Oltre l’oro nero: perché il referendum sulle trivelle interessa tutti noi

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Referendum trivelle: il 17 aprile si decide sulle trivellazioni a 12 miglia dalla costa
Vietare di trivellare fino a esaurimento pozzo, o non vietare? Questo è il problema che ha scatenato i sostenitori dei Sì e dei No a darsi battaglia mediatica per suggerire agli italiani cosa votare (o non votare, dato che il Pd sta facendo campagna per l’astensione) alla consultazione popolare del prossimo 17 aprile. Una battaglia senza esclusione di colpi perché, da una parte e dall’altra, si è tirato in ballo di tutto: dal rischio di un’altra “Deepwater Horizon” (la piattaforma nel Golfo del Messico che nel 2010, a causa di un grave incidente, sversò in mare centinaia di milioni di litri di petrolio) nel Mediterraneo, al rischio di perdere migliaia di posti di lavoro qualora si smettesse di estrarre idrocarburi nelle piattaforme interessate. Ma, appunto, quante sono le piattaforme interessate? E cosa chiede il referendum? E soprattutto, perché anche a noi archeologi interessa?

Un passo indietro veloce, velocissimo. Il referendum si fa a causa del decreto-legge “Sblocca Italia”, che ha introdotto diverse modifiche in tema di permessi e concessioni per l’estrazione di idrocarburi, rafforzando il potere del governo a scapito di quello delle regioni. Ritiene infatti le trivellazioni opere “strategiche, indifferibili e urgenti” e consente perciò alle piattaforme di operare fino a esaurimento pozzo. Questo anche nelle aree più delicate, quelle entro le 12 miglia dalla costa, dove secondo le leggi del 2010 (dl Prestigiacomo) e del 2012 (dl “Misure urgenti per la crescita del Paese”) non si possono più dare concessioni.

Dieci regioni, ossia Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Liguria, Marche, Molise, Puglia, Sardegna e Veneto (ma di recente l’Abruzzo si è ritirato), hanno depositato sei quesiti referendari riguardanti la questione del depotenziamento degli enti locali, del piano delle aree, della durata delle trivellazioni, dell’urgenza delle ricerche. Viste le proteste, alcuni emendamenti allo Sblocca Italia presentati nella Legge di Stabilità del 2016 hanno fatto cadere 5 dei quesiti, eliminando le norme che consentivano al Governo di sostituirsi alle regioni, stabilendo che le trivellazioni sono “opere di pubblica utilità”, ma non “strategiche, urgenti e indifferibili”.

Referendum trivelle: il quesito sopravvissuto

“Volete che, quando scadranno le concessioni, vengano fermati i giacimenti in attività nelle acque territoriali italiane anche se c’è ancora gas o petrolio?”. L’ultimo quesito rimasto in piedi fa riferimento ai giacimenti di idrocarburi situati entro le 12 miglia marine (circa 22 chilometri dalla costa) che sono già in uso e che non sono stati toccati dalla legge del 2010 perché le concessioni erano state rilasciate prima di quella data. Non si parla né di nuove concessioni, né di smantellamento di vecchi impianti, né degli impianti oltre le 12 miglia, ma solo di non rinnovare le concessioni alle piattaforme che già stanno trivellando entro quel limite. Si tratta di 21 concessioni in tutto (dati Aspo), 17 che erogano gas e 4 petrolio, che rappresentano, secondo i calcoli di Legambiente, il 3% dell’intero fabbisogno nazionale per quanto riguarda il gas e meno dell’1% per il petrolio.
Se si raggiungesse il quorum (50% + 1  degli aventi diritto al voto) e vincessero i Sì, il legislatore non potrà più rimuovere il divieto di cercare ed estrarre idrocarburi entro le 12 miglia, e i procedimenti in corso dovranno essere chiusi alla scadenza.

Questo è quanto chiede il referendum. Ma né le ragioni del Sì, né quelle del no si fermano al solo quesito referendario. No. Perché sotto, da una parte e dall’altra, ci sono tante altre questioni.

Cosa dicono quelli per il No

Il ragionamento degli “Ottimisti e razionali“, comitato sorto contro il referendum e che vede al suo interno esponenti di Stradeonline.it, Associazione Italiana Nucleare, Nomisma e Assoelettrica, è il seguente: “se le piattaforme già ci sono e comunque continueranno a trivellare anche in caso di vittoria dei Sì fino al termine legale della concessione, perché volete fermarle?”. Secondo il comitato, fermare le trivelle vuol dire perdere posti di lavoro, diventare più dipendenti da petrolio e gas esteri, imporre la presenza di altre petroliere nei nostri mari, perdere le royalties. Gli Ottimisti sostengono anche che gli ambientalisti soffrirebbero della sindrome Nimby e che starebbero facendo molto rumore per nulla, visto che in Italia si trivella dagli anni Cinquanta, soprattutto a terra, senza che vi sia stata perdita di turismo (si sono fatti gli esempi di Rimini e Riccione).
In realtà: qualora vincessero i sì, i posti di lavoro si perderebbero in un caso fra due anni, in 5 casi fra cinque, negli altri casi fra 10-20 anni e riguarderebbero pochi operai specializzati (quindi non migliaia). In più, le piattaforme coinvolte farebbero capo a sole 21 concessioni (quelle offshore sono molte di più, così come quelle a terra). La politica energetica del Paese, senza quelle piattaforme, non subirebbe gran danno, considerato anche che la richiesta di petrolio e gas a livello nazionale è in calo (secondo dati MISE, nel 2014 la richiesta di energia espressa in tonnellate di petrolio equivalenti ha registrato un -3,8 rispetto al 2013, mentre la richiesta di gas era ai livelli del 1998), senza contare l’avanzamento esponenziale delle rinnovabili, il cui contributo sul fabbisogno era quasi del 39% nel 2014 (dati Terna).
E le royalties? Dipendono dalla qualità del petrolio (il nostro è scarso) e dal prezzo di mercato, molto fluttuante. Il Fai – Fondo ambiente italiano  ha inoltre fatto notare che con il mancato “election day”, auspicato per accorpare i costi del referendum e delle elezioni amministrative, si sarebbero già “bruciate” le royalties del petrolio di un intero anno, pari a circa 400 milioni.
Su una cosa i Razionali hanno ragione: non si può pensare di risolvere i problemi ambientali e paesaggistici del Paese impedendo qualche trivellazione, senza però rivedere anche i propri consumi e stili di vita energivori.

Cosa dicono quelli del Sì

Votare Sì al referendum è un atto politico, di pressione sul governo per chiedere di modificare una volta per tutte la rotta della strategia energetica del Paese. Qualcuno fa leva sul rischio incidenti, ma è praticamente impossibile che nel nostro mare accada un disastro come quello del golfo del Messico. Vi sono però già da tempo danni da trasporto di petrolio: il nostro Paese, comprese le piattaforme a terra, produce solo il 10% del fabbisogno. Il resto viene importato, e secondo Ispra dagli anni Settanta al 2010 le tonnellate sversate sono state oltre 300mila. Poi c’è il problema air-gun, il sistema a onde sonore utilizzato per la ricerca di idrocarburi in mare, che infastidirebbe i mammiferi marini (tra Liguria, Toscana, Sardegna e Corsica c’è un santuario dei cetacei); quello della pesca (secondo il rapporto Trivelle Fuorilegge di Greenpeace, per esempio, la maggior parte delle cozze raccolte in prossimità delle piattaforme e che poi finiscono sulle nostre tavole presenterebbero una contaminazione da idrocarburi); quello dei Siti di interesse comunitario, alcuni di essi troppo vicini alle trivellazioni. Coi dati emersi dal seminario “Trivellazioni: il punto di vista di Italia Nostra“, l’associazione ricorda agli elettori il rischio di subsidenza delle coste indotta dalle attività estrattive, oltre a quelli legati all’inquinamento del suolo, del sottosuolo e delle acque di falda nelle trivellazioni a terra.

A noi cosa importa

Mettere un punto fermo sulla questione delle 12 miglia vuol dire impedire futuri cambi di legge, almeno in teoria. Vuol dire quindi cercare di proteggere le nostre coste, quando la scadenza delle concessioni in atto lo consentirà. E vuol dire anche spostare l’attenzione dei cittadini sulle operazioni a terra, non sempre invisibili o nascoste, e non sempre “indolori” per il paesaggio e le persone. Da un reportage di Angelo Mastrandrea per Internazionale dello scorso agosto sulla Basilicata, che da sola produce il 70 per cento del petrolio italiano e ottiene una buona fetta di royalties, risulta che i lucani lamentano i danni al paesaggio, la puzza nei siti archeologici della Val d’Agri (come Grumento), la perdita di vecchi mestieri, come quello di arpista, l’aumento di patologie legate all’inquinamento.
Tutto questo non è direttamente collegato al referendum, ma fa capire come l'”oro nero” venga regolarmente preferito, perché ritenuto più strategico, all'”oro di pietra e di legno”, ossia alle testimonianze del passato e alla natura, che dovrebbero essere invece obiettivi di investimento per l’incremento del turismo. L’ultimo rapporto della Fondazione Univerde, presentato alla Bit 2016, sostiene che quasi la metà dei turisti italiani è alla ricerca di natura e bellezze storico artistiche. E secondo la stessa ricerca, queste ultime non vengono adeguatamente valorizzate né comunicate. Come noi archeologi, del resto, ampiamente sappiamo.

Tutto questo ci importa, e molto. Se dunque il referendum potrà aumentare la consapevolezza dei cittadini sul problema-trivelle, potrà contribuire a modificare in senso ecologico la politica energetica del Paese, e di conseguenza anche a valorizzarne le bellezze, allora non abbiamo dubbi: noi ci schieriamo con il Sì.

Autore

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    Archeo-giornalista e ambientalista convinta, vede il recupero della memoria e la tutela del paesaggio e del territorio come due facce complementari di una stessa medaglia. Scrive per raccontare quello che ama e in cui crede. Per Archeostorie, coordina la sezione Archeologia & Ambiente ed è responsabile degli audio progetti. Nel tempo libero (esiste?) scatta foto, legge e pratica Aikido. c.boracchi@archeostoriejpa.eu

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