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Mura greche di Vibo Valentia: sono davvero in pericolo?

4 Ottobre 2016
Dalla primavera scorsa polemiche e una pressante campagna mediatica combattono contro i lavori di ripristino della via Paolo Orsi di Vibo Valentia, sotto il cui tracciato è interrato un tratto delle antiche mura della città. Ma merita portarle alla luce o no? è un'operazione culturalmente ed economicamente sostenibile? E le polemiche Giovano a Vibo e alla regione tutta? Il punto di Archeostorie
Salviamo le mura greche di Vibo Valentia dall’interramento”, recita una petizione che il neocostituito Comitato pro mura greche ha indirizzato al Presidente della Repubblica, al Presidente del Consiglio e al Ministro per i beni culturali. Salviamole dalla volontà congiunta di Comune e Soprintendenza di interrarle sotto una colata di tubature e asfalto, cancellando con un colpo di spugna la gloriosa storia cittadina. Perché Vibo fu in antico la greca Hipponion e poi la romana Valentia: agli inizi del secolo scorso l’archeologo Paolo Orsi vi rinvenne due templi greci e un bel tratto di 500 metri delle poderose mura di cinta. E proprio a Paolo Orsi è dedicata la breve via che conduce al cimitero cittadino, una classica via ottocentesca fiancheggiata da due filari di cipressi. Via che ripercorre il tracciato di un segmento di mura ed è fiancheggiata per un breve segmento da inequivocabili blocchi di arenaria, ma in tanti anni nessuno si è mai peritato di vincolarla. Neppure dopo che nel 1993 indagini geofisiche e carotaggi hanno confermato quel che si sapeva da sempre. Perché in realtà il tratto imponente e meglio conservato delle mura è un altro, quello per l’appunto scavato da Orsi che si trova all’interno di un’area archeologica accessibile dalla suddetta via. Un’area fino a ieri pressoché abbandonata che presto però, in virtù di un finanziamento europeo di circa 3 milioni di euro, assieme ad altre importanti testimonianze della Vibo antica diventerà il Parco Archeologico Urbano di Hipponion-Valentia.Perché dunque tanto clamore attorno al viale dei cipressi? Perché dal febbraio scorso fervono i lavori di ripristino e messa in sicurezza della strada, travolta nel 2006 da un’alluvione che la fece franare in più punti e la rese parzialmente inagibile. Il progetto dei lavori comprende infatti non solo il rifacimento della carreggiata ma anche del sistema di scolo delle acque che giungono dal piazzale del Cimitero e sfruttano la pendenza della strada per giungere a valle. Ma, scavando, sono naturalmente venuti alla luce alcuni tratti delle mura. Risultato prevedibile, si dirà. Tuttavia quando nel 2012 il progetto giunse finalmente in Soprintendenza per il nulla osta di competenza, non si prescrisse alcun lavoro di archeologia preventiva ma la sola assistenza archeologica in corso d’opera. Decisione forse comprensibile se si pensa che negli anni la frana ha pesato molto nella vita dei cittadini visto che a ogni pioggia, a causa della mancata regimazione delle acque, le abitazioni a valle venivano allagate. I lavori insomma si dovevano fare al più presto.
mura greche Vibo Valentia

Area archeologica delle Mura greche di Vibo Valentia © Wikimedia Commons

Eppure si è giunti a febbraio 2016: i lavori sono iniziati con la presenza di un archeologo incaricato dal Comune, con il compito di segnalare eventuali rinvenimenti alla Soprintendenza. E al primo colpo di ruspa nella parte franata, sono emersi subito dei blocchi di arenaria dall’andamento semicircolare, probabili resti di una delle torri circolari della cinta. Gli scavi furono sospesi in attesa di approfondimenti, e si trasferì il lavoro in un altro tratto di strada dove doveva essere posizionato il tubo per lo scolo delle acque, ma emersero altri blocchi di arenaria. Altra sospensione. E così per altre due volte. Così alcuni cittadini entrarono nel cantiere scattando foto e girando video della trincea e dei saggi aperti, e pubblicando tutto su una pagina Facebook. Si parlò di distruzioni, demolizioni, muri ricoperti da tubi e da cemento. Mentre la Soprintendenza assicurava che nessun tratto di mura era stato demolito per il passaggio del tubo, e nessuna struttura muraria era stata coperta. Al contrario, in ogni tratto di mura rinvenuto si stava progettando un ampliamento dell’indagine archeologica.

Mappa Vibo Valentia

Mappa di via Paolo Orsi e delle mura greche, dalla pagina Facebook del Comitato pro Mura greche di Vibo Valentia

Dopo interrogazioni parlamentari e un esposto alla Procura della Repubblica di Vibo, in aprile giunse in città Gino Famiglietti, allora Direttore generale per l’archeologia del Ministero ma anche Soprintendente archeologo per la Calabria. Firmò con il Comune un verbale che prescriveva le indagini di archeologia preventiva in corso d’opera, e rimandava la decisione sul da farsi in base al loro esito. Così i lavori proseguirono scoprendo altri tratti di muro di cinta, e conseguentemente si alzarono ancor più alte le voci di chi chiedeva che le “nuove” mura rinvenute non venissero reinterrate. A settembre si costituì il Comitato per chiedere di studiare un percorso alternativo per la via del cimitero e di includere la ultime scoperte nel costituendo Parco archeologico. Mentre, al contrario, Comune e Soprintendenza studiavano soluzioni per deviare il percorso del tubo in modo da non danneggiare le mura: per concludere insomma i lavori documentando le scoperte e ponendo finalmente il vincolo con competenza, ma poi ricoprendole, almeno temporaneamente (vedi i comunicati qui e qui).

Così si è giunti a oggi con due fazioni che si affrontano. Ma la domanda fondamentale è: Vibo possiede le risorse per cancellare una strada storica dall’urbanistica della città, inventare e sistemare un nuovo percorso per accedere al cimitero, creare nuovi accessi alle proprietà esistenti su via Paolo Orsi, rimuovere e spostare i sottoservizi della via (Enel e acquedotto, che negli anni pare abbiano intaccato pesantemente le mura), eseguire uno scavo archeologico di tutta la strada in estensione con metodo stratigrafico, restaurare e consolidare le strutture rinvenute, pensare a eventuali coperture e a un nuovo sistema di regimazione delle acque, realizzare un idoneo impianto di illuminazione e di videosorveglianza, un nuovo percorso di visita con relativa pannellistica, e chissà che altro si renderà necessario? Probabilmente no, o almeno non al momento. In futuro magari si potrà, redigendo con calma un progetto ponderato e da tutti condiviso. Nel frattempo, forse è davvero preferibile conservare e tutelare al meglio i tratti di mura individuati – peraltro tutti di modesta entità, limitati alle fondamenta o poco più – e completare la strada al più presto con interventi reversibili. E pensare magari a un percorso virtuale che anticipi e accompagni il visitatore all’area archeologica delle Mura greche. Salvare insomma la conoscenza, ma al contempo riportare la via al suo sano decoro.

È del resto una prassi abituale, quando si rinvengono tracce d’antico in aree urbane. Non sempre è possibile o merita conservarle a vista, anche perché la conservazione ha un costo che la nostra società spesso non è in grado di sostenere. Perché dunque lanciare appelli e proclami, invece di trovare con il dialogo una soluzione che metta d’accordo la cittadinanza intera? Il dialogo ha prevalso per esempio a Capo Colonna, dopo che per mesi le polemiche avevano infiammato gli animi. Ci auguriamo che avvenga anche a Vibo. Tuttavia oramai, anche se la soluzione si dovesse trovare, la voce si è sparsa ed è quella che rimane poi impressa nell’immaginario collettivo. Tutti noi oggi quando si parla di Capo Colonna immaginiamo una colata di cemento, e mura urbiche devastate quando si nomina Vibo. Ciò non giova di certo all’immagine delle città e della regione tutta. La Calabria non merita questo. La denuncia è uno strumento legittimo ma va usato con ponderazione. In un mondo come il nostro dove basta nulla per accendere scintille, rischia di diventare un autentico boomerang.

Autore

  • ​Tre passioni: il mondo antico, la scrittura, i viaggi. La curiosità e l’attrazione per ciò che è diverso perché lontano nello spazio, nel tempo o nel pensiero. La voglia di condividere con tanti le belle scoperte quotidiane. Condividerle attraverso la scrittura. Un solo mestiere possibile: la giornalista che racconta il passato del mondo. Scrive su temi di archeologia, comunicazione dei beni culturali, uso contemporaneo del passato, turismo culturale per i quotidiani La Repubblica e Il Sole 24 ore, e per diverse riviste italiane e straniere. Dirige il Magazine e il Journal di Archeostorie.

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