Come decolonizzare gli studi classici

1 Giugno 2022
Decolonizzare gli studi classici perché continuino a ispirare il mondo d’oggi. Un incontro alla Conferenza AIPH ha riflettuto su come fare

Il classico è classista

Negli Stati Uniti l’onda lunga dei movimenti #MeToo e Black Lives Matter ha colpito anche il mondo degli studi classici. D’improvviso tutti hanno colto quel filo rosso, intriso dell’auctoritas attribuita alla Grecia e a Roma antiche, che dai Padri fondatori porta dritto all’assalto a Capitol Hill del gennaio 2021: gli studi classici come garanti della cosiddetta ‘cultura occidentale’ e dei suoi privilegi, fondamento di ogni imperialismo, colonialismo, razzismo, misoginia. Una tipica top-down idea, dunque, al culmine di una rigida gerarchia culturale e sociale.

Si è perciò puntato il dito, oltre che sui movimenti alt-right e ogni forma di suprematismo bianco, anche sull’atteggiamento classista di molta accademia. Ed è risultato evidente che le aule dei dipartimenti di studi classici sono disertate non solo perché offrono agli studenti minori possibilità di impiego rispetto alle materie STEM, ma anche perché sono viste da molti come espressione di privilegi sociali.

Se ne parla da tempo ma, come sempre accade, serve una miccia per innescare un’esplosione vera. Oltreoceano c’è stata, in Europa no: ci siamo limitati a registrare con distacco quanto accadeva laggiù. Ma è proprio vero che “da noi è diverso” come dicono i più?

Un gruppo di storici antichisti è convinto che no, siamo tutti sulla stessa barca e dobbiamo trovare soluzioni comuni. Presto. Così è nato il panel che il gruppo ha presentato alla quarta conferenza nazionale dell’Associazione italiana di Public History (Venezia-Mestre 27-31 maggio 2022).

Bellomo Calvelli

Michele Bellomo e Lorenzo Calvelli, Cancellare o ripensare i classici? La prospettiva della storia antica

‘Da noi’ non è diverso

Perché anche da noi le civiltà antiche sono percepite come ‘radici’ forti alle quali l’occidente è ancorato, come auctoritates garanti di privilegi culturali e sociali. Specie agli occhi di chi proviene da culture diverse. Lo studio del mondo antico è visto come elitario, riservato a chi se lo può permettere. E come identitario: al sud per gli eredi dei Greci, al nord per gli eredi dei Celti, o altrove degli Etruschi o dei Sardi.

Amiamo dire che per noi è diverso rispetto all’America perché la Grecia e Roma sono effettivamente le nostre antenate; ma scordiamo che poi nei secoli abbiamo mescolato geni e idee con altri, come tutti nel mondo: nessun essere umano possiede vere radici. Diciamo poi che la nostra società è meno multietnica rispetto a quella americana e per questo meno problematica; ma basta guardare alla varietà degli alunni delle nostre scuole elementari per capire che è solo questione di tempo.

La relazione iniziale di Michele Bellomo (Università di Milano) e Lorenzo Calvelli (Università di Venezia), mirava proprio a sfatare il mito del ‘da noi è diverso’ e a far capire che anche noi dobbiamo decolonizzare gli studi classici e il nostro immaginario. Dobbiamo farlo per noi stessi, per aprire davvero gli occhi sul mondo, e per salvare la nostra storia antica dal possibile oblio. Perché va salvata.

Antolini Piccinini

Simona Antolini e Jessica Piccinini, Carlo Magno nella Val di Chienti

Gli antichi ci riguardano

La Grecia e Roma sono punti di riferimento imprescindibili per molti. Per le loro riflessioni su cosa significa essere umani, e per le istituzioni che hanno prodotto. Basti dire che chiunque viva in un regime democratico lo deve ad Atene, anche se le democrazie moderne non potrebbero essere più lontane dall’Atene del quinto secolo. Quindi la Grecia e Roma devono continuare a ispirare la contemporaneità.

Però dobbiamo riconoscere che col tempo sono state mitizzate e trasformate in radici inamovibili di una ‘cultura occidentale’ altrettanto mitica; ma anche in questo caso, i miti bisogna conoscerli a fondo per sfatarli, e sradicarli dalle loro velleitarie radici.

Bisogna, per esempio, indagare bene il meccanismo che, una trentina di anni fa, ha portato a identificare l’abbazia di San Claudio in Val di Chienti con la cappella del palazzo di Carlo Magno. Aquisgrana sarebbe quindi nelle Marche e non in Germania. E come hanno raccontato Simona Antolini e Jessica Piccinini (Università di Macerata), questa bella ‘novità’ che riscriverebbe la storia è apparsa su organi di stampa, trasmissioni televisive in prima serata, e persino nei libri di testo delle scuole. A nobili origini e ‘radici’ identitarie nessuno vuole rinunciare. E solo la ricerca vera del passato le può sfatare.

Ma il metodo della ricerca sul passato può servire anche a interpretare il presente. Silvia Orlandi (Sapienza Università di Roma) e Antonino Nastasi (Istituto d’Istruzione Superiore Gaetano De Sanctis) hanno raccontato quanto gli strumenti dell’epigrafia romana siano serviti a individuare casi subdoli di cancellazione dalle iscrizioni fasciste del nome di Mussolini e della citazione degli anni dell’era fascista. Perché se tutti sanno riconoscere le evidenti cancellazioni tout court, solo l’epigrafista sa identificare quei testi che sono stati invece riscritti. Perché, ricordiamolo, la damnatio memoriae riguarda anche la nostra storia repubblicana.

Orlandi Nastasi

Silvia Orlandi e Antonino Nastasi, L’epigrafia del ‘900 tra damnatio memoriae e restauro filologico

Decolonizzare gli studi classici

Che fare dunque oggi per decolonizzare gli studi classici? Come far sì che diventino bene comune globale a cui tutti possono attingere, e non patrimonio elitario del solo ‘occidente’?

Le proposte di Bellomo e Calvelli si sono intrecciate con quelle già in atto in alcune università statunitensi che Sarah Bond (Università dell’Iowa) ha raccontato a me in un’intervista registrata. Bond è tra gli studiosi statunitensi più impegnati nella decolonizzazione degli studi classici. Da tempo si adopera per liberarli dalla loro auctoritas e dalla pericolosa retorica di ‘radici della civiltà occidentale’. E racconta al grande pubblico il mondo antico in tutte le sue sfaccettature, plurali e contraddittorie, oltre ogni stereotipo. Per questo abbiamo fortemente voluto la sua voce.

Bond ha fatto una doverosa premessa: solo le grandi università hanno i fondi e il potere di ripensare le loro proposte didattiche alla luce delle mutate esigenze. In quelle piccole, dove da tempo tali dipartimenti erano considerati non più economicamente sostenibili, le ulteriori motivazioni di carattere sociale, ideologico e politico, hanno fornito un potente assist per la chiusura definitiva.

Tra le grandi, invece, c’è chi ha cambiato nome dei dipartimenti da ‘Classics’ in ‘Civiltà della Grecia e Roma’ o simili, riconoscendo così che ogni cultura ha i propri classici, e la Grecia e Roma non sono i classici per antonomasia per tutti. C’è chi offre più corsi in traduzione per far sì che più studenti possano avvicinarsi alle civiltà antiche.

Una prospettiva globale

Ma c’è soprattutto chi comincia a ragionare in prospettiva comparativa e globale, inserendo il Mediterraneo antico tra le grandi civiltà antiche al pari, per esempio, di quella indiana o cinese. Perché una antichità globale può aiutarci oggi a essere più cosmopoliti e a combattere i nazionalismi. A questo proposito Bellomo e Calvelli hanno citato il fortunato esperimento dello Yale-NUS College di Singapore che adotta per l’appunto una prospettiva globale, interculturale e interdisciplinare.

Servono però anche sguardi molteplici sul nostro passato. Finora la Grecia e Roma sono state analizzate prevalentemente da ‘occidentali’. Perché non avere più studiosi provenienti da altre culture, dall’Africa come dall’America Latina o dall’Asia? Bisogna però stimolare il loro interesse e agevolare le loro carriere anche con borse di studio dedicate, cosa che grandi università stanno cominciando a fare.

E pensare che fino a ieri a una persona non bianca in un consesso di classicisti capitava spesso di venire apostrofata con “che ci fai tu qui? non è per te, non ti appartiene”. Ci auguriamo che quei tempi e quegli atteggiamenti siano sempre più lontani: come ogni altro sapere al mondo, anche la storia Grecia e Roma è un bene comune globale, aperta a sguardi molteplici. Questa è la vera universalità da perseguire in ogni campo del sapere. Facendo in modo che sempre più persone al mondo abbiano le stesse opportunità.

Ma che fare se lo studio delle lingue antiche è sempre più limitato? Nei licei statunitensi non si insegnano quasi più; sopravvivono in quelle private e così sono sempre più riservate a un’élite. E se in Italia il liceo classico è pubblico, la percentuale di studenti stranieri è irrisoria, come hanno osservato Bellomo e Calvelli; anche a causa della “visione eurocentrica e cattolica” che presentano.

Eppure Bond l’ha detto: lei si è innamorata del latino al liceo. E osserva giustamente che se non cominci a studiare le lingue antiche da giovane, poi non lo fai più.

Dunque il nostro liceo classico sarebbe all’avanguardia, se sapesse insegnare le lingue e le civiltà antiche in modo meno settoriale, più coinvolgente e dinamico. E se si strutturasse per divenire appetibile a studenti di diversi ambiti culturali. Ci sono però diversi progetti allo studio. Dobbiamo fare in modo che si diffondano sempre più.

Autore

  • ​Tre passioni: il mondo antico, la scrittura, i viaggi. La curiosità e l’attrazione per ciò che è diverso perché lontano nello spazio, nel tempo o nel pensiero. La voglia di condividere con tanti le belle scoperte quotidiane. Condividerle attraverso la scrittura. Un solo mestiere possibile: la giornalista che racconta il passato del mondo. Scrive su temi di archeologia, comunicazione dei beni culturali, uso contemporaneo del passato, turismo culturale per i quotidiani La Repubblica e Il Sole 24 ore, e per diverse riviste italiane e straniere. Dirige il Magazine e il Journal di Archeostorie.

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