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I divi di Riace

23 Aprile 2016
Riflessioni e proposte sul buono e cattivo uso dei Bronzi di Riace in un libro edito da Donzelli a cura di Settis e Paoletti
C’è un dato innegabile da cui partire quando si parla dei Bronzi di Riace: in pochi decenni le statue venute dal mare sono diventate due delle opere d’arte antica più famose al mondo, come i Marmi del Partenone o la Venere di Milo. Le ragioni di questo incredibile successo sono presto dette: l’estremo pregio delle statue, peraltro in bronzo e non in marmo come la maggior parte degli originali greci giunti sino a noi; il concetto di bellezza classica che incarnano associato all’immagine di virilità e forza che emanano; e poi l’alone di mistero che da sempre le avvolge e che ha da subito fatto presa sulla fascinazione popolare. Se gli archeologi non avessero abdicato al loro ruolo di comunicatori ancor prima che custodi dell’arte antica, probabilmente sarebbero riusciti a sfruttare a loro vantaggio questi elementi per orientare le reazioni e i comportamenti del pubblico, ed evitare quella deriva commerciale e innegabilmente kitsch che i due Bronzi hanno poi avuto.

“Sul buono e sul cattivo uso dei Bronzi di Riace” Donzelli

È attorno a questo assunto di base che ruotano i contributi contenuti nel libro Sul buono e sul cattivo uso dei Bronzi di Riace curato da Salvatore Settis e Maurizio Paoletti e pubblicato da Donzelli. Una varietà di riflessioni, in alcuni casi venate di amara ironia, che, ripercorrendo a ritroso la storia dei Bronzi, provano a gettare luce su cosa ha funzionato e cosa no nei meccanismi della tutela, e sul ruolo, spesso fallimentare, giocato in tutta la vicenda dalle istituzioni.
Un libro che si configura come una pubblica ammenda da parte di quanti avrebbero dovuto fare in modo che i Bronzi diventassero l’occasione per educare i cittadini a una fruizione consapevole del patrimonio culturale nazionale più che al consumo commerciale dello stesso. Ma al di là delle colpe dei singoli, perché, viene da chiedersi, queste riflessioni e ammissioni giungono con più di trent’anni di ritardo?

I Bronzi di Riace: la scoperta

Se – scrive Salvatore Settis – gli archeologi avessero prestato maggiore attenzione alla folla radunata sulla spiaggia di Riace in quei giorni di metà agosto del 1972, probabilmente avrebbero avuto da subito sentore di quanto entusiasmo e clamore suscitassero quelle due statue negli animi dei cittadini. In realtà la scoperta parve inattesa e prodigiosa anche agli occhi degli stessi specialisti, ma l’urgenza di ripulire le superfici dei Bronzi dalle concrezioni e sottoporli a restauro prevalse, all’epoca, sulla necessità, ritenuta colpevolmente secondaria, di guardare alle due statue come capolavori dell’arte classica e “prodigiose sopravvivenze di un’arte (quella della scultura in bronzo) quasi del tutto divorata dal tempo e dall’avidità degli uomini”.

Il giovane subacqueo Stefano Mariottini fotografato sorridente il 16 agosto del 1972 vicino al Bronzo B.

Fu un grave errore che si ripeté nel 1981 quando, ultimato il restauro, i due Bronzi furono esposti prima al Museo Archeologico di Firenze e poi al Quirinale a Roma. In quei giorni concitati di code lunghissime di cittadini desiderosi di vedere da vicino i due capolavori, e di grande attenzione mediatica in tutto il mondo, gli archeologi ancora una volta tacquero, sbigottiti e increduli di fronte a un successo che bollarono come incolto e barbarico, quasi un irrazionale ritorno a un gusto del passato ormai desueto. E a fronte della sete di racconti e informazioni da parte del pubblico, pubblicarono solo un opuscolo con qualche foto a colori: troppo poco perché quella ammirazione assolutamente “acritica” e “intuitiva” si trasformasse in consapevolezza radicata del valore culturale, storico e artistico delle due statue.

Ciò che è davvero mancato in quegli anni e poi nei decenni a venire – aggiunge Mario Torelli in un’analisi che è forse riduttiva ma esemplificativa dei gravi errori di comunicazione fatti – è stato un vero e proprio dibattito scientifico tra gli archeologi che, al di là del problema dell’identificazione dei soggetti, si interrogasse sullo stile delle statue e sulla temperie artistica in cui sono state create. Nessuno fu davvero capace, allora e dopo, di spiegare al grande pubblico che quei due enormi bronzi venuti dal mare altro non erano che eroi, come quelli citati nei versi dei tragici greci.
Non erano dunque essenze oscure come la folla, lasciata a digiuno di notizie e dei più elementari strumenti interpretativi, fu portata a credere. Essi furono di fatto sviliti a simboli di una cultura materiale d’alto rango e come tali esposti ai desideri e alle aspettative di molti, per fortuna sempre scongiurate, di vederli in movimento da una kermesse all’altra, dal G8 della Maddalena all’Expo, nel tentativo patetico di offuscare con la loro incredibile fama i reali problemi del patrimonio culturale italiano e annullare con l’effetto sorpresa il pensiero critico degli italiani.

I Bronzi di Riace: qual è il buon uso?

Ma allora qual è – si chiede Maurizio Paoletti e gli fa eco Simonetta Bonomi – la “funzione propria dei Bronzi”? Il buon uso inizia laddove cessa il cattivo uso, e comincia soprattutto dalla capacità di valorizzare le due statue come parte integrante di un patrimonio, le straordinarie collezioni del Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria, che andrebbe reso appetibile mediante mirate e intelligenti operazioni conoscitive e promozionali.
In quest’ottica i Bronzi dovrebbero in qualche modo fungere da brand culturale capace di attirare il pubblico nel Museo e introdurlo a un percorso espositivo capace di fugare la sua proverbiale distrazione e propensione al selfie più che al godimento diretto.

La stessa sala in cui i Bronzi sono esposti – aggiunge Carmelo Malacrino, nuovo direttore del Museo di Reggio Calabria – dovrebbe essere meglio predisposta per accogliere i visitatori e iniziarli a un’esperienza conoscitiva ed emotiva unica. Un’illuminazione “più calda e drammatica”, per esempio, sarebbe in grado di smorzare l’ambiente asettico in cui le due statue sono immerse e di valorizzare i particolari anche minimi delle superfici metalliche.
Ma forse, al di là dell’illuminazione – verrebbe da aggiungere –, servirebbe un organico e strutturato piano di comunicazione, fuori e dentro il Museo, capace di raccontare ai visitatori, adulti e bambini, l’incredibile vicenda artistica e storica delle due statue e trasmettere la sensazione, durante i venti minuti di visita, di non essere fuori dal tempo ma immersi nella cultura, nella bellezza, nell’epopea della Grecia del V secolo. Un’esperienza immersiva che non si concluda tra le sale del museo ma continui anche fuori e generi, per un effetto a catena, attenzione e interesse verso un territorio, il suo passato e il suo patrimonio.

Quello curato da Settis e Paoletti è un libro intriso più di amarezza che di ottimismo, da cui emerge l’immagine di un sistema, quello dei beni culturali italiani, che per troppo tempo ha sofferto di mancanze e disattenzione, lungaggini burocratiche e inutili polemiche, che hanno precluso ai cittadini la possibilità di riappropriarsi del proprio patrimonio non come un insieme di feticci da venerare ma come strumenti di definizione della propria identità.
C’è stato un mutamento di rotta? I segnali d’oggi inducono a crederlo ma sono ancora troppo pochi. Che ci possa essere davvero un cambiamento e una reale rinascita per i Bronzi di Riace, come per le numerose altre opere e monumenti nostrani, al momento c’è solo da augurarselo.

Autore

  • Fino a qualche anno fa era un’archeologa come tante, divisa tra scavo e ricerca. Poi ha provato a unire le sue passioni: l’archeologia, i libri, la didattica. E allora è diventata un’archeologa che scrive storie, che si sporca le mani di terra assieme ai bambini, che ogni giorno s’inventa il modo per comunicare a grandi e piccoli la bellezza del nostro patrimonio.

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