Acqua, Islam e arte a Torino. Intervista ad Alessandro Vanoli

Acqua, Islam e arte
Bacino, Iran – Afghanistan (Khorasan), ambito ghaznavide, seconda metà del XII sec., Lega di rame con decorazione incisa, Museo d’Arte Orientale - MUCIV

Goccia a goccia dal cielo cade la vita

Acqua, Islam e arte è una mostra straordinaria che propone un percorso artistico e culturale alla scoperta del rapporto estremamente profondo che intercorre tra le popolazioni islamiche e l’acqua, attraverso l’esposizione di manufatti di grande pregio e bellezza provenienti da numerosissime collezioni pubbliche e private da tutto il mondo. La si può ammirare fino al primo settembre prossimo al MAO, Museo d’arte orientale di Torino, che vanta una collezione davvero unica in Italia.

Il percorso della mostra parte dall’importanza pubblica dell’acqua, dalla sua valenza religiosa e civile, per giungere nell’intimità delle abitazioni (dei ceti abbienti, ovviamente) dove l’acqua impreziosisce il giardino privato. Sono proprio gli oggetti esposti a raccontare la storia dell’acqua, dalle brocche ai vasi cerimoniali, dai filtri alle bocche di fontana: tutti manufatti che hanno avuto un ruolo fondamentale nel suo utilizzo.

Grazie anche a installazioni audio e video evocative dello stillare delle gocce o dello scorrere di un ruscello, il visitatore viene trasportato in un mondo esotico ma allo stesso tempo famigliare, riscoprendone la preziosità troppe volte data per scontata.

Per meglio comprendere le ragioni e le scelte della mostra, abbiamo conversato con il suo curatore, nonché noto scrittore e divulgatore, Alessandro Vanoli.

Come è nata l’idea di affrontare il tema dell’acqua?

La mostra è nata grazie a una bocca di fontana a forma di pesce, che è esposta e che ho usato anche per raccontare una breve storia dell’acqua in un libro scritto insieme ad Amedeo Feniello, Il Mediterraneo in 20 oggetti (Laterza, 2018, euro 17). Mi piaceva molto l’idea di raccontare la storia di una cultura partendo dal basso: l’acqua non è importante solo per l’Islam, ma lì ha questo valore aggiunto dato da evidenti questioni climatiche, da un certo rapporto culturale e dalla religione.

Esclusa la possibilità di fare un discorso coerente di carattere geografico (l’Islam non è una realtà singolare ma plurale) ed esclusa anche la possibilità di puntare sulla diacronia (i tempi sono troppo dilatati e nessuno di quei tempi corrisponde nelle diverse aree), abbiamo scelto di fare un percorso di carattere tipologico giocando sul doppio registro della cultura, non solo religiosa, e della grande eredità di uno spazio geografico molto ampio che ha avuto sempre un certo tipo di approccio con l’acqua.

È una storia che, in realtà, potrebbe cominciare molto prima. Un punto che mi sarebbe piaciuto sviluppare è quello delle commistioni con la cultura occidentale, cosa che però avrebbe richiesto troppo spazio. In alcuni punti ho cercato di mostrare influenze di carattere prettamente artistico piuttosto che strutturale o architettonico, citandole espressamente nei pannelli di sala – che ho curato con molta attenzione perché volevo che raccontassero una storia.

Bacile e versatoio tombak
Bacile e versatoio tombak, Turchia, prima metà XIX secolo, Rame dorato (tombak) inciso,
Private Collection, Brussels

Come ha affrontato, quindi, il problema di far coesistere oggetti di natura tanto diversa?

Io sono uno storico, non uno storico dell’arte, e quindi per me gli oggetti, indipendentemente dalla tipologia della mostra, prima di essere belli devono raccontare una storia – e penso di non essere neppure in grado di capire bene se sono belli o no.

Per questo sono stato affiancato da un grandissimo storico dell’arte e caro amico, Giovanni Curatola, nonché da un comitato scientifico. Ma quel che interessava a me era la narrazione, come se avessi dovuto scrivere un libro: raccontare una storia in maniera coerente accompagnando i visitatori lungo un percorso.

Creare questa narrazione è stata una sfida personale e ho attinto molto dalla mia esperienza di divulgatore. Ho cercato di dare coerenza: il punto di partenza è stata la religione, poiché è nel Corano che si legge per la prima volta la parola acqua (ma’); inoltre rappresenta il coagulo delle idee legate alla tematica acquatica, come per esempio l’acqua dei pozzi sacri a La Mecca, l’acqua come dono divino, l’acqua come possibilità ai limiti del magico e l’acqua come strumento per le abluzioni.

Quest’ultimo punto divenne il trait d’union per la seconda parte della mostra dedicata all’Hammam, il bagno turco, dal momento che sono storicamente legati. Diventa perciò facile immaginare il resto: dall’Hammam allo spazio intimo e privato del giardino il ‘collegamento’ era il canale sotterraneo che materialmente portava l’acqua nelle case [ciò viene graficamente rappresentato da un’installazione audiovisiva che imita il flusso dell’acqua come se scorresse lungo il corridoio. ndr].

L’acqua, nel tragitto, a volte sgorgava all’esterno in fontane monumentali, volute dai sovrani per la popolazione e delle quali sono esposti straordinari disegni d’epoca.

La moltitudine di realtà geografiche toccate in mostra ha richiesto, quindi, la collaborazione con numerose realtà museali.

È stato un bel combattimento, data l’ambizione della mostra. I pezzi infatti provengono da numerosissimi musei pubblici di vari paesi come l’Ashmolean Museum of Art and Archaeology di Oxford, il L. A. Mayer Museum of Islamic Art di Gerusalemme, il Museo de La Alhambra di Granada – ed essendo io per formazione uno storico della Spagna, vedere opere d’arte provenienti da lì è stato un momento di esaltazione personale – e il Benaki Museum di Atene che ha fatto la differenza prestandoci oggetti eccellenti come i disegni orientalistici.

Ma abbiamo avuto oggetti anche da molti musei italiani a cui sono infinitamente grato, come il Museo Civico Medievale di Bologna e il MUCIV Museo delle Civiltà di Roma, a cui tenevamo particolarmente perché vi è custodita la maggior parte della collezione del “Museo Tucci”, l’altro museo di arte orientale in Italia. La bellissima fontana afghana alla fine del percorso, per esempio, proviene proprio da Roma.

Poi ci sono i privati che hanno concesso in prestito oggetti splendidi come le bocche di fontana di Marco Galateri di Genola, che mi preme ricordare perché l’idea è nata proprio ragionando con lui. Insomma, è stata un’operazione di contatto che ha interessato moltissimi paesi del Mediterraneo e oltre.

Coppa, Egitto o Siria, metà XIV secolo
Coppa, Egitto o Siria, metà XIV secolo. Ottone, ageminato in argento e oro, MAO Museo d’Arte Orientale, Torino

In un momento storicamente delicato come questo, proporre una mostra di contatto tra mondo arabo e mondo occidentale era quasi necessario.

Non ci sono mai grossi problemi dal punto di vista operativo, bensì da quello comunicativo: non sono anni facili per instaurare un dialogo, è inutile nasconderselo. Io, per quel che posso, porto avanti la mia piccola missione personale raccontando nei miei libri che non esistono barriere e, come dico in uno spettacolo teatrale, che “i muri hanno la pessima caratteristica di chiudere per sempre i loro costruttori al loro interno, ma di lasciar passare chi vogliono”.

In fin dei conti, anche in una mostra come questa si comprende la facilità con cui circolano le idee: si comprende quanto siamo simili nelle necessità, nei gusti e nei tipi di interessi. Se la mostra sarà riproposta in altre sedi, andrà probabilmente nei Paesi arabi. Non avverto limiti in tal senso e ci credo molto.

Ricevo risposte entusiasmanti da parte del pubblico sia per le mostre, che per le conferenze, che per gli spettacoli; si è formata una massa critica di persone convinte che un legame col mondo arabo sia possibile e che valga la pena continuare a sensibilizzare. Forse è ancora troppo silenziosa.

Per questo motivo, bisognerebbe anche far conoscere esperienze luminose come quella del MAO.

Io sono innamorato del MAO, sono profondamente legato al museo e ho rapporti di amicizia, oltre che di enorme stima, nei confronti delle tante persone che vi lavorano a cominciare dal direttore Marco Guglielminotti Trivel.

Quando devo citare un buon esempio di divulgazione della storia orientale – mi sono occupato per tanti anni della Via della Seta – consiglio di andare al MAO e di vedere la collezione dedicata all’arte del Gandhāra che spiega perfettamente cosa sia stata la circolazione di modelli stilistici su scala intercontinentale. Abbiamo il dovere di conoscere l’Oriente, a maggior ragione adesso che è il nostro tempo a chiederlo.

 

Goccia a goccia dal cielo cade la vita
Acqua, Islam e arte
a cura di Alessandro Vanoli
MAO, Museo di arte orientale di Torino
fino al 1 settembre 2019
info 011.4436932 e www.maotorino.it

 

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1 commento

  1. Bellissima mostra questa del MAO. Impeccabile nei contenuti e nella splendida veste formale.
    Certo sconcerta alquanto apprendere dal curatore “di non essere neppure in grado di capire bene se gli oggetti esposti sono belli o no”..ma del resto forse quello della bellezza é un tema difficile da definire.
    Con l’occasione invito a leggere le schede descrittive degli oggetti redatte dalla ottima dott. Ilaria Bellucci, assistente alla curatela della mostra di Torino. Si tratta di un viaggio appassionante attraverso la bellezza dei manufatti, dei materiali impiegati, dei simboli in essi contenuti e della complessa grammatica che li lega a culture diverse e distanti in un caleidoscopico intreccio di rimandi stilistici, storici e simbolici

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