Pane nostro

Pane nostro
La data di nascita del primo pane della storia umana rimane ancora oggetto di dibattito... © Pexels

Da qualche parte sulle Alpi, una mattina d’estate del 7432 a.C.

Nilia alzò lo sguardo al sole.

La luce le pioveva dritta sulla testa: ora di pranzo. Di sicuro i bambini cominciavano a essere irrequieti e lamentosi. Meglio tornare verso l’accampamento.

Tutt’intorno a lei la radura mormorava nella calura estiva. L’aria vibrava del ronzio di vespe e calabroni. Ciclamini viola brillavano sul muschio all’ombra degli abeti.

Nilia accarezzò col dito la minuscola guancia di Ion, che succhiava con energia sempre minore. Quando provò a staccarlo dal seno, però, il bambino mugolò e poi cacciò uno strillo acuto. Niente da fare. Nilia legò più strettamente la fascia che assicurava il piccolo al suo petto e se lo strinse addosso con un braccio perché non perdesse la presa sul capezzolo. Poi raccolse fiocina e bisaccia e si incamminò in direzione della montagna.

Ion si divincolò nelle fasce, infastidito. Nilia rallentò l’andatura. A ogni passo sentiva una piccola fitta di dolore al seno, ma strinse i denti e cercò di non pensarci.

I bambini le furono addosso prima ancora che uscisse dal bosco. “Mamma! Mamma, cos’hai portato?” Si aggrapparono con dita ansiose alla sua cintura, sbirciando la bisaccia gonfia.

Nilia li spinse indietro perché non facessero male a Ion e alzò lo sguardo al cielo. La cornice rocciosa che faceva da tetto all’accampamento si stagliava nel sole oltre le cime degli alberi. Nell’aria limpida non si vedeva neanche un filo di fumo. Nessuno, in sua assenza, si era ricordato di alimentare il fuoco.

“Su, ragazzi, andiamo a mangiare. Ho portato funghi, mirtilli, uova di tartaruga… e due lucci grossi come il vostro braccio!”

Shan, il suo figlio di mezzo, incrociò le braccia sul petto. “Papà ci ha promesso carne di uro.”

“Prima di promettere uri a vanvera, papà dovrebbe alzare il sedere e andare a cacciarli.” Nilia consegnò la bisaccia a Inaro, il maggiore. “Fai vedere a Shan come si pulisce il pesce. Io devo cambiare vostro fratello, prima di accendere il fuoco.”

“Noi dobbiamo lavorare e quello lì viene accudito senza aver fatto altro che frignare!” protestò Shan, lanciando un’occhiata poco amichevole al neonato avvolto nelle pelli.

L’accampamento era stranamente silenzioso. I tre anziani della tribù confabulavano davanti alle ceneri spente del focolare comune, nello spiazzo aperto tra le tende. Quando la vide arrivare, il vecchio Rolco emise un lamento straziante. “Nilia! Finalmente! Ci hanno abbandonati, stiamo morendo di fame…”

Lian, sua sorella, gli diede una gomitata. “Smettila di piagnucolare. I bambini hanno la precedenza.” Tese le braccia ossute verso Nilia. “Dallo a me, il piccolo. Ci penso io.”

Nilia le consegnò Ion e appoggiò la fiocina contro la parete della sua tenda familiare. “Dove sono finiti tutti quanti?”

“Battuta di caccia all’uro” spiegò Lian.

“A quest’ora?”

“Un’idea improvvisa dei ragazzi. Avevano voglia di carne per cena. Sai come sono fatti i giovani cacciatori, tutti azione e poca voglia di perdere tempo in strategie e appostamenti…”

“Si vantano della loro mira con l’arco e non sono buoni nemmeno a fabbricarsi le frecce” brontolò Rolco. “Usano e buttano via, usano e buttano via. Nessuno si prende più la briga di ritoccare le punte e le lame rotte. Spreconi! Che gioventù! Ai miei tempi…”

“… pioveva miele, la frutta maturava in pieno inverno e i cinghiali correvano a infilzarsi da soli sulla lancia” terminò Lian sarcastica. Il fratello le lanciò un’occhiataccia, ma si limitò a borbottare qualcosa tra i denti, forse una maledizione.

Certe cose non cambiano mai, pensò Nilia divertita, cercando con gli occhi i suoi figli intenti a litigare mentre pulivano il pesce.

Preparò la legna, il muschio e le piante secche, tirò fuori un fungo-esca e si mise al lavoro con l’archetto per riaccendere il fuoco. Aveva appena cominciato a soffiare sulla fiammella nascente, quando uno scricchiolio nel sottobosco fece saltare in piedi i bambini come se non mangiassero da giorni.

“Io voglio una coscia intera” strillò Shan.

Inaro lo mise a tacere con uno spintone e si parò davanti a lui, mentre dal bosco usciva una fila di persone cariche di lance e bagagli.

E non erano i cacciatori del clan.

Nilia si mosse così in fretta che non ebbe il tempo di pensare. Un momento prima era accucciata vicino al fuoco, subito dopo teneva sotto tiro il capofila del gruppetto con l’arco teso. Per fortuna l’ho lasciato incordato, pensò, mentre l’uomo la fissava sconcertato con occhi verdi come non se n’erano mai visti da quelle parti.

Il pensiero successivo di Nilia fu: se sopravviviamo, stavolta Danco me la paga per avermi piantata in asso con i bambini.

Ma l’uomo dagli occhi verdi non alzò un dito. Fu la donna alle sue spalle a parlare. “No guerra” scandì in parole stentate. Aveva una pronuncia strana, sbilenca. Ma il sorriso e le mani sollevate in segno di resa erano inequivocabili.

Nilia annuì senza abbassare l’arco, anche se il braccio cominciava a tremarle per lo sforzo. “Chi siete? Cosa volete?”

La donna si puntò un dito al petto. “Zaira.” Poi indicò il resto del gruppo. “Famiglia. Amici.” Spostò lo sguardo sul fuoco e mimò il gesto di portarsi qualcosa alla bocca, con aria speranzosa.

Il suo compagno e i ragazzi che li seguivano assistevano in un silenzio passivo, senza nemmeno provare a intervenire. Nilia lo trovò buffo, abituata com’era alle manie di protagonismo degli uomini del suo clan.

“D’accordo” disse, rilasciando lentamente la corda dell’arco, la freccia ancora incoccata. “Inaro, Shan, portategli qualcosa da mangiare.”

“Non basterà per tutti, mamma” osservò Inaro.

“Prendi la carne secca, le nocciole e i favi di miele dalle scorte. Noi mangeremo più tardi, al ritorno dei cacciatori.”

“Ma io ho fame adesso!” insorse Shan, meno pacato del fratello.

Nilia lo zittì appoggiandogli una mano sulla spalla e fece cenno ai viaggiatori di sedersi accanto al fuoco appena acceso. La donna, Zaira, la ringraziò con un grande sorriso e si accomodò su un tronco caduto, seguita dagli uomini del gruppo.

La vecchia Lian fu la prima a prendere posto accanto a loro, scrutandoli con la curiosità sfacciata che la sua età le permetteva. Gli altri anziani e i bambini furono più lenti a seguirla e si sedettero a distanza di sicurezza.

Nilia non poteva biasimarli: l’aspetto dei nuovi arrivati era stravagante. Non indossavano vesti di pelle, ma tuniche di un materiale chiaro e ruvido, con disegni rossi a zig-zag lungo l’orlo. Nelle loro collane, oltre ai soliti denti di cervo e alle perline di pietra e osso, comparivano anche conchiglie e perle d’ambra, una vera rarità in quelle terre.

“Potremmo farli prigionieri e prenderci i loro gioielli” suggerì Shan eccitato.

“Zitto, stupido!” lo redarguì Inaro prima che Nilia potesse intervenire.

“Perché? Tanto non ci capiscono. Sono stranieri, e noi siamo a casa nostra.”

“Appunto per questo devi lasciarli stare.”

Ignorando quelle chiacchiere, o fingendo di ignorarle, Zaira prese dalla bisaccia un involto legato strettamente. Sciolse i legacci e mostrò a tutti un oggetto che Nilia non aveva mai visto. Sembrava un recipiente per l’acqua, ma non era di cuoio, né di corteccia. Era decorato con incisioni e tocchi di colore.

Zaira lo portò alle labbra e bevve, poi lo offrì a Nilia, sorridendo. Lei lo prese con circospezione. Pesava più del legno, ma molto meno della pietra.

“Mamma, non bere! È una pozione velenosa!” bisbigliò Shan.

Il liquido aveva un sapore forte, di cereali fermentati. Nilia sentì una vampata di calore irradiarsi dalla bocca alle tempie. Le pizzicava la lingua, ma era una sensazione piacevole.

“Come lo fai?” domandò.

Zaira sorrise e pronunciò una parola incomprensibile, poi tirò fuori un grosso ciottolo piatto e tondeggiante e glielo porse. Nilia se lo rigirò in mano, perplessa.

Non era un sasso. Era leggerissimo, marroncino, con un lieve profumo aromatico. Dalla superficie affioravano chicchi bruni, come semi imprigionati nel fango.

“Cos’è?” chiese la vecchia Lian, strizzando gli occhi offuscati dagli anni. “Un fungo?”

Nilia lo annusò. “No, non direi. Sembrerebbero cereali… forse impastati col miele. Però è duro, secco. Non capisco…”

Pane” disse Zaira.

“Eh?”

Pane!” Vedendo la loro confusione, la donna rise, prese l’oggetto dalla mano di Nilia e gli diede un morso, con un suono di rametti secchi che scricchiolano sotto i piedi. “Buono” disse a bocca piena. “Buono.”

Poi glielo restituì.

Sotto gli sguardi intenti dei figli e degli anziani, Nilia assaggiò quel cibo – pane. Aveva un sapore assolutamente nuovo, mai provato prima. Però era buono. E riempiva lo stomaco più di manciate e manciate di bacche.

“Com’è?” chiese il vecchio Brain, che non aveva ancora osato dire una parola.

“Anch’io voglio provarlo!” pretese Shan.

Zaira allargò le braccia, senza smettere di sorridere.

“Ci ha dato tutto quello che aveva” tradusse Inaro. “Ovvio, no? Altrimenti non ci avrebbero chiesto del cibo.”

“Non fare il saputello…”

Per una volta, Nilia non spense il litigio sul nascere: aveva cose più importanti a cui pensare. Andò a prendere due spighe di cereali dalle poche scorte rimaste e le mostrò a Zaira, che annuì sorridendo. “Questo” disse Nilia, brandendo il cibo bruno. “Voglio imparare a farlo. Insegnami!”

Zaira scosse la testa. “Lento” spiegò. “Presto… buio…” aggiunse indicando il cielo.

“Non importa” disse Nilia. “Potete dormire qui. Domani mattina vi accompagnerò io fino al passo che scavalca la montagna. Non c’è un punto più comodo per superare il crinale, e da soli non ci arriverete mai. Pane per informazioni: uno scambio equo.”

Zaira ci pensò su. Poi, per la prima volta, si voltò a parlottare con i suoi compagni di viaggio.

“Nilia, sei impazzita?” protestò il vecchio Rolco. “Potrebbero ucciderci tutti nel sonno!”

“E allora non dormirò” rispose lei.

“Vuoi mettere i tuoi figli in pericolo? E poi io non mi fido del cibo straniero. Chissà cosa c’è dentro…”

“Il loro pane è nutriente e leggerissimo, comodo da trasportare. Potrebbe cambiarci la vita, non lo capisci?

“Non sei tu il capo! Non hai l’autorità per…”

“Sono l’unica cacciatrice abile del clan, in questo momento” lo interruppe Nilia. “Gli uomini hanno pensato bene di andarsene a spasso e mi hanno lasciato la responsabilità dell’accampamento, che io fossi d’accordo o no. Quindi adesso sarò io a decidere… che loro siano d’accordo o no.”

La vecchia Lian approvò energicamente con la testa e scoppiò in una risatina acuta.

“Vergognoso” brontolò Rolco. “Inaudito. Ai miei tempi…”

Nessuno gli diede retta. I bambini si erano già seduti a gambe incrociate davanti a Zaira, che sgranava un mucchietto di spighe con mano sicura, e anche la vecchia Lian si stava alzando a fatica per raggiungerli. Il ragazzo più giovane del gruppo di Zaira le portò un ciottolo con cui lei cominciò a pestare i chicchi su una pietra piatta. E mentre lavorava si mise a cantare.

Le parole erano incomprensibili, ma Nilia lo riconobbe subito: un canto di lavoro, fatto per scandire i gesti sempre identici delle occupazioni quotidiane. Lei stessa aveva cantato tante volte mentre scheggiava e ritoccava pazientemente la selce, o sgrassava le pelli col grattatoio, o manovrava l’archetto per accendere il fuoco, sudata per lo sforzo e con le mani doloranti.

E mentre i cereali diventavano una polvere grezza sotto i suoi occhi, la sua immaginazione stava già volando. Oltre le tende di pelle dell’accampamento, oltre i boschi e le montagne, verso terre lontane e misteriose, piene di meraviglie tutte da scoprire.

Per un momento sognò di riempire la bisaccia e partire insieme a Zaira e ai suoi… ma il pianto di Ion bastò a riportarla bruscamente alla realtà. Non si può avere tutto, pensò con una scrollata di spalle.

E si infilò in bocca l’ultimo pezzetto di pane, assaporandolo fino in fondo.


La “rivoluzione neolitica” ha avuto origine nella Mezzaluna Fertile (tra Siria, Giordania, Libano, Palestina e Iraq) intorno al 9000 a.C.
L’agricoltura e l’allevamento sostituiscono progressivamente la caccia e la raccolta, causando l’abbandono del nomadismo a favore di uno stile di vita più sedentario. Le vesti di lana e lino si affiancano alle pelli; compaiono nuovi strumenti, come l’aratro e il telaio. Tra 8000 e 7000 a.C. si diffonde la ceramica.
Ma ricerche recenti dimostrano che i primi esperimenti con i cereali selvatici risalgono a al Mesolitico, o forse anche prima.
Il cosiddetto “pacchetto neolitico” (l’insieme delle nuove conoscenze, culti, piante e animali addomesticati) viene “esportato” dal Vicino Oriente da gruppetti di viaggiatori e si diffonde in Europa, Asia occidentale e Africa settentrionale per contatto diretto o per acculturazione delle comunità locali di cultura mesolitica.
La data di nascita del primo pane della storia umana rimane ancora oggetto di dibattito.

Iscriviti alla nostra newsletter



LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here