Non solo Casamicciola: una frana a Ischia di quasi tremila anni fa

15 Dicembre 2022
Ricerche geo-archeologiche svelano un antico smottamento a sud del monte Epomeo a Ischia. Il monte è a rischio cedimenti da sempre

Il monte Epomeo è friabile. A dircelo non è solo la cronaca di queste ultime settimane a Casamicciola, a nord di Ischia, ma anche la storia geologica dell’isola che troverebbe riscontro nella narrazione delle fonti antiche. È un tentativo prezioso, quello di conciliare i dati della vulcanologia e della ricerca storica, poiché aiuta a comprendere meglio il presente inserendolo in un contesto più ampio di indagine e strettamente legato alla natura dei luoghi, oggi come ieri.

Una frana antica

Si parte da una scoperta, poco conosciuta ai non addetti del settore, che getta luce, questa volta, sul versante meridionale del monte (opposto a Casamicciola, per intenderci), dove avvenne una frana tra il 1000 e il 400 a.C., cioè tra l’epoca protostorica e l’età ellenistica.

A scoprirla sono stati i geologi marini nell’ambito di ricerche recenti che hanno portato a un interessante riesame dell’evoluzione del complesso vulcanico attivo, di cui l’Epomeo è il rilievo principale. Finora infatti le sue valutazioni si erano basate solo su prove terrestri.

La storia dettagliata della scoperta è riportata nello studio di un ricercatore dell’Istituto di scienze marine Ismar-CNR, Giovanni de Alteriis, pubblicato nel 2018 sulla rivista Oebalus – Studi sulla Campania nell’antichità.

È nel 1998 che, durante una spedizione oceanografica sui fondali del Tirreno, viene scoperto a sud di Ischia, lungo la scarpata continentale, un campo di circa 150 kmq di blocchi di forma allungata. Si tratta di una debris avalanche, frana di tipo catastrofico legata alla dinamica vulcano-tettonica e causata da un repentino cedimento sul fianco dell’edificio vulcanico. La peculiarità di tale avalanche è data dalla presenza di blocchi frutto della disintegrazione della massa rocciosa (il blocco maggiore, trovato a una distanza di 30 km dall’isola, raggiunge 180×200 metri).

Negli anni successivi, ulteriori esplorazioni hanno evidenziato che l’isola rappresenta soltanto la parte emersa di una dorsale vulcanica più ampia: mentre il fianco meridionale degrada rapidamente fino a circa 1000 metri di profondità, il fianco settentrionale si ancora alla piattaforma continentale a una profondità di soli 50-100 metri.

Inoltre, mentre sul fianco sottomarino a sud compaiono una o più nicchie di distacco che indicano avvenuti collassi di settore, i fianchi emersi e sommersi a ovest e a nord non mostrano evidenze di tali nicchie di distacco. Si è osservato, quindi, che la porzione di distacco sottomarina a sud, cioè al largo della spiaggia dei Maronti, a oltre 50 chilometri dalla costa, ha una forma a ferro di cavallo e si collega con quella lungo il fianco esposto meridionale dell’Epomeo (il quale, crollando, da allora ha assunto l’attuale e caratteristico profilo ad anfiteatro).

Tutti questi fattori confermano che, in epoca preistorica-storica, si sono verificati collassi strutturali sia nella parte emersa che in quella sommersa di Ischia, provocando imponenti avalanches. E che una frana catastrofica, forse accompagnata da un’eruzione, ha interessato il versante meridionale dell’Epomeo e la sua prosecuzione sottomarina. Vista l’enorme massa mobilitata, tale avalanche ha certamente innescato uno tsunami che ha colpito tutto il golfo di Napoli e si è propagato fino a buona parte delle coste campane.

Attraverso il metodo radiocarbonio la colata detritica meridionale è stata datata a un’epoca compresa tra il 1000 e il 400 a.C. Tale colata, tra l’altro, si trova al di sotto della caduta di ceneri e pomici riferibili alle eruzioni ischitane di Cava Bianca (IV secolo a.C.), del Cretaio (I secolo d.C.) e dell’Arso (1302 d.C.): tutte date e numeri che forniscono l’innegabile quadro di pericolosità dell’Epomeo dalla notte dei tempi.

L’isola di Ischia, dunque, sarebbe stata teatro di un violento flusso di detriti dal monte Epomeo poco prima o durante la colonizzazione greca in Occidente. Questo sostengono gli scienziati della Terra. E gli storici antichi? Ne hanno mai dato notizia?

La catastrofe di Ischia per gli storici antichi

“È assai probabile che la tradizione letteraria abbia registrato questo evento catastrofico” spiega lo storico Felice Senatore, direttore della rivista Oebalus e autore di un articolo sull’argomento pubblicato sulla stessa rivista sempre nel 2018. “Lo storico greco Strabone – continua Senatore – , nel capitolo V della sua Geografia dedicato a Pithekoussai, il nome dato dai greci ad Ischia, riporta una descrizione del IV-III secolo a.C. di un cataclisma con sismi, eruzione, frana e tsunami. Cita anche l’autore, lo storico Timeo di Tauromenio (Taormina) che colloca il fatto ‘poco prima dei suoi tempi’. Possiamo quindi immaginare che tale catastrofe risalga alla prima metà del IV o alla fine del V secolo a.C. E potrebbe essere la stessa recentemente documentata sui fondali a sud di Ischia”.

Ecco cosa dice esattamente Strabone: “Poco prima della sua epoca (di Timeo, ndr) il monte Epomeo al centro dell’isola, squassato dai sismi, vomitò fuoco e spinse al largo il tratto di terra che stava tra sé e il mare, mentre una parte del terreno, ridotta in cenere, fu lanciata in aria e ricadde come un turbine sull’isola, e il mare si ritirò di ben tre stadi (555 metri, ndr), ma ben presto ritornò indietro e con il riflusso sommerse l’isola e soffocò l’eruzione; il boato fece fuggire gli abitanti del continente dalla costa verso l’interno della Campania”.

La somiglianza dei fatti tra tale descrizione e la frana documentata dai geologi è sorprendente. E anche se il testo antico parla di fuoco, sappiamo però che l’associazione fuoco-terremoto è assai ricorrente nell’antichità, e che a volte il collasso di settore può depressurizzare la camera magmatica e innescare un’eruzione.

L’esperienza che non insegna

Il monte Epomeo è un blocco elevatosi di circa 800 metri negli ultimi 33mila anni attraverso terremoti, che sono i principali ma non gli unici fattori di innesco delle frane. È, infatti, la ripidità dei suoi versanti ad aumentarne l’instabilità, assieme ad altri fenomeni destabilizzati come la pressione esercitata dai gas intrappolati nel sottosuolo che rende fragile la roccia, e le piogge che, abbondanti in alcuni periodi dell’anno, saturano il terreno e danno vita a colate di fango.

L’Epomeo – illustra Senatore -, ribadiamolo, non è un vulcano, ma un fondale marino tufaceo sollevato dal magma sottostante. Ed è friabile. L’ultima tragedia avvenuta a Casamicciola apre ad alcune considerazioni storiche apparentemente lontane dal contesto attuale, ma che invece ci aiutano a capire meglio la spiccata attitudine alle frane dell’Epomeo”.

Le coltri di piroclasti inevitabilmente erodono e franano, a partire dai periodi di eccezionale piovosità, soprattutto dove la manutenzione e le opere di contenimento sono assenti o insufficienti.

Il susseguirsi di vari strati di roccia caratterizzati da diversa permeabilità – ribadisce lo storico – favorisce, durante le abbondanti piogge, smottamenti e precipitazione dei materiali a valle. Le frane si verificheranno sempre. L’esperienza ci consiglia di regimentare le acque per farle defluire fino al mare. E invece i canali sono spesso ostruiti”.

L’isola di Ischia è, dunque, suscettibile alla franosità, fenomeno risaputo ma spesso dimenticato: “La stessa cosa è successa a Sarno con l’alluvione del 1998. Però non si fa mai una seria analisi sulle ragioni del dissesto idrogeologico, né si spiega agli abitanti perché certi territori sono così fragili ed è un suicidio edificarvi senza aver pesato i rischi, e senza prevenirli quando possibile”.

Del resto nell’isola verde è ancora viva la memoria del terremoto del 1883 che ha lasciato traccia nel detto partenopeo “pare Casamicciola” quando si vuole indicare un grosso disastro. E anche quella del nubifragio del 1910.

“Il rischio – sintetizza Senatore – è strettamente legato all’antropizzazione. Quando non ci sono persone, non esiste alcun rischio. Per capirci, il vulcano in un posto sperduto non è pericoloso, è pericoloso perché ci siamo noi, soprattutto quando siamo superficiali o irresponsabili. La natura non la domini: se non trova spazi, li cerca da sé, a nostre spese”.

Mitigare la forza della natura non elimina dunque il rischio, che è connaturato al territorio, ma può prevenire i disastri umani. Lo suggerisce Timeo già più di duemila anni fa. E in una terra di vulcani come il nostro Paese, questo avvertimento non vale solo per Casamicciola.

Autore

  • Claudia Procentese

    Spesso mi chiedono come faccio a conciliare il lavoro di cronaca e inchiesta giornalistica con la passione e lo studio dell'archeologia. Non nascondo che alcuni, i ‘puristi’, storcono il naso. La loro domanda è: ma tu che vuoi fare nella vita? Cronaca. È stata cronaca. Noi siamo cronaca. Fare cronaca è dare una forma alla storia su cui inciampiamo tutti. E quella antica non è un catalogo di cocci, ma la ricerca viva di noi stessi.

Condividi l’articolo sui social

Lascia un commento

0 commenti

Lascia un commento!