Nubifragio a Baratti: the day after

All’indomani del nubifragio a Baratti la resa dei conti sul patrimonio archeologico.

Nubifragio Baratti, casone
Baratti, acqua e fango al Casone. Foto: Carolina Megale

Mercoledì 28 ottobre una bomba d’acqua si è rovesciata sul promontorio di Populonia e sul golfo di Baratti devastando intere porzioni di un territorio che, come un funambolo, cerca da decenni l’equilibrio tra natura, archeologia e sviluppo turistico.

Le prime notizie sono arrivate da Facebook, fotografie e video della violenza con cui la natura stava travolgendo Baratti. Dalle colline si vedevano scorrere fiumi d’acqua, fango e pietre che sradicavano tutto quello che incontravano, e corsi d’acqua straripanti che scavavano nuovi alvei per arrivare al mare. Si vedeva la strada bloccata per il crollo di un ponte, e poi frane, smottamenti e voragini ovunque. E la furia della pioggia trasformata in ondate che rovesciavano barche, panchine e cassonetti. Una devastazione.​
la spiaggia dopo il nubifragio a Baratti del 28 ottobre
Nubifragio a baratti: la spiaggia dopo il 28 ottobre
L’intervento delle istituzioni è stato immediato. Da subito mezzi e uomini sono stati messi al lavoro per rimuovere il fango, ripristinare la viabilità, restituire la corrente elettrica e l’acqua agli abitanti, mettere tutto – temporaneamente – in sicurezza. La stima dei danni è lunga. I tecnici sono ancora a lavoro.

Chi vive a Baratti ha il cuore a pezzi. Nonna Maria Ulivelli, 89enne di Baratti, ripete come un mantra: “Così tanta pioggia, in così poco tempo, a Baratti non c’era mai stata, mai” e poi il pensiero vola ai turisti, “e meno male non è successo d’estate…chissà quanti morti”. Meno male, si riparte con il bicchiere mezzo pieno.
Ma si riparte da dove? Dal nostro passato, dal patrimonio archeologico, da quei monumenti che troppo spesso ci ostiniamo a difendere dagli uomini mentre la natura, altrettanto spesso, alla cieca devasta.

La resa dei conti sul patrimonio archeologico

Per capire l’entità dei danni al patrimonio archeologico ho accompagnato per due giorni Andrea Camilli, funzionario responsabile di Populonia per la Soprintendenza Archeologia della Toscana, durante i sopralluoghi sul territorio. Nostro campo base era la Direzione scavi della Soprintendenza sul Poggio della Porcareccia.

Nubifragio a Baratti: i siti del territorio
Carta dei principali siti archeologici di Populonia (elaborazione Francesco Ghizzani Marcìa presso Museo etrusco di Populonia Collezione Gasparri), particolare
Il primo giorno abbiamo battuto la spiaggia di Baratti. Partendo da ovest, alle pendici del piano delle Granate (vicino al ristorante La Perla), frane e smottamenti hanno portato giù i rivestimenti di pietra delle tombe a pozzetto della prima età del Ferro (IX secolo a.C.). Con noi c’era Matteo Milletti, archeologo collaboratore della Soprintendenza, che qualche anno fa aveva scavato e documentato l’interno dei pozzetti: i cinerari erano già stati salvati, il loro posizionamento cartografico registrato, le pietre che rivestivano i pozzetti documentate. Di fatto, quindi, non abbiamo perso alcun dato, sono crollate alcune pietre, ma – per fortuna – non sono emerse nuove tombe. La Soprintendenza era stata previdente, andiamo avanti.
Nei pressi del fosso delle Casine la violenza dell’acqua ha riportato alla luce quello che in gergo si chiama il “paleosuolo”, ossia il piano di calpestio antico, forse riferibile all’età del Bronzo. Interessantissimo. Ad accorgersene è stato Giorgio Baratti, archeologo indipendente che da anni conduce ricerche scientifiche sulla Baratti protostorica e che proprio la scorsa settimana stava concludendo l’annuale campagna di scavi sulla spiaggia con gli studenti dell’Università di Milano. È chiaro che in questo caso sarebbe necessario intervenire, raccogliere il maggior numero possibile di dati e documentare il contesto con cura. Camilli prende nota.
Poco prima del Podere Casone, alla foce del Fosso di Valgranita, il passaggio impetuoso dell’acqua ha messo in luce una struttura in blocchi di arenaria e un tratto di strada romana. Dopo il Casone, lungo la sezione del pratone, uno smottamento ha fatto emergere alcuni scheletri riferibili a tombe di età ellenistica (IV-I secolo a.C.). Qui, dopo la segnalazione di Andrea Camerini (fotografo di questo reportage) alla Soprintendenza, sono intervenuti fulminei gli archeologi dell’Università di Milano, coordinati da Giorgio Baratti, che hanno eseguito lo scavo e rimosso gli scheletri di quattro individui.
Proseguendo lungo il golfo, il sito archeologico della Villa romana non ha subito grossi danni, mentre il tratto compreso tra il Fontino (vedi video) e il Ficaccio è stato devastato da frane e smottamenti che hanno messo in luce sepolture, adesso a rischio di crollo. ​
Con Camilli arriviamo fino al sito del Ficaccio dove lo scorso agosto la Soprintendenza Archeologia è intervenuta con uno scavo d’emergenza, in collaborazione con il Comune di Piombino. Doveva essere rimossa una tomba a sarcofago scoperta nel 2011 e a rischio distruzione a causa dell’erosione, delle mareggiate e delle frane. Due sono le considerazioni che Camilli registra: da un lato, il tratto scavato e ricoperto dopo la rimozione dei sarcofagi (al momento dell’apertura dello scavo, infatti, ne sono emersi due, entrambi rimossi) è l’unico che ha retto all’impeto dell’acqua; dall’altro, se la tomba non fosse stata rimossa, l’avremmo trovata distrutta e dispersa in mare e sulla spiaggia. Come al Poggio delle Granate, la Soprintendenza ha anticipato il disastro.
La spiaggia adesso è disseminata di reperti archeologici, frammenti di ceramica dipinta, piccoli manufatti in bronzo e ossa. Il personale della Soprintendenza raccoglie quello che può, qualche cittadino consapevole raccoglie i reperti e li consegna ai custodi, altri li raccolgono come souvenir e se li portano a casa. Fiorenza Ulivelli, figlia di nonna Maria, ha visto alcune persone che nascondevano dei pezzi, le ha fermate, ha detto loro di posarli, che non si fa, è un reato, ma a loro non è interessato, se ne sono andati col “bottino”, macabro ricordo di una duplice devastazione.
La giornata di sopralluoghi è terminata alle pendici del promontorio di Populonia. Lungo il tratto iniziale della strada che porta al Castello, la banchina laterale adesso è un fosso che conserva sul fondo e in sezione strutture antiche, lacerti di muri mai visti prima: una piccola fortunata scoperta.
Torniamo alla base, Camilli lascia trasparire un po’ di stanchezza: “È stata una devastazione, ci vorranno tanti soldi e interventi mirati, dobbiamo documentare e mettere tutto in sicurezza. Non sarà facile”.
nubifragio a Baratti: i danni
Nubifragio a Baratti: in alto voragine e smottamento lungo la spiaggia, in basso la strada per Populonia
Il secondo giorno è stata la volta dei Parchi Archeologici gestiti dalla Società Parchi Val di Cornia S.p.a.. (Baratti-Populonia, San Quirico e Acropoli). I sopralluoghi sono stati effettuati dagli operatori della “Parchi” coordinati dalla direttrice Silvia Guideri.
I monumenti più colpiti sono stati gli edifici industriali, dove sono crollate porzioni dei muri, e la via della Romanella (il sentiero che collega Baratti a Populonia) spazzata via dall’acqua che ha creato voragini profonde fino a 2 metri.
Le tombe a tumulo, l’edicola dell’Offerente e i sarcofagi delle necropoli di San Cerbone e del Casone non hanno subito danni strutturali evidenti; le tombe erano allagate e coperte di fango ma integre, così come la necropoli delle Grotte. Più complessa è invece la situazione al Conchino e al Poggio della Porcareccia dove alcune tombe a tumulo hanno subito lesioni significative. La più compromessa è la tomba dei Flabelli che presenta sensibili avvallamenti del tumulo e il distacco di alcune lastre. Al Monastero di San Quirico sono stati registrati alcuni crolli di media entità. Sull’Acropoli, pochi crolli circoscritti. Ovunque fango e detriti.
Gli interventi più imminenti riguardano la risistemazione dei percorsi di visita, dilavati e ricoperti di fango e pietre, e delle recinzioni che proteggono le aree archeologiche: al Parco di Baratti sono andati distrutti oltre 350 m di rete e i cinghiali si stanno rimpossessando del sito.
Nel pomeriggio siamo saliti al Castello di Populonia. La strada è in pessimo stato: molte banchine laterali hanno ceduto, muretti di contenimento sono crollati. Deve essere messo tutto in sicurezza. Al Castello il resoconto dei danni è stato stilato da Ottavio Gasparri insieme agli archeologi della Società Periplo Turismo e Cultura che gestisce i servizi culturali del borgo. Qui a far danno non è stata l’acqua ma il temporale, i fulmini, le scariche elettriche.
Un fulmine ha colpito la torre medievale danneggiando alcuni tratti delle pareti interne, il pavimento della parte più alta e mandando completamente in tilt l’impianto d’illuminazione (inaugurato l’estate scorsa). Le scariche elettriche hanno fatto saltare l’impianto in tutto il borgo, al parcheggio e al Museo etrusco, dove è stato necessario intervenire d’urgenza. Alcuni fondi commerciali erano allagati e l’acqua corrente è mancata per un paio di giorni. La situazione qui è grave.I sopralluoghi per me terminano all’Area Archeologica di Poggio del Molino, il promontorio che chiude a nord il golfo di Baratti. Qui è in corso di scavo (Comune di Piombino e Università di Firenze) e restauro (Fondazione RavennAntica) un insediamento di età romana (II secolo a.C. – V secolo d.C.): non registro alcun danno evidente, né crolli né lesioni, solo tanta acqua ovunque, ma il fango per fortuna si spalerà.
nubifragio a Baratti: i danni
Da in alto a destra in senso orario: crolli agli edifici industriali, crolli lungo la strada per Populonia, la via della Romanella e reperti archeologici sulla spiaggia di Baratti
Giunge dunque il momento di quantificare i danni e pianificare gli interventi. La stima presentata dalla Parchi Val di Cornia, per le infrastrutture di sua competenza, è di € 150.000,00. Per ripulire sentieri e monumenti dal fango lancia l’hashtag #sulemanicheperbaratti che chiama a raccolta tutti coloro che vorranno partecipare alle giornate di scavo. La stessa cifra emerge dal computo fatto dalla Soprintendenza per la messa in sicurezza e il ripristino del patrimonio archeologico danneggiato.
Ho molta fiducia nelle istituzioni che operano su questo territorio, ma ancora di più ne ho nelle persone che lo vivono, lo amano e lo vogliono proteggere. Le cose da fare sono tante, tutte importantissime. Ho perciò scelto di sostenerne una, piccola ma significativa: “È GIÀ TUO. Non raccogliere i reperti”, una campagna di comunicazione attraverso pannelli esplicativi che illustrino a turisti e visitatori le norme di comportamento di fronte al ritrovamento di oggetti antichi (raccogliere reperti archeologici è reato!). L’idea è di Andrea Camilli e la realizzerà l’Associazione culturale Past in Progress che io presiedo. Per contribuire a questa iniziativa potete dunque contattare direttamente l’Associazione, info@pastinprogress.net, o effettuare una donazione con causale “È già tuo” sul c/c di Past in Progress presso Banca Prossima, IBAN IT35W0335901600100000017222. Grazie a tutti.

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