Rifare a mano i Bronzi di Riace

Con uno straordinario esempio di archeologia sperimentale, un’équipe giapponese di storici dell’arte e artisti sta provando a replicare le procedure seguite in antico per realizzare i Bronzi di Riace. Tra tecnologie moderne e recupero di tecniche antichissime

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Rifare a mano i bronzi di Riace
Rifare a mano i bronzi di Riace
“La teoria non basta. Se vogliamo capire davvero come sono stati fatti i Bronzi di Riace, la strada è una sola: rifarli. E rifarli a mano”. Questo hanno pensato, ma soprattutto fatto, gli esperti dell’équipe giapponese di Koichi Hada, lo storico dell’arte greca dell’Università delle Arti di Tokio che studia da sei anni le due meraviglie bronzee custodite al Museo nazionale di Reggio Calabria.
Nel team nipponico, finanziato dal governo giapponese (in particolare dalla Japan Society for the Promotion of Science), non ci sono solo scienziati ma scultori, fonditori e restauratori come Takashi Matsumoto e Hirotake Kurokawa, docenti all’Università di Belle Arti di Musashino.Perché proprio i Bronzi? Perché sono le opere antiche “con il più forte ‘appeal’ in Italia” (secondo un recente sondaggio commissionato dal Mibact), ma anche quelle con la carta d’identità più lacunosa che esista: basti pensare che si attende ancora la pubblicazione completa dell’ultimo restauro realizzato tra il 2009 e il 2012. E poi molti sono gli interrogativi ancora aperti: erano guerrieri o eroi? Venivano da Argo o da Atene?  E lo scultore era Pitagora da Reggio o Hageladas?  Ma soprattutto: come sono stati fatti?L’équipe giapponese è tornata per l’ottava volta a Reggio Calabria la scorsa settimana. Un simposio all’Università di Messina, e poi una conferenza al Museo di Reggio Calabria, sono state le occasioni per comunicare quel che ha finora ha realizzato. Ed è sbalorditivo. “Abbiamo ricostruito a mano, in argilla, i modelli di partenza dei Bronzi di Riace, a grandezza naturale. E poi in fonderia abbiamo riprodotto e colato, con la tecnica antica, il piede destro del Bronzo ‘A’, cioè il ‘Giovane’ dei due Guerrieri”.
Inizia così il racconto di Koichi Hada. Per farci scoprire come, dopo aver studiato in ogni dettaglio le due statue, abbiano infine messo tutto assieme (foto, osservazioni, appunti, disegni e dati) per entrare in un laboratorio e indossare i panni che furono di Pitagora o di Hageladas. “Abbiamo voluto ripercorrere esattamente ciò che l’artista originale ha fatto con le sue mani 2500 anni fa in Grecia, ma sfruttando anche alcune tecniche d’arte giapponesi, per agevolarci nel lavoro”, continua Hada.

Bronzi di Riace: ecco come ha lavorato l’équipe giapponese

E per far capire meglio cosa sia successo in laboratorio, ci mostra le esclusive immagini dell’esperimento. “Abbiamo ricostruito a mano i corpi dei modelli su cui, secondo noi, furono fatti i Bronzi di Riace, con le misure originali al millimetro. Il professor Takashi Matsumoto ha creato prima l’ossatura interna delle statue e poi le ha ricoperte di argilla, a mano. Ogni tanto, per prevenirne l’essiccazione, le ha bendate con stoffe bagnate, proprio come si faceva un tempo. Abbiamo consultato centinaia di fotografie perché per noi l’osservazione è un punto fondamentale. I primi modelli in argilla che abbiamo realizzato sono crollati su se stessi, ma non ci siamo persi d’animo. Da una prima grossolana modellazione, lo scultore Matsumoto ha continuato a rifinire l’argilla fino a dare il volume che le statue hanno a grandezza naturale. E per fare questo abbiamo utilizzato delle semplici sagome di carta”.
“Non abbiamo voluto far uscire il nostro modello da una stampante 3D, pur avendo i dati della scansione che ci aveva fornito la soprintendente Simonetta Bonomi. Quei dati li abbiamo usati solo come guida per ricostruire il modello a mano. Altrimenti non avremmo capito nulla di cosa l’artista aveva fatto. Le stampe 3D stavano dietro i modelli in costruzione, a fare da guida all’artista. Matsumoto, guardando le stampe e seguendo i profili delle sagome, rilevando le misure esatte della circonferenza ogni cinque centimetri, è riuscito a dare al modello in argilla la sua forma originale. Alla fine ha rifinito i dettagli con lo scalpello: sterno, pettorali, ombelico, muscoli. Non è stato semplice, ma siamo soddisfatti”. Il risultato è impressionante. Fedele. Bellissimo.

Hada continua: “Senza Matsumoto non saremmo arrivati a niente. Abbiamo ricostruito prima il modello del Bronzo A, il Giovane, e poi quello del Vecchio. La seconda volta è stato più facile, grazie all’esperienza maturata. In B abbiamo anche abbozzato la testa e le braccia. Ma soprattutto, abbiamo potuto osservare tutte le differenze tra le due statue: nel Vecchio, ad esempio, c’è un taglio di saldatura importante all’altezza della coscia alta che nel Giovane non c’è”. E’ un particolare che era già stato rilevato durante il restauro italiano pubblicato nel 1984, ma secondo noi non si tratta di una semplice differenza rispetto al Giovane, bensì un dettaglio che indica il perfezionamento della tecnica della saldatura. Come è avvenuto anche nel caso del piede.”

Ecco allora come l’artista avrebbe lavorato, secondo la ricostruzione dell’équipe giapponese: “La ricostruzione manuale ha permesso di incorrere in tutte le difficoltà che lo scultore originale ha trovato a suo tempo nel fare i Bronzi, mostrandoci che alcune vie non erano percorribili. Per sostenere l’argilla, pesante circa 250 chili, e resistere alla deformazione e all’urto durante la modellazione, ci vogliono barre di ferro robuste, una base solida e un sostegno su cui appoggiare la schiena della statua. Malgrado l’appoggio solido che abbiamo costruito, spesso la statua è caduta comunque o l’argilla modellata si è deformata.
E neppure le barre di ferro rimaste dentro le statue originali, secondo noi, avrebbero potuto fornire condizioni di stabilità tali da consentire all’artista di realizzare un modello alto due metri, rifinirlo nel dettaglio, per poi ricoprirlo di cera e di un altro strato di argilla o terra per cuocere poi tutto insieme, come si fa con la tecnica diretta. Per questo secondo noi i Bronzi furono realizzati con la tecnica indiretta, perché è molto più agevole ed economico fare un modello e ricavarne poi dei calchi che consentono di giungere a fondere le statue con maggiore facilità”.
“Queste osservazioni empiriche sono avvalorate dalle indagini endoscopiche realizzate nel laboratorio di restauro dei Bronzi a Reggio Calabria dagli esperti dell’Istituto centrale per il restauro e della Soprintendenza. Ma anche dallo studio degli indizi interni e dei dettagli venuti fuori dallo svuotamento dalle terre di fusione fatto dagli esperti italiani negli ultimi anni.”

Mentre parliamo con Hada, lo scultore Mastumoto tiene in mano il piede del Bronzo A. Lo ha realizzato nella fonderia dell’università di Belle Arti di Musashino. Lo scultore continua a inciderne vene e particolari, tintinnando sul metallo. “La primavera prossima saremo di nuovo in Italia per studiare le terre di fusione in maniera più approfondita – anticipa Hada – ma il nostro intento è quello, entro quattro anni, di realizzare interamente le statue, fare la fusione e scoprire come furono realizzati i dettagli più difficili come occhi, bocca, denti. Per cominciare abbiamo già fatto la fusione del piede destro di A. Volevamo capire infatti – ci dice mostrandoci il piede in cera e quello in bronzo –  perché l’artista ha scelto di lavorare separatamente alcune zone del corpo delle statue, e come ha rifinito le ‘parti di taglio’. Infatti il piede della statua è tagliato a metà dorso e non in altri punti, e solo il dito medio del piede, e non altri, è lavorato a parte e poi saldato in seguito al piede. Una complicazione apparente che doveva però avere una sua ragione. Per comprenderla, dovevamo cominciare tutto da zero”.

“In laboratorio abbiamo costruito il modello del piede in cera, e poi abbiamo fatto la saldatura a colata di bronzo, in forma ovale, applicata al piede destro del Giovane. Per osservare le pratiche originali, siamo andati fino in Nepal, dove ancora si pratica questa tecnica come in antico. La fusione è stata realizzata quest’anno da Takashi Matsumoto in fonderia. Ha fatto due tipi di colate: una a mantello aperto e una a mantello coprente, quest’ultima con la tecnica della cera persa. Per il dorso ha accostato le due parti da unire e le ha coperte di cera mista a grasso di animale, su cui poi ha colato il bronzo. Invece per il dito medio del piede, ha usato la colata a mantello aperto. Abbiamo poi dovuto capire quale fosse la posizione esatta di ingresso del bronzo fuso. Dopo vari tentativi, molti errori e aggiustamenti, abbiamo capito, ad esempio, che la fusione avveniva con il corpo della statua eretto”.

“La saldatura a colata era essenziale per la scultura greca, e quella in forma ovale era la prediletta. Si lasciavano vuoti ovali sulle due parti da unire, e lì si colava il bronzo. Dopo vari tentativi siamo riusciti a ottenere il piede con la stessa forma e curvatura dell’originale. Anche noi, come l’artista antico, abbiamo dovuto correggere il tiro. Un piede era schiacciato, in un altro si evidenziavano bolle o segni che la statua originale non rivelava. Alla fine abbiamo capito: l’artista lavorava a parte i piedi e il dito perché ciò permetteva di creare forme con grande rifinitura dei dettagli, e usava la saldatura ovale perché permetteva una perfetta aderenza tra le parti, senza bolle e senza alcun segno esterno, ma soprattutto perché era una garanzia di resistenza e di tenuta nei punti più delicati della scultura dove si concentrava maggior peso. Senza questi accorgimenti, insomma, la statua si sarebbe praticamente rotta. I punti di taglio erano scelti anche per poter modellare bene l’argilla e poi rifinire il bronzo della pianta del piede: sarebbe stato difficile farlo col piede attaccato al resto del corpo. Dopo questa scoperta, e avendo già individuato le altre parti di taglio, ora sarà molto più facile ricreare gli altri dettagli e saldarli bene alla statua.”

L’équipe giapponese è ora tornata a casa, ma il simposio tenuto in Italia ha aperto due nuove strade: la collaborazione con l’Università di Messina, ed in particolare con il docente Daniele Castrizio, e quella con il Museo di Reggio Calabria, diretto da Carmelo Malacrino. C’è la volontà comune di comunicare i risultati delle ricerche fatte, di far “parlare” finalmente i Bronzi, anche per chi non è esperto ma vuole sapere di più di questi capolavori, spesso solo estaticamente venerati ma scarsamente conosciuti.
“Speriamo che il ministero italiano voglia investire in questa ricerca – conclude Hada nel salutarci – Il finanziamento attuale ci consente solo di lavorare fino a dicembre, poi continueremo come “volontari” finché potremo e ne avremo la forza. L’obiettivo rimane quello di ricostruire per intero le statue così come le fece l’artista in origine. Perché crediamo che solo rifacendo la ‘procedura’ originale, potremo capire qualcosa di più”.

Corrado Alvaro diceva che “I calabresi vogliono essere parlati”. Anche l’archeologia, diciamo così, vuole essere “parlata”. Le sperimentazioni e le idee giunte dal Giappone saranno in futuro oggetto di confronto, ma intanto ci hanno raccontato una storia affascinante, visiva, emozionante.
Una storia viva come lo scultore Matsumoto che impasta argilla e bagna stoffe, accende la fornace e fonde il bronzo, e sa portarci con sè nella sua avventura. Una storia che ci ha fatto vedere e quasi ‘toccare con mano’ i Bronzi. Ora sono meno freddi, anche per noi.

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  1. […] 23 aprile 2016 by Giovanna Baldasarre C’è un dato innegabile da cui partire quando si parla dei Bronzi di Riace: in pochi decenni le statue venute dal mare sono diventate due delle opere d’arte antica più […]

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