Il corpo della voce: una mostra che invita a indagare le nostre capacità vocali

    Il corpo della voce Demetrio Stratos
    Demetrio Stratos esegue i “Sixty-Two Mesostics Re Merce Cunningham” di John Cage allo spazio Fiorucci di via Torino, Milano, settembre, 1977 Foto Roberto Masotti. Lelli e Masotti Archivio. Courtesy 29 ARTS IN PROGRESS gallery © Roberto Masotti

    S’intitola Il corpo della voce ed è una mostra (a Palazzo delle Esposizioni a Roma fino al 30 giugno) molto particolare perché invita ad ascoltare più che a vedere. E attraverso le imprese di chi ha indagato le capacità vocali umane fino ai limiti dell’impossibile, induce ogni visitatore a conoscere meglio la propria voce, e in fondo a conoscere meglio se stesso.

    Conosci te stesso

    È strano che tutti noi riteniamo indispensabile mantenere in buon esercizio il nostro corpo, ma non esercitiamo mai la voce. È come se corde vocali, cassa di risonanza e diaframma non esistessero per noi. Solo i professionisti della voce, come i cantanti e gli attori, la esercitano. Per tutti gli altri è lo strumento che produce parole, o poco più.

    Eppure, la voce “è un comportamento motorio, non è qualcosa che abbiamo ma che facciamo”, come ha detto il responsabile della parte scientifica della mostra Franco Fussi. E gli organi che emettono la voce non sono diversi da tutti gli altri: anche loro si mantengono in migliore salute se esercitati a dovere; se considerati innanzitutto come emissari di suoni, quali sono in realtà, prima che di parole. Suoni che lasciano trapelare i nostri stati d’animo. E proprio al suono è orientata la ricerca dei tre ‘campioni’ di cui in mostra si narrano le storie: Carmelo Bene, Cathy Berberian, Demetrio Stratos.

    Prima però la mostra analizza la voce dal punto di vista fisiologico. Nella sua carnalità. Attraverso video e pannelli sicuramente troppo lunghi e specifici ma, durante i weekend, anche attraverso esercizi di gruppo di riscaldamento vocale che ogni visitatore è invitato a sperimentare. Brevi assaggi del metodo di addestramento vocale Linklater consentono infatti a tutti di percepire i percorsi che la voce fa all’interno del proprio corpo, e individuare gli ostacoli alla propria libera espressione.

    È un esercizio indispensabile per capire il significato e il valore degli esperimenti vocali che si vedranno e si ascolteranno poi. Ed è anche utile valutare il timbro della propria voce attraverso gli strumenti messi a punto dall’Istituto di scienze e tecnologie della cognizione del Cnr di Padova che negli anni Settanta del secolo scorso (quando si chiamava Centro di studio per le ricerche di fonetica) ha lavorato assiduamente con Demetrio Stratos per valutare potenzialità e limiti della voce umana.

    Il corpo della voce Cathy Berberian
    Cathy Berberian in posa per Stripsody, fotografia con firma autografa, 1966-68
    Collezione Cathy Berberian, Fondazione Paul Sacher, Basilea

    Il corpo della voce: Stratos, Berberian, Bene

    La ricerca di Stratos si è allargata anche alle vocalità arcaiche e alla valenza quasi magica della voce in molte culture. Mentre la phoné di Carmelo Bene mirava a raggiungere un limite di comunicazione teatrale, un ‘rumore’ che, proprio perché privo di senso specifico, potesse essere compreso da molti grazie al suo tono, all’intensità, alla modulazione, al ritmo. E i virtuosismi di Cathy Berberian hanno fatto sognare molti compositori di musica contemporanea, oltre a lei stessa.

    La mostra è ricca, anzi ricchissima. Di video, immagini, documenti, partiture originali, e soprattutto file audio che non è proprio possibile ascoltare tutti. Anche gli esperimenti dei tre ‘campioni’, descritti fin troppo nel dettaglio, non si possono seguire tutti. Però rimane la magia della scoperta di una nostra facoltà primaria, così immateriale e così corporea al tempo stesso. Rimane l’ammirazione per chi ha saputo studiare e sperimentare oltre ogni limite umano, con risultati davvero sorprendenti.

    Rimane anche l’idea che tutto ciò è stato possibile solo grazie alla diffusione, già nella prima metà del Novecento, di strumenti elettronici che hanno consentito di registrare, riascoltare, manipolare la voce a piacimento. Di riconoscerla proprio nella sua dimensione sonora e darle autonomia. I tre ‘campioni’ sono dunque l’apice di un trend avviato di fatto dalle avanguardie artistiche novecentesche.

    Il corpo della voce Carmelo Bene
    Carmelo Bene, Hommelette for Hamlet, 1988
    Ph. Tommaso Le Pera

    La voce nei musei

    Ma perché noi di Archeostorie ci siamo interessati a una mostra sulle potenzialità della voce? Perché da qualche tempo ci stiamo lavorando molto, e non solo con i podcast affidati alle sapienti mani (e alla bella voce) di Chiara Boracchi. Stiamo partecipando a diversi progetti di comunicazione museale per la realizzazione di audioguide, videoguide, installazioni complesse.

    Perché oggi non si va più al museo per stare soli in contemplativo silenzio, ma per sperimentare nuovi modi di pensare e vivere. Per ‘dialogare’, in senso reale o figurato, con le idee proposte dal museo. Oggi dunque al museo la parola, fino a ieri bandita, sta invece assumendo un valore importantissimo.

    Però devono essere parole giuste – cioè una comunicazione adeguata – e in questo noi ce la mettiamo tutta per ideare i progetti più calzanti e innovativi, e scrivere le parole più utili e incisive. Ma devono essere anche parole espresse nel modo giusto. Invece, nella nostra esperienza, non sempre le voci scelte erano quelle giuste e gli attori ingaggiati erano all’altezza. Abbiamo insomma capito che in questo la comunicazione museale odierna è ancora un po’ acerba, che non ha ancora dato il giusto valore all’interpretazione.

    Eppure l’interpretazione è tutto, perché un testo letto male perde buona parte del suo senso, e non dialoga più con l’apparato informativo a cui appartiene; soprattutto non dialoga con gli oggetti in mostra che dovrebbe descrivere e spiegare. Uno dei lavori più impegnativi della scrittura è proprio individuare il ‘tono di voce’ giusto. Se poi chi dà voce alla scrittura non coglie proprio quel tono, o sceglie un ritmo non pertinente, vanifica il lavoro di tutti.

    In comunicazione ogni aspetto è importante, e il dialogo tra i professionisti di tutti i settori è fondamentale. Come accade nel cinema, nel teatro, nella pubblicità, così deve accadere anche nei musei che nella loro parte espositiva – non ci stancheremo mai di dirlo – sono anch’essi luoghi della comunicazione. Sarà ancora lunga la strada per raggiungere tale consapevolezza. Ma noi abbiamo fiducia, e continuiamo a fare il nostro mestiere di ‘copy’ per i musei, certi che prima o poi il dialogo tra noi e i performer (e non solo) diventerà prassi abituale.

     

    Il corpo della voce. Carmelo Bene, Cathy Berberian, Demetrio Stratos
    a cura di Anna Cestelli Guidi e Francesca Rachele Oppedisano
    Roma, Palazzo delle Esposizioni, via Nazionale 194
    fino al 30 giugno 2019
    info: www.palazzoesposizioni.it

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