Raffaello 2020, una mostra troppo tecnologica

Raffaello 2020 è una mostra multimediale realizzata con proiezioni, realtà virtuale e aumentata. Ma la tecnologia è davvero al servizio dello storytelling?

Raffaello 2020
Collocazione delle opere di Raffaello nel mondo. © Archeostorie

Raffaello 2020 è quel che si direbbe una ‘mostra impossibile’: inaugurata lo scorso 4 ottobre a Milano, al Museo della Permanente di via Turati, non ha nemmeno un quadro. L’esposizione, che anticipa di qualche mese le celebrazioni per i 500 anni dalla morte di Raffaello Sanzio, uno dei geni indiscussi del Rinascimento italiano, si regge solo su proiezioni, realtà virtuale e aumentata.

L’evento espositivo è prodotto da Crossmedia Group, società che concepisce, produce e distribuisce spettacoli immersivi multimediali, ed è curato da Vincenzo Farinella, professore associato di Storia dell’arte moderna all’Università di Pisa. Vuole narrare la figura dell’artista di Urbino in maniera immersiva, accattivante, in grado di emozionare e catturare l’attenzione di un pubblico vasto e trasversale per età e background culturale. Ma riesce nel suo intento? Secondo noi di Archeostorie, non del tutto.

Raffaello 2020, le cinque sale nel dettaglio

L’esposizione consta di cinque sale. La prima, introduttiva, ospita una tavola sinottica su cui sono riportate le tappe fondamentali della vita di Raffaello; un mappamondo che occupa un’intera parete e sul quale sono indicati i luoghi in cui sono conservate le sue opere; alcuni pannelli di approfondimento in cui si raccontano, nel dettaglio, le prime esperienze nella bottega dal padre, il soggiorno a Firenze, il periodo romano. È l’unica sala allestita in maniera ‘tradizionale’, con tantissime – forse troppe – informazioni, ma sicuramente utile per farsi un’idea della vita dell’artista.

Il secondo spazio – la Sala dell’ologramma – è allestito invece come un piccolo teatro: su una grande parete-schermo posta in posizione sopraerlevata rispetto al pubblico e racchiusa tra due quinte, sono proiettati quattro dialoghi. Nel primo, un Raffaello bambino parla col padre; poi, ormai adulto, l’artista dialoga col Perugino, suo più importante maestro; il terzo dialogo è con Leonardo da Vinci, incontrato a Firenze; infine il quarto è con Papa Giulio II, che gli ha commissionato la decorazione delle celebri stanze negli appartamenti vaticani.

Il linguaggio dei personaggi, che non parlano mai direttamente col pubblico e dunque non lo coinvolgono, è spesso aulico, le informazioni sui dipinti sono tantissime e molto dettagliate, mentre gli episodi storici sono spesso solo sottintesi e mai spiegati.

Uno per tutti: la sfida artistica tra Leonardo e Michelangelo lanciata dal gonfaloniere Pier Soderini per la decorazione del Salone dei Cinquecento a Firenze. Il ‘pari e patta’ tra i due artisti che lasciarono entrambi a metà le proprie opere – la Battaglia di Anghiari e la Battaglia di Cascina – diede a Raffaello la possibilità di studiare i cartoni preparatori dei due grandi e di imparare dai loro stili. Ma senza una spiegazione chiara, il cenno distratto all’evento risulta incomprensibile e quasi inutile per un pubblico che non conosca già l’episodio.

Realtà immersiva, virtuale e aumentata

La sala immersiva è forse la parte più riuscita della mostra. In un enorme spazio con pareti e pavimento bianchi sono proiettate, su tutte le superfici, le immagini dei dipinti di Raffaello, ingrandite per mettere in evidenza i dettagli. Non ci sono voci narranti o spiegazioni, solo una suggestiva musica di sottofondo e qualche scritta, per indicare titolo e data delle opere. Il visitatore, qui, è completamente immerso nella bellezza.

La sala immersiva è, secondo noi, la parte più riuscita della mostra.

Da quest’area si accede poi alla Sala della realtà virtuale, uno spazio piccolo in cui il visitatore è invitato a indossare un visore per ‘entrare’ nell’affresco Liberazione di San Pietro il cui originale si trova a Roma, nelle stanze vaticane. Non si racconta pressoché nulla del dipinto o della sua storia; c’è solo una piccola didascalia in un angolo della sala.

Anche in questo caso, si punta più sulla bella ricostruzione dell’opera in 3D – che scorre forse troppo velocemente davanti agli occhi dello spettatore, rischiando di lasciare un senso di malessere e smarrimento – che sulla narrazione. Perché si è scelto di raccontare questo soggetto? Cosa può raccontarci del personaggio Raffaello? Si esce dalla sala impressionati, ma perplessi.

È immediata invece la comprensione dell’ultima sala, in parte dedicata alla realtà aumentata e in parte alla ricostruzione fisica dell’atelier dell’artista rinascimentale. Su un lato dello spazio ci sono cavalletti, pestelli, polveri colorate, pennelli; sulla parete opposta campeggia invece la riproduzione del cartone della Scuola di Atene, uno degli affreschi più famosi delle Stanze vaticane che, se inquadrato con due appositi tablet, si colora fornendo poche ma utili informazioni sui personaggi che vi sono ritratti.

Raffaello 2020
Ricostruzione di una bottega d’artista rinascimentale. © Archeostorie

Visitando Raffaello 2020, si ha la netta impressione che la tecnologia da sola non basti a fare una buona mostra. Quando se ne abusa, quando non è supportata da uno storytelling omogeneo, può perfino confondere le idee. Ecco perché, secondo noi, nonostante gli ottimi mezzi, Raffaello 2020 offre un’esperienza frammentata che non sempre riesce nell’intento di coinvolgere pubblico.

Info

Raffaello 2020
Milano, Museo della Permanente, via Filippo Turati 34
dal 4 ottobre 2019 al 2 febbraio 2020
Orari: lunedì 14:30 – 19:30; martedì – domenica 9:30 – 19:30
Biglietto intero 14,00 euro
Per maggiori informazioni, cliccare qui.

Iscriviti alla nostra newsletter



LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here