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Via Appia primo miglio: salviamolo dal degrado

18 Giugno 2016
'Scavando' tra le carte, l'archeologa Rachele Dubbini ha scoperto addirittura un tempio, dove ora c'è un concessionario d'auto. E lancia l'appello: salviamo il primo miglio della via Appia dal degrado

Quando si nomina la via Appia, si pensa subito al circo di Massenzio, alla tomba di Cecilia Metella, al castello Caetani e a tutto ciò che da lì in poi, in direzione dei colli Albani, si ammira passeggiando sugli antichi basoli. Facendo un passo indietro si ricordano anche le catacombe e, ovviamente, la chiesa del Quo Vadis.

Ma già la chiesa è un problema perché sta proprio sulla biforcazione tra l’Appia e l’Ardeatina dove il traffico è folle: chi mette incautamente il naso fuori dalla chiesa, rischia di essere tranciato da un’auto. Mentre il tratto di strada tra la chiesa e la porta della città, porta San Sebastiano, è ignorato e basta, trafficatissimo regno di sfasciacarrozze e abusivi. Eppure è la parte più significativa di tutta la via, scrigno di miti e riti tra i più antichi e sacri della romanità perché luogo di passaggio, dove la città si faceva gradualmente campagna lungo la sua arteria più importante. Perché dunque trascurarlo così? Perché non mostrare e raccontare a tutti le sue glorie?

È questa l’accorata conclusione dello studio sul primo miglio della via Appia dell’archeologa Rachele Dubbini, pubblicato da Edipuglia. Uno studio preciso, rigoroso, affascinante, che si legge tutto d’un fiato con la curiosità di sapere cosa viene dopo, nonostante l’impostazione scientifica della scrittura. E il ‘dopo’ è addirittura la scoperta di un tempio proprio a due passi dalla chiesa del Quo Vadis. Un tempio dove ora c’è un concessionario d’auto. È mai possibile?

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La chiesa del Quo Vadis al limite del primo miglio della via Appia – via Wikimedia Commons

La parte più importante di tutta la via Appia

Chiariamo innanzitutto un punto fondamentale: il primo miglio di cui si parla non parte dalla porta che si vede attualmente, porta San Sebastiano, ma ovviamente dalla porta delle Mura serviane, le mura che durarono immutate dal VI secolo a.C. fino al III d.C. quando l’imperatore Aureliano volle proteggere la città con una nuova potente difesa. Prima la difesa non serviva, i pericoli erano lontani e la città caput mundi pensava solo a ingrandirsi a dismisura.

Quel primo miglio fuori dalle mura Serviane divenne area sempre più urbana, ma non perdette mai la connotazione di importante e fluido luogo di passaggio: l’immaginario antico perdurò intatto nei secoli. Soprattutto lungo la via Appia che era in origine la via per Alba Longa, come Dubbini ricorda, la città madre di Roma. Ecco dunque che, nell’immaginario, l’incontro amoroso nel ‘bosco sacro a Marte’ tra il dio e Rea Silvia, l’incontro da cui nacquero i gemelli Romolo e Remo, da Alba Longa si trasferì ai limiti della città lungo la valle del fiume Almone, un luogo paludoso e infido, perfetta terra indistinta di confine. Lì sorse presto il santuario di Marte Gradivo, il Marte bellicoso che proteggeva la città ma doveva rimanere ai margini per non turbarne la quiete. In centro c’era invece il tempio di Marte Quirino, il dio nella sua veste pacifica.

Nei pressi del santuario di Marte c’era un campo per gli addestramenti militari dei giovani romani, gli addestramenti necessari a diventare uomini e da compiere, per l’appunto, in un luogo ai margini della città, per poi rientrarvi da veri uomini. E ancora, lì eseguivano i loro riti isacerdoti Salii, il collegio sacro fondato dal re Numa Pompilio per custodire lo scudo che proprio Marte Gradivo gli consegnò come pegno dell’invincibilità di Roma. Da lì ancora passò la processione che accompagnò il simulacro della dea Cibele quando nel 204 a.C. fece il suo ingresso in città, e lì ogni anno si bagnavano ritualmente nell’Almone gli arredi sacri alla dea.

Dove termina l’ampia area di confine cittadino del primo miglio, c’era poi il santuario del dio Redicolo che proteggeva il ritorno dei romani nella loro città, il dio che nel 211 a.C. “spaventò” Annibale al punto da convincerlo a non entrare a Roma, e che sovrintendeva alla ricomparsa delle anime dei defunti, cosa che si voleva accadesse in “terre di mezzo”. Non a caso, dunque, proprio in quella zona Gesù fermò Pietro in fuga dalla città eterna, lì dove la via cambia repentinamente direzione e vira a sinistra: da quel punto esatto, la via Appia diventa un’altra cosa.

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Il sepolcro di Priscilla al primo miglio della via Appia – via Wikimedia Commons

La scoperta del tempio

Dubbini però, da archeologa, non si è limitata a indagare l’ampio ‘paesaggio religioso’ del primo miglio dell’Appia ma ne ha anche cercato le tracce archeologiche. Lo ha fatto con ricognizioni sul terreno e lunghi ‘scavi’ negli archivi, e già così ha ottenuto un risultato sorprendente: analizzando minuziosamente la documentazione relativa a uno scavo di emergenza degli anni Settanta del secolo scorso, ne ha rimesso assieme i pezzi sparsi scoprendo che quell’edificio a due celle con pronao, era addirittura un tempio. Forse non il tempio di Marte Gradivo vero e proprio, che molto probabilmente si trovava di là del fiume Almone nella zona dell’attuale porta San Sebastiano, ma probabilmente una costruzione importante all’interno del suo grande santuario, se è corretta l’ipotesi che questo si estendesse fino a lì, oppure un tempio a sè.

A questo punto meriterebbe scavare per capirne di più, ed è il primo grande traguardo che Dubbini auspica per una possibile valorizzazione dell’area. Scavare il tempio ma poi, possibilmente, anche altrove, visto che il santuario di Marte Gradivo, per la sua fama, è oggetto di studi dal Cinquecento ma mai nessuno ha messo mano alla pala. Quella è zona di spoliazione e molti edifici dell’area sono stati certamente demoliti per fare altro, tra cui nel Cinquecento persino il bastione Sangallo delle Mura Aureliane, ma qualche indizio sicuramente si può ancora trovare. Si possono, forse, trovare prove concrete di quel viaggio nell’immaginario romano antico che il primo miglio dell’Appia concede a chiunque si voglia avventurare.

Si può oltremodo restituire decoro ai monumenti che si vedono già e sono oggi in abbandono, come la tomba di Geta o lo scenografico sepolcro di Priscilla. Infine, si può ridare dignità alla via stessa rendendola percorribile anche ai pedoni e combattendo l’abusivismo selvaggio nei dintorni. Dubbini lo chiede, con forza. Chiede l’aiuto dei comitati di quartiere, delle associazioni e dei cittadini tutti per combattere questa battaglia importante. Una battaglia di civiltà che Archeostorie ha raccolto e ha fatto propria.

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Il volume di Rachele Dubbini sul primo miglio della via Appia

Il paesaggio della via Appia ai confini dell’Urbs.
La valle dell’Almone in età antica ​

di Rachele Dubbini

Edipuglia, Bari 2015

140 pagine, 12 tavole a colori, euro 50,00

Autore

  • ​Tre passioni: il mondo antico, la scrittura, i viaggi. La curiosità e l’attrazione per ciò che è diverso perché lontano nello spazio, nel tempo o nel pensiero. La voglia di condividere con tanti le belle scoperte quotidiane. Condividerle attraverso la scrittura. Un solo mestiere possibile: la giornalista che racconta il passato del mondo. Scrive su temi di archeologia, comunicazione dei beni culturali, uso contemporaneo del passato, turismo culturale per i quotidiani La Repubblica e Il Sole 24 ore, e per diverse riviste italiane e straniere. Dirige il Magazine e il Journal di Archeostorie.

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