Father and Son: videogame o esperienza emozionale?

2 Marzo 2018
Con 2milioni di downloads in dieci mesi, Father and Son, il videogame prodotto dal Museo archeologico di Napoli, è indubbiamente il fenomeno mediatico dell’anno. La nostra analisi

Ha tenuto banco per settimane la notizia dello straordinario successo di Father and Son, “il primo videogioco al mondo pubblicato da un museo archeologico”, come giustamente sottolinea il claim della efficacissima campagna di promozione sottesa a tutta l’operazione. Le cifre parlano da sole: 2 milioni di download in 10 mesi, traduzioni in 7 lingue, con altre versioni (fra cui il napoletano) in arrivo. E in preparazione per maggio, uno spettacolo teatrale ispirato al videogame. Non c’è dubbio: è il fenomeno mediatico dell’anno, e non solo in campo archeologico. L’operazione messa in campo dal Museo archeologico nazionale di Napoli, per la cura di Tuo Museo, è sicuramente vincente.

Incuriosito sono partito anche io in questo affascinante viaggio fra passato e presente, e dopo una buona ora sono riemerso da un mondo incantato, che per certi versi mi ha appassionato ma che mi ha lasciato anche con qualche dubbio e una buona dose di interrogativi.

Father and Son: cosa mi è piaciuto

Al di là di pregi e difetti del gioco in sé, di cui dirò fra poco, la nota veramente innovativa dell’operazione Father and Son è la sua promozione inappuntabile, che non tralascia alcun aspetto, sia nel prodotto che nel servizio. Presenza attiva sui canali social, attenzione costante ai feedback sugli store, cura meticolosa nel monitoraggio di cifre e metriche: su questi punti si stabilisce un punto di non ritorno, in termini di qualità, per ogni futura iniziativa di promozione digitale del patrimonio culturale. E, vale la pena ricordarlo, non è affatto un aspetto secondario.

Infatti il problema della manutenzione, conservazione e gestione dei beni culturali non dovrebbe riguardare solo il patrimonio in sé, ma estendersi anche alle attività e ai prodotti di valorizzazione e fruizione, e soprattutto a quelli digitali, troppo spesso ancora legati a soluzioni episodiche, sperimentali, prive di un’analisi costi-benefici e di un reale monitoraggio. Ognuno di noi potrebbe portare più di un esempio di insostenibilità digitale del patrimonio, almeno in Italia.

A questo importante elemento di innovazione direi metodologica, se ne può accostare un altro sul piano di stili e contenuti: lo sdoganamento di un linguaggio creativo contemporaneo, innovativo e lieve. In un istante lo stile visuale di Father and Son fa giustizia di decenni di affannosa ricerca della correttezza formale e del fotorealismo a tutti i costi, che hanno avvelenato l’archeologia virtuale e con essa buona parte della comunicazione archeologica. E ci teletrasporta nel presente, a quel concetto di presentazione del patrimonio culturale che la Convenzione di Faro chiede a tutti di mettere al centro della propria attività, comunicatori ‘digitali’ compresi.

Qui su Archeostorie lo abbiamo detto mille volte: il digitale in archeologia deve essere anche e soprattutto un supporto alla creatività. Vedere la semplicità con cui in Father and Son si passa da una città viva alle sue rovine senza indulgere su precisione e accuratezza, beh, è più di una soddisfazione. Vederlo poi a Pompei è quasi un’eresia: una splendida eresia.

Father and Son, la copertina

Father and Son, la copertina

Che cosa mi ha destato dei dubbi

Il grande successo e l’onda mediatica mi hanno portano sugli store con grandi aspettative, prontamente confermate alla prima apertura: l’estrema cura di realizzazione, il già citato stile, la facilità d’uso e i comandi semplici e intuitivi mi avvolgono immediatamente. Ma dopo pochi minuti una domanda mi inizia a ronzare in testa: che cosa devo fare? Cerco una risposta nelle diverse azioni disponibili. Niente. Poi, dopo dieci minuti che percorro Napoli a destra e a manca, a piedi o in motorino, mi siedo e mi rialzo, mi affaccio al balcone e rientro in casa, inizio a domandarmi se sto sbagliando qualcosa.

La stessa sensazione mi assale quando mi rendo conto che i dialoghi a bivi, beh, proprio a bivi non sono. Rimango così sospeso in un mondo bello e affascinante che rischia però di restare un puro esercizio di stile, in cui tutti gli strumenti così abilmente creati non risultano pienamente espressi. Io l’ho giocato tutto (non sono a Napoli e quindi non ho potuto sbloccare i contenuti extra) e alla fine della partita devo confessare che parte dell’incanto iniziale era scomparsa, soprattutto a causa di un’interazione lenta e monotona.

In assenza di vere e proprie svolte nell’azione, l’incanto delle bellissime ambientazioni svanisce, e lascia spazio alla sensazione (un po’ frustrante per la verità) di sentirsi incanalati in un flusso predeterminato, una visita guidata alla quale è impossibile sottrarsi. Innovativa, affascinante, virtuale, ma sempre guidata. Anche l’aspetto conoscitivo e didattico rimane ai margini di questo tour fra passato e presente, affidato, mi sembra di capire, alle schede descrittive di alcuni oggetti del museo e ad alcuni dei dialoghi fra i personaggi.

Father and Son, per le vie di Napoli

Father and Son, per le vie di Napoli

Per concludere

Quel che Father and Son sa fare benissimo è stregarti, davvero, come quando il Vesuvio inizia a eruttare, il countdown corre inesorabile e tu capisci che non ti rimane niente da fare. Emozione pura, direi inaspettata, soprattutto su mobile, anche grazie a un audio curatissimo, che però rischia di essere poco valorizzato (io ne ho fruito appieno perché ho giocato in cuffia).

Da questo punto di vista Father and Son è un esempio perfetto di uso intelligente delle tecnologie e della creatività come strumenti di promozione. In questa prospettiva i dubbi sulla effettiva giocabilità rimangono tutto sommato sullo sfondo, se si considera il merito di aver contribuito ad alzare l’asticella della ‘qualità’ delle produzioni e ad affermare il ruolo della ‘creatività’ come linguaggio altrettanto se non più importante delle tecnologie nel campo della presentazione del patrimonio culturale.

Qualità e creatività, due concetti fondamentali, soprattutto in funzione di uno scenario (quello di Faro) che spinge a incrementare le potenzialità inclusive della comunicazione culturale, aprendo le porte all’interazione e ovviamente, anche al gioco e al videogioco, oltre il formalismo e il nozionismo dominanti.

Forse allora è proprio qui il problema: nella parola ‘gioco’ attribuita a Father and Son che, almeno per la mia generazione, lascia immaginare altro. Probabilmente non va considerato un gioco, ma una nuova esperienza di fruizione dei beni culturali: emozionante e inedita, e soprattutto lontana anni luce dallo sterile fascino del classicismo digitale cui siamo ormai ahimè assuefatti ogni volta che si parla di comunicazione digitale dell’archeologia.

Autore

  • Giuliano De Felice

    Archeologo, certo. A essere precisi, ricercatore universitario. Che dopo essersi sentito domandare per la millesima volta “Bello, che cosa hai scoperto oggi?”, inizia a capire alcune cose: per esempio che l’archeologia, quella vera, archeologi a parte, non la conosce nessuno; ma anche che irritarsi non vale, perché quella domanda rivela un vero desiderio di conoscenza. E allora l’archeologia prova a raccontarla: usando parole ma anche immagini, video, suoni e animazioni. Quello che oggi chiamiamo multimediale, ma che in fondo è da sempre semplicemente fantasia.

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