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ArcheoCuisine: ad Agrigento tra i sapori antichi

28 Aprile 2016
Un nuovo progetto, ArcheoCuisine, che vuol fare di Agrigento la culla della cucina ispirata all’antico. E il Parco della Valle dei Templi che diventa sempre più bello e vivibile per i cittadini prima che per i turisti. E dove le idee per il futuro sono sempre di più. Archeostorie in visita nella città-paradiso
Cosa si mangiava nel mondo greco antico? Quali pietanze e prelibatezze? La risposta non è facile perché non è giunto fino a noi un ricettario greco come quello romano di Apicio, né racconti di banchetti quale quello di Trimalcione. I Greci di madrepatria erano forzatamente frugali, vivendo in una terra petrosa e avara. Ricchi erano invece i Greci d’Occidente, e i loro tiranni allestivano sontuosi banchetti di cui conosciamo i cibi ricercati, ma non i segreti degli chef. Forse perché, in fondo, la loro cucina era semplice.

Il progetto ArcheoCuisine

Eravamo quindi stupiti e incuriositi, noi di Archeostorie, quando in quel di Agrigento abbiamo ricevuto l’invito di un’associazione culturale, The Phoenicians, a partecipare alla serata di lancio del loro progetto ArcheoCuisine (a cura di Alessandra Conti): una sontuosa cena “alla greca”. Cosa si degusterà? Cosa avrà preparato per noi lo chef piemontese Paolo Antonio Cancedda? In realtà una cena che, carne a parte, rispecchiava le abitudini del volgo greco, più che dei ricchi: pani non lievitati di farine di frumento e orzo, quindi formaggi e olive tritate con un tocco di garum, accompagnati da fichi secchi, mandorle e miele. Poi la classica zuppa di ceci e cicoria, un brodo di pesce dal sapore curioso e deciso, spiedini di carne, e un dolce pesante di strutto con formaggio di capra dall’aroma più intenso ancora. Comunque una cena gradevole e allegra: una gran bella serata.
Una piacevole sorpresa in una città come Agrigento che gli agrigentini stessi dipingono come provinciale e priva di attrattive. A noi è parso il contrario. Dopo la cena, avremmo potuto anche sperimentare la movida agrigentina, se la stanchezza non avesse prevalso. E il giorno prima, alla presentazione di Archeostorie alla sede del Parco della Valle dei Templi, c’era un pubblico interessato, attivo e realmente desideroso di ragionare assieme su come far dialogare il passato col XXI secolo. Che dire, poi, del Parco? Una meraviglia! Si tocca con mano il frutto della gestione autonoma delle entrate da biglietti d’ingresso che nel 2015 sono stati 670mila, e già nei primi tre mesi di quest’anno sono aumentati del 35% rispetto all’anno scorso. Tutto è ben tenuto, in ordine, la pannellistica è elegante ed efficace, c’è un bel bar con vista sul tempio di Giunone e giochi “archeologici” per i bambini. E poi, ci sono le mille iniziative del Parco per i bambini e per i cittadini tutti, come i fondamentali abbonamenti annuali. La Valle dei Templi è stato il “passeggio” degli agrigentini fino al 1966 quando, a seguito della frana che ha devastato la città, si è deciso di recintare tutta l’area. E la recinzione ha portato inevitabilmente distacco: da cinquant’anni gli agrigentini della Valle dei Templi non s’interessano più, non è più cosa loro.

Un parco non solo archeologico

Ma ora, con l’attuale direzione di Giuseppe Parello, pare che qualcosa stia cambiando. Parecchi hanno acquistato l’abbonamento per tornare a frequentare quello che ora è un gran bel parco. Un parco naturale e non solo archeologico, un parco immenso che copre 1300 ettari, da godere anche a piedi o in bicicletta lungo le nuove greenways, al di là dei templi. Chi non desidererebbe un “parco cittadino” così? È poi anche un parco dove si coltivano le ricchezze della valle, quelle che stupirono i Greci di Gela e li spinsero a stabilirsi qui nel 580 a.C. Le stesse che gli agrigentini antichi vendevano al Mediterraneo tutto arricchendosi a dismisura: olivi, viti, mandorli, che si vendono anche oggi col marchio Diodoros, il marchio del Parco. Capita poi di incontrare nella valle delle capre, le famose capre girgentane che sono presidio Slow Food al pari dell’ape nera sicula, ugualmente in via di introduzione nel parco. Insomma da queste parti si torna sempre a parlar di cibo, e sono in fondo gli stessi semplici cibi mediterranei presentati da ArcheoCuisine. Non è forse vero che “gli agrigentini ‘mangiano’ (vivono nel lusso) come se dovessero morire domani, e costruiscono case come se la loro vita dovesse essere eterna?” Vivono e vivevano in un gran bel posto, caro Empedocle: colpa tua che non l’hai saputo godere.
Ma dove stavano, esattamente? Dov’erano le loro case e gli edifici pubblici? Dove si percepisce il proverbiale sfarzo degli agrigentini, gente che era giunta a costruire tombe persino per i propri cavalli? Dove si vede la metropoli pensata “in grande” da subito, sulla carta, quando ancora non c’era? In realtà dell’antica, opulenta ed esagerata Akragas conosciamo ben poco, oltre i famosi templi. E giustamente il parco promuove la ricerca archeologica attraverso convenzioni con università, premi, borse di studio, ma anche con uno scavo proprio avviato nel 2014 nell’area del quartiere ellenistico-romano: ora stanno venendo alla luce delle terme del IV secolo, l’ultima età felice di Akragas antica. Sono le uniche terme scoperte in città.
ArcheoCuisine, Agrigento

Agrigento, Cattedrale di San Gerlando – Il fantastico soffitto in stile spagnolo della navata centrale. Sullo sfondo alcune impalcature di sostegno – foto © Francesco Ripanti

Certo, non è tutto oro quel che luccica. Il Parco stesso ha ancora molto da fare, a partire dalla comunicazione web piuttosto appannata. Il Museo archeologico poi, amministrativamente separato dal Parco, langue, e il contrasto tra le due realtà è lampante. E che Agrigento sia città dai mille problemi, lo coglie anche il visitatore più distratto. L’edilizia incontrollata ha rovinato quello che era un vero paradiso (ma non all’interno del Parco, come comunemente si dice), i servizi languono, le strade per raggiungerla sono in costruzione da anni, peggio della Salerno-Reggio Calabria. E basta salire alla Cattedrale della città per toccare con mano l’incuria: è un’autentica meraviglia che sta per crollare, la navata sinistra rischia di franare da un momento all’altro. È chiusa e puntallata dal 2011 ma null’altro si fa. Pare che si attenda inesorabilmente la frana confidando in San Gerlando, il santo cittadino, che ha sempre protetto la città dalle frane. Lo farà anche la prossima volta? Di certo proteggerà chi sta facendo di tutto perché Agrigento torni finalmente a essere paradiso.

Autore

  • ​Tre passioni: il mondo antico, la scrittura, i viaggi. La curiosità e l’attrazione per ciò che è diverso perché lontano nello spazio, nel tempo o nel pensiero. La voglia di condividere con tanti le belle scoperte quotidiane. Condividerle attraverso la scrittura. Un solo mestiere possibile: la giornalista che racconta il passato del mondo. Scrive su temi di archeologia, comunicazione dei beni culturali, uso contemporaneo del passato, turismo culturale per i quotidiani La Repubblica e Il Sole 24 ore, e per diverse riviste italiane e straniere. Dirige il Magazine e il Journal di Archeostorie.

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