#boycottmanels, perché senza donne non c’è futuro

    #boycottmanels, ovvero boicottiamo i panel tutti al maschile. Perché le decisioni importanti per il mondo si devono prendere con le donne

    G7 Biarritz #boycottmanels
    Foto di gruppo del panel allargato al G7 di Biarritz (Francia), agosto 2019

    Avete presente le belle foto di gruppo dei panel internazionali, quelli dove si decidono le sorti dell’umanità? G7, G8, G20, summit sugli argomenti più caldi del pianeta. Avete mai visto donne? Poche, pochissime. Una o due al massimo, se va bene. #boycottmanels (cioè gli all male panels) è un movimento che vuole ribaltare questa situazione, chiedendo a tutti, donne e uomini, di rifiutarsi di partecipare a incontri con una presenza femminile nulla o risicata. Promosso dalla manager culturale Patrizia Asproni, avrà il suo battesimo oggi alle 15 a Firenze al Teatro della Pergola. Con la benedizione di L’eredità delle donne, il festival fiorentino ideato da Serena Dandini.

    Perché #boycottmanels

    Non ci sarò e mi dispiace. Moltissimo. Perché bisogna agire, e farlo al più presto. Non ho mai avuto troppa simpatia per le cosiddette quote rosa, convinta che ai vertici debba giungere chi merita, indipendentemente dal sesso. Però a questo mondo i vertici sono sempre più maschili, e non sempre per merito. Viviamo da millenni in un mondo dalla mentalità maschile dove un uomo anche se sta zitto è rispettato e ha potere, mentre una donna il rispetto se lo deve conquistare a fatica. È una delle lezioni che ho appreso da mia mamma sin da bambina. Ed è vera, verissima.

    Per questo, ora più che mai, #boycottmanels è una lotta sacrosanta. La voce delle donne deve sentirsi forte e chiara. È giunto il tempo di ribaltare la visione maschile del mondo che ci ha portati sin qui. Di imporre una visione più aperta all’altro e al diverso qual è quella femminile, come ho già scritto su questo Magazine qualche giorno fa. L’aggressività della visione maschile del mondo sta mostrando i suoi lati oscuri in termini di finanza, tutela ambientale, nazionalismi, razzismi, maschilismi. Serve un’inversione radicale di rotta. Ora stiamo cominciando a capirlo. E le donne che ragionano al femminile, e non hanno introiettato gli schemi maschili, sanno come fare.

    Donne e vita

    Una rivoluzione l’hanno fatta già: la più grande rivoluzione dell’umanità è molto probabilmente opera delle donne, o ispirata dalle donne. Parlo della rivoluzione neolitica, di quel momento in cui gli esseri umani hanno smesso di vivere di caccia e raccolta e vagare per il pianeta, e hanno cominciato a coltivare i campi e allevare gli animali, e a fissare stabilmente la propria dimora. Senza la sedentarietà, e la costruzione di comunità sempre più grandi e complesse, non esisterebbe nulla di quel che conosciamo. È stato un balzo cognitivo immenso.

    Perché le donne? Me l’ha ricordato un libro dell’archeologo Lorenzo Nigro, Gerico. La rivoluzione della preistoria (Il Vomere, 2019, pp. 192 con 105 ill., euro 15). È una sorta di racconto che accosta le scoperte dell’archeologia moderna alle grandi scoperte del neolitico, così come si sono manifestate in un luogo veramente speciale, “la città più antica al mondo”.

    Non potrei scrivere meglio di come ha fatto Lorenzo: “L’uomo del Paleolitico deve uccidere per sopravvivere. L’uomo del Neolitico deve generare la vita per vivere. Riuscire a controllare la pulsione ad uccidere e trasformarla al contrario in una forza generatrice è stata la più grande rivoluzione umana. È avvenuta dentro la mente, come un grande passo di autocoscienza e di assunzione di responsabilità, e niente mi leva dalla testa che sia stata la donna ad avere concepito la necessità del superamento della pulsione ferina a favore di quella riproduttiva. Non si trattava più di sopravvivere, ma di vivere, generare, prendersi cura e moltiplicarsi. Un obiettivo realizzato oltre ogni aspettativa dalla nostra specie, grazie alla donna” (pagina 52).

    È solo un’idea ma è molto probabile. Perché la straordinaria crescita demografica della società neolitica è basata proprio sulla funzione riproduttiva delle donne e della terra, che non a caso è concepita come madre-terra. E’ basata sulla famiglia che ha nella madre il proprio fulcro. È molto probabile, anche se non dimostrabile, che la famiglia degli albori del neolitico fosse una famiglia matriarcale. In fondo, le molte statuette di dee madri neolitiche rappresentano proprio questa potenza femminile, e la sacralità del mistero della riproduzione.

    E poi?

    Poi però, in un secondo tempo, non si sa quando e sicuramente con un processo lungo e complicato, l’uomo prende il sopravvento, sia materialmente che ideologicamente. Il tutto è sicuramente connesso con una sempre più marcata differenziazione dei ruoli. L’uomo, negli oggetti che porta con sé nella tomba così come nelle pitture murali, è inequivocabilmente collegato con l’esercizio della forza, come dimostra anche un recente studio di archeologi dell’Università di Siviglia pubblicato sull’European Journal of Archaeology.

    L’uomo diventa insomma il capo della famiglia che si occupa di proteggere, del villaggio che deve difendere. E la sua naturale pulsione alla violenza che prima sfogava nella caccia, poi la scatena per difendere la propria terra o conquistare le terre più fertili altrui. Si diffondono insomma il maschilismo e la guerra, e forse anche la violenza fine a se stessa.

    La storia qui raccontata è molto sommaria e ipotetica, ma quel che conta è l’idea. Conta dire che, come osserva anche Nigro, ogni epoca e ogni comunità fa delle scelte e dei progressi, e ha in questo delle responsabilità di fronte alla storia: deve fare le scelte migliori. A Gerico, e forse ovunque nel mondo all’alba del neolitico, le hanno fatte: hanno scelto la vita che genera vita, hanno scelto la via femminile. Allo stesso modo oggi, nel nostro mondo, sono sempre più convinta che la via femminile sia la scelta migliore, se non l’unica percorribile. #boycottmanels non è solo una rivendicazione sacrosanta, è guardare con lungimiranza al futuro dell’umanità.

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