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Concorso Mibact: non è questa l’Italia che vogliamo

15 Gennaio 2020
Tantissimi candidati per pochi posti da assistente alla fruizione nei musei statali. Ma è proprio questo il vero ‘dramma’ del concorso Mibact?

Duecentodiecimila candidati per poco più di mille posti di ‘assistente alla fruizione, accoglienza e vigilanza’ nei musei statali italiani. Sono in corso in questi giorni le prove preselettive del concorso Mibact, e sul web si legge di tutto di più. “Il dramma dei nostri laureati” titola una testata online che, raccogliendo alcune loro storie, ha a sua volta riacceso le polemiche.

Il ‘dramma’ del concorso Mibact

Ma di quale dramma si tratta? Siamo certi che le polemiche colgano nel segno? Che lamentino problemi reali? Analizziamole brevemente. Si parla di un numero di candidati da capogiro: ma ultimamente la maggior parte dei concorsi pubblici è così, negli altri Ministeri la situazione non è diversa.

Si raccontano poi le storie dei poveri candidati costretti a viaggi estenuanti per giungere a Roma, sede del concorso: ma i concorsi pubblici si svolgono generalmente a Roma, non è una novità. È vero che in passato le preselezioni sono state fatte anche regionalmente, ma bisognerebbe forse capire meglio i motivi della scelta attuale. E comunque tante persone, prima di questi candidati Mibact, hanno fatto notti in treno o in Flixbus per raggiungere le sedi dei concorsi pubblici. Si fa, si tenta, da sempre, con i mezzi che si hanno.

Ed eccoci al cuore delle proteste: si lamenta che fior di laureati con titoli esorbitanti, siano costretti a combattere per un misero posto da ‘custode’, perché null’altro l’Italia offre loro. Laureati che, per la loro formazione, sono costati molto allo stato, e che ora lo stato non è in grado di utilizzare al meglio. Che offre loro solo pochi posti da custode, costringendoli così a emigrare se vogliono coronare il proprio sogno. Beh signori, qui siamo proprio fuori strada.

L’accoglienza nei musei: che cos’è?

L’accoglienza nei musei è una cosa seria, è il biglietto da visita di ogni museo. Chi fa accoglienza si relaziona con i visitatori ogni giorno e ha il potere di lasciare in loro un ricordo positivo o negativo dell’istituzione. Quella del custode è un’idea oramai superata, anche perché – diciamolo chiaramente – molti nostri musei non si possono permettere di pagare delle ‘belle statuine’ in ogni sala, e pagare in aggiunta chi sa rispondere alle curiosità dei visitatori, ideare percorsi di visita e progetti educativi, analizzare comportamenti ed esigenze dei visitatori stessi, e molto altro ancora.

L’accoglienza è il cuore delle attività di ogni museo e serve gente preparata per farla. Non è affatto un lavoro di serie B e altrove nel mondo l’hanno capito da tempo. Noi non ancora o non proprio, evidentemente.

Perché servirebbe una formazione specifica per queste persone, come si fa già altrove nel mondo. Una scuola o corsi per professionisti che, oltre a conoscenze nell’ambito dei beni culturali, possiedano competenze specifiche per rivestire ruoli strategici nei rapporti tra l’istituzione museale e i cittadini. E proprio su queste competenze dovrebbero essere principalmente valutati nei concorsi deputati.

Il problema vero

La questione, insomma, è mal posta, secondo noi. Il problema vero, che sta alla radice di tutte le difficoltà sin qui lamentate, è l’arretratezza del sistema nel suo complesso. È una politica dei beni culturali che ripropone oggi, nel ventunesimo secolo, logiche oramai superate, e di ‘laureati’ in beni culturali (e discipline affini) che si adeguano passivamente a quelle logiche. È l’offrire null’altro che pochi ‘posti fissi’ e, dall’altra parte, aspirare unicamente a quei posti fissi.

Eppure diciamo di essere il paese della bellezza: un luogo così ricco di meraviglie che, se ben gestite, potrebbero dare lavoro a molti e creare un indotto importante. Potremmo essere il luogo della bellezza che genera ricchezza, ma non per mero sfruttamento economico della bellezza, bensì per una sua sana condivisione con i cittadini che diventa anche produttrice di ricchezza per tutti.

Servono idee

Serve però un cambio di mentalità e prospettive. Se ne parla da tempo ma fatichiamo a passare dalla teoria alla pratica. Anche perché le difficoltà per chi ci prova sono molte. Sono però sempre più le imprese, le organizzazioni, le associazioni che decidono di scommettere nella cultura, magari sviluppando idee nuove per luoghi che lo stato fatica a gestire. Perché servono idee, questo è il punto. Le puntate della trasmissione televisiva Generazione bellezza di Emilio Casalini, andate in onda su RaiTre nei giorni scorsi, ce l’hanno mostrato chiaramente.

Casalini ha mostrato alcune esperienze di successo. Ce ne sono molte altre, certo, ma nel ‘paese della bellezza’ si dovrebbero poter moltiplicare all’infinito. E lo stato dovrebbe incoraggiare questo tipo di creatività e impresa privata. Dovrebbe dar vita a un sistema dove creatività e impresa possano fiorire, ovviamente secondo regole precise che lo stato impone. In questo modo i tanti laureati in beni culturali che il ‘paese della bellezza’ ha illuso e oggi si trovano a mani vuote, potrebbero veramente mettere a frutto le loro conoscenze e capacità. Potrebbero mostrare davvero quanto valgono, e quanto sono capaci di rimboccarsi le maniche davvero.

Un circolo virtuoso

Serve insomma costruire un circolo virtuoso i cui semi ci sono già, e basterebbe metterli a sistema. Serve una dialettica più sana e produttiva tra pubblico e privato nel settore dei beni culturali. Così andremmo ben oltre le false promesse ai nostri laureati, e le loro attese per un posto che chissà quando verrà. Avremo meno candidati ai concorsi pubblici, sicuramente più motivati e preparati per i compiti specifici che si richiedono, e meno frustrazioni tra tutti.

I cambiamenti, però, non sono mai prodotti da una bacchetta magica. Serve un cambio di passo ‘dal basso’ che porti col tempo alla necessità di una riforma strutturale. Serve mettere in campo sempre più idee e imprese. Serve provarci, nonostante le oggettive difficoltà. Lamentarsi di fronte all’aula di un concorso pubblico è inutile e anche controproducente. Rimboccarsi le maniche, invece, contribuisce a innescare un cambiamento vero.

 

Articolo scritto con Carolina Megale

Autore

  • ​Tre passioni: il mondo antico, la scrittura, i viaggi. La curiosità e l’attrazione per ciò che è diverso perché lontano nello spazio, nel tempo o nel pensiero. La voglia di condividere con tanti le belle scoperte quotidiane. Condividerle attraverso la scrittura. Un solo mestiere possibile: la giornalista che racconta il passato del mondo. Scrive su temi di archeologia, comunicazione dei beni culturali, uso contemporaneo del passato, turismo culturale per i quotidiani La Repubblica e Il Sole 24 ore, e per diverse riviste italiane e straniere. Dirige il Magazine e il Journal di Archeostorie.

  • Archeologi si nasce! Il suo segreto è la faccia tosta, che usa per trovare finanziamenti per i suoi progetti, in tutti i modi possibili. L’altra faccia, quella nascosta, è segnata da anni di studio, dedizione e determinazione. Cerca di fare il suo mestiere in modo eclettico e di trasmettere a tutti, in aula, al museo e per strada, la passione per un passato che rivive nella nostra società.

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4 Commenti

  1. Silvia

    Parla un'”assistente alla vigilanza e accoglienza”, dottorata in archeologia, che indica tutti i giorni uscite e cessi in mille lingue. Tutto giusto quello che scrivete (Ciao Carolina!)…ma i datori di lavoro lo sanno?!!!
    Il giorno in cui sono stata assunta a fare la “custode istruita” mi è stato detto TESTUALI PAROLE: “A noi i primi della classe non piacciono, ricordatevi che siete custodi e custodi rimarrete, per concorrere a qualsiasi altra posizione in questa azienda dovrete licenziarvi prima”. E questo nel privato.
    Ma noi lavoriamo fianco a fianco con personale pubblico, e li le cose non cambiano: lavorano alla stessa posizione ministeriali che hanno a malapena la terza media, e altri che, giovani e bravi, solo dopo 10 anni di mera banalissima custodia sono stati “promossi”a fare qualcosa di vagamente archeologico. Un bel bagno di vita e un giusta prospettiva interclassista, ma anche tanto talento sprecato.
    Per mettere in campo le proprie idee si rimane ancorati ad assegni di ricerca brevi, associazioni, cooperative…ma il pane a casa si deve portare tutti i giorni, i mutui continuano a darli solo a contratti indeterminati e sopra un certo RAL. Per questo la nostra “generazione intermedia”, fatta da persone che sono entrate all’università con la passione e ne sono usciti delusi (almeno i giovanissimi “post-crisi”entrano già disillusi) si ritrova, ancora, ad anelare il “posto fisso”.
    Quindi, e concludo: è giusto invitare alla reazione e alla creatività, ma vi assicuro, per quel che vedo da anni, che l’ esternalizzazione dei servizi promulgata apparentemente per adeguarci all’ Europa, poco ha a che vedere con la carta delle professioni museali e lo “svecchiamento” della figura del custode tradizionale e tanto con il mercimonio del patrimonio….guarda caso servono sempre più “custodi”e sempre meno “menti” e i quesiti di stupida logica imperano.

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      Cara Silvia,
      conosciamo bene la situazione e sappiamo che tutto quel che dici è vero, verissimo.
      Capiamo illusione e disillusione, e pignatte che ogni giorno devono comunque andare sul fuoco. E’ ovvio che, in una situazione come la nostra, ci si aggrappa a tutto quel che capita. E sappiamo anche che molto spesso nel nostro paese gli “assistenti” non fanno quello che abbiamo descritto nel pezzo. Del resto, i requisiti per accedere a questo bando sono la prova evidente della poca attenzione che si è posta nel progettare un concorso simile (e di conseguenza della poca considerazione per il lavoro a cui dà accesso).
      Noi abbiamo solo criticato le lamentele che abbiamo sentito e letto in questi giorni. Non perché non riteniamo legittimo deplorare quanto sta accadendo alla Fiera di Roma, ma perché secondo noi sono ben altri gli argomenti da mettere in campo nella protesta.
      Bisogna protestare perché si metta in atto una politica dei beni culturali vera che crei un circolo virtuoso capace di offrire possibilità e lavori commisurati alle capacità e le conoscenze di ciascuno. Nel nostro paese questo dovrebbe essere possibile più che altrove, mentre lo è mille volte meno che altrove. Chiedere un posto fisso in più non risolve il problema. Dobbiamo batterci perché il problema si risolva. Perché la soluzione c’è, non è facile ma c’è. La dobbiamo pretendere

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  2. Annalisa Padovani

    Tutto giusto, per carità. Dare la giusta riconoscenza all’assistente alla vigilanza, che fa molto di più di quello che lascia trasparire il nome. E quindi è giusto sì, c’è bisogno di formazione, di conoscenza della materia, di idee…è per questo quindi che il concorso è stato aperto anche a semplici diplomati che nulla hanno studiato in merito ai beni culturali???? È questa la strada dunque?? E noi laureati dovremmo stare zitti e muti? È questo il vero dramma di questo concorso, che va anche a fortuna, si parte da una base in parte non qualificata quando invece dovrebbe essere imprescindibile. Saluti

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      Gentile Annalisa, nessuno ha detto che i laureati in beni culturali dovrebbero stare zitti e muti, anzi! Abbiamo detto l’esatto contrario e cioè che devono protestare e far valere le proprie ragioni. Ma quali sono queste ragioni? A parer nostro, devono battersi perché cambi il sistema. Solo in un sistema diverso, che riconosca la necessità di certe figure professionali, i molti (e necessari) laureati in beni culturali potranno davvero far valere le proprie competenze e capacità. Se le cose rimangono così come sono, ci saranno sempre pochi posti per migliaia di richieste, e tanti bravi laureati sfruttati dal pubblico come dal privato. Vuoi davvero che la gestione dei beni culturali nel nostro paese continui così com’è ora?

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