi riusciva a surclassarlo. Speriamo almeno che il bellissimo bronzetto che ll ritrae negli ultimi istanti della sua vita possa, da ora in poi, essere maggiormente conosciuto e apprezzato. 9

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    • Marisa Fugazza

      Sempre interessanti e avvincenti gli articoli di Cinzia.. Parlano di vicende del passato ma sono un insegnamento per il presente. Spero che il bronzetto trovi il giusto spazio per essere conosciuto e apprezzato

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      • retro

        Grazie mille! E dobbiamo fare tutti pressione perché il bronzetto venga valorizzato a dovere

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