Ulisse di Sperlonga: siamo tutti naviganti

Pensieri profondi di Ulisse che acceca Polifemo, nella Villa di Tiberio a Sperlonga. In realtà guarda i visitatori d'oggi, e vede tanti compagni di viaggio

Ulisse Sperlonga
Testa di Ulisse dal gruppo che rappresenta Ulisse che acceca Polifemo. Da Villa di Tiberio a Sperlonga, I secolo d.C. Ora al Museo archeologico di Sperlonga - via Wikimedia Commons

Respiro l’aria salmastra a pieni polmoni. Per un attimo mi sento a casa. La salsedine che si attacca alla pelle e alla barba ormai lunga, la lieve brezza marina che gioca con le ciocche dei miei capelli e il richiamo placido dei gabbiani, mi sono familiari come l’abbraccio di una moglie, il balbettare incerto di un figlio.

Cerco di scacciare questo pensiero, la mia sposa e il mio bambino lontani, una casa vera in cui non metto piede ormai da troppo tempo. Rivedo i loro visi, i capelli profumati di Penelope in cui affondavo le dita, gli occhi sorridenti del mio Telemaco quando sentiva la voce del papà. Ricordi dolci e dolorosi nello stesso momento…

Il richiamo acuto e improvviso di un gabbiano mi riporta di colpo al presente. Basta, ora la mia casa è questa: il pavimento in assi di legno consumate, il cielo stellato come soffitto notturno, le pareti disegnate dalle vele che si gonfiano al vento, il dondolio ritmico della nave.

In piedi a prua, scosto dagli occhi un ricciolo scompigliato dall’aria di mare e scruto l’orizzonte, cercando di distinguere qualcosa… Ancora niente, in lontananza aleggia una sottile foschia. Cosa nasconderà? Altre prove, pericoli, il conforto di uno sguardo amico? O forse, finalmente, il profilo irto della mia isola?

Meglio non farsi illusioni, per il momento. Distolgo lo sguardo dalla linea dell’orizzonte e fisso la sala dove è esposta la mia scultura, in questi giorni desolatamente vuota. Di solito qui si raduna un po’ di gente, come nell’agorà di una piccola cittadina: onde vive di persone che si infrangono contro la mia statua come sulla prua della nave.

Alcuni mi infastidiscono, mi camminano a fianco indifferenti, con la testa china sullo smartphone… A volte vorrei urlarlo, a quelle persone dallo sguardo perennemente fisso a terra: ma non la sentite la nostalgia per un orizzonte ampio? Alcuni mi osservano incuriositi dalla mia ricerca continua della patria a cui tornare; altri si fermano, come avvinti dal canto di sirene invisibili…

Li guardo fisso negli occhi e sento che in fondo siamo simili, che anche loro nel profondo stanno cercando qualcosa, chissà cosa… Sono loro il mio equipaggio, i compagni del mio lungo errare. Amici, vi aspetto, il nostro viaggio continua.

Autore

  • Archeologa e cacciatrice di storie. Laureata in Lettere classiche e Archeologia all’Università degli Studi di Milano, un corso di alta formazione in editoria d’arte presso il museo Maxxi di Roma, due passioni: l’antico e le parole. Si occupa di scrittura ed editing, con particolare interesse per la divulgazione culturale. Ama immergersi nella bellezza del passato per respirare a pieni polmoni il presente.

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1 commento

  1. Mi sono immerso, è il caso di dirlo scrivendo di Odisseo, ancora una volta nell’Odissea.
    Letta più volta negli ultimi 55 anni, dopo gli studi, mi rimetto al fianco del mitico navigatore e geniale personaggio creato da Omero.
    Navigatore a vela dall’età di 13 anni, condivido il gusto della salsedine con il grande eroe stratega e padre di famiglia, allontanato dagli dei, come sempre colpevoli, dalla sua isola-patria.
    Grazie per la lettura e le piccole verità, fuori dai denti, del figlio di Laerte.

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