4 Commenti

  1. Parla un'”assistente alla vigilanza e accoglienza”, dottorata in archeologia, che indica tutti i giorni uscite e cessi in mille lingue. Tutto giusto quello che scrivete (Ciao Carolina!)…ma i datori di lavoro lo sanno?!!!
    Il giorno in cui sono stata assunta a fare la “custode istruita” mi è stato detto TESTUALI PAROLE: “A noi i primi della classe non piacciono, ricordatevi che siete custodi e custodi rimarrete, per concorrere a qualsiasi altra posizione in questa azienda dovrete licenziarvi prima”. E questo nel privato.
    Ma noi lavoriamo fianco a fianco con personale pubblico, e li le cose non cambiano: lavorano alla stessa posizione ministeriali che hanno a malapena la terza media, e altri che, giovani e bravi, solo dopo 10 anni di mera banalissima custodia sono stati “promossi”a fare qualcosa di vagamente archeologico. Un bel bagno di vita e un giusta prospettiva interclassista, ma anche tanto talento sprecato.
    Per mettere in campo le proprie idee si rimane ancorati ad assegni di ricerca brevi, associazioni, cooperative…ma il pane a casa si deve portare tutti i giorni, i mutui continuano a darli solo a contratti indeterminati e sopra un certo RAL. Per questo la nostra “generazione intermedia”, fatta da persone che sono entrate all’università con la passione e ne sono usciti delusi (almeno i giovanissimi “post-crisi”entrano già disillusi) si ritrova, ancora, ad anelare il “posto fisso”.
    Quindi, e concludo: è giusto invitare alla reazione e alla creatività, ma vi assicuro, per quel che vedo da anni, che l’ esternalizzazione dei servizi promulgata apparentemente per adeguarci all’ Europa, poco ha a che vedere con la carta delle professioni museali e lo “svecchiamento” della figura del custode tradizionale e tanto con il mercimonio del patrimonio….guarda caso servono sempre più “custodi”e sempre meno “menti” e i quesiti di stupida logica imperano.

    • Cara Silvia,
      conosciamo bene la situazione e sappiamo che tutto quel che dici è vero, verissimo.
      Capiamo illusione e disillusione, e pignatte che ogni giorno devono comunque andare sul fuoco. E’ ovvio che, in una situazione come la nostra, ci si aggrappa a tutto quel che capita. E sappiamo anche che molto spesso nel nostro paese gli “assistenti” non fanno quello che abbiamo descritto nel pezzo. Del resto, i requisiti per accedere a questo bando sono la prova evidente della poca attenzione che si è posta nel progettare un concorso simile (e di conseguenza della poca considerazione per il lavoro a cui dà accesso).
      Noi abbiamo solo criticato le lamentele che abbiamo sentito e letto in questi giorni. Non perché non riteniamo legittimo deplorare quanto sta accadendo alla Fiera di Roma, ma perché secondo noi sono ben altri gli argomenti da mettere in campo nella protesta.
      Bisogna protestare perché si metta in atto una politica dei beni culturali vera che crei un circolo virtuoso capace di offrire possibilità e lavori commisurati alle capacità e le conoscenze di ciascuno. Nel nostro paese questo dovrebbe essere possibile più che altrove, mentre lo è mille volte meno che altrove. Chiedere un posto fisso in più non risolve il problema. Dobbiamo batterci perché il problema si risolva. Perché la soluzione c’è, non è facile ma c’è. La dobbiamo pretendere

  2. Tutto giusto, per carità. Dare la giusta riconoscenza all’assistente alla vigilanza, che fa molto di più di quello che lascia trasparire il nome. E quindi è giusto sì, c’è bisogno di formazione, di conoscenza della materia, di idee…è per questo quindi che il concorso è stato aperto anche a semplici diplomati che nulla hanno studiato in merito ai beni culturali???? È questa la strada dunque?? E noi laureati dovremmo stare zitti e muti? È questo il vero dramma di questo concorso, che va anche a fortuna, si parte da una base in parte non qualificata quando invece dovrebbe essere imprescindibile. Saluti

    • Gentile Annalisa, nessuno ha detto che i laureati in beni culturali dovrebbero stare zitti e muti, anzi! Abbiamo detto l’esatto contrario e cioè che devono protestare e far valere le proprie ragioni. Ma quali sono queste ragioni? A parer nostro, devono battersi perché cambi il sistema. Solo in un sistema diverso, che riconosca la necessità di certe figure professionali, i molti (e necessari) laureati in beni culturali potranno davvero far valere le proprie competenze e capacità. Se le cose rimangono così come sono, ci saranno sempre pochi posti per migliaia di richieste, e tanti bravi laureati sfruttati dal pubblico come dal privato. Vuoi davvero che la gestione dei beni culturali nel nostro paese continui così com’è ora?

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