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Colosseo sfregiato: servono davvero le barriere contro i vandali?

17 Gennaio 2017
Vandali al Colosseo. Si moltiplicano gli attacchi al nostro patrimonio culturale. E come sempre si invocano più sicurezza, barriere più alte e pene più severe. Ci sarebbe però un’alternativa fatta di coinvolgimento, partecipazione, educazione: una seria politica culturale, che oggi non si contempla neppure più. E il rischio che si corre è altissimo
Ci risiamo. Anche ieri un angolo della capitale è stato deturpato. Addirittura il Colosseo, per l’ennesima volta: si è usata la vernice nera per scrivere ‘morte.’ Morte al Colosseo, la morte del Colosseo. E se muore (cade) il Colosseo, muoiono anche Roma e il mondo intero, come profetizzò il Venerabile Beda. Pare quasi così, perché atti come questi sanciscono la morte lenta del vivere civile. E a dare una mazzata dopo l’altra non sono solo i colpevoli dell’atto, ma anche gli amministratori che reagiscono minacciando muri e pene. Ieri si è tornati a parlare di zona rossa attorno al Colosseo, una zona tecnologica e senza muri, ma l’idea non cambia. Quasi fossimo uno Stato di polizia.
colosseo sfregiato

Colosseo sfregiato dai vandali. Foto © Libreriamo

Quello di ieri è stato un vero atto di vandalismo, diverso dagli sfregi all’elefante del Bernini in piazza della Minerva, o dalle lordure su Scalinata di Spagna. Però la reazione è sempre la stessa: punire i colpevoli, inasprire le sanzioni dei reati contro il patrimonio culturale, erigere muri e barriere per proteggere le nostre bellezze da un vandalismo diversamente inarrestabile. Abbiamo rischiato persino la recinzione di Scalinata di Spagna dopo il restauro, perché non si rovini subito troppo. Ma è una scalinata cittadina che serve a collegare due punti della città. È una via della città, per quanto fantastica. Impedire alla gente di usarla significherebbe farla morire. E la zona rossa attorno al Colosseo, non lo isolerebbe sempre più dalla città, non lo farebbe diventare odiato simbolo dell’abuso di potere, e di conseguenza sempre più bersaglio di vandalismo? Pare che oramai si stia perdendo la misura delle cose: non si capisce che più si recinta, più si tiene la gente lontana dai monumenti, più questi vengono percepiti come esclusivi, isolati dalla vita cittadina, e perciò o vengono vituperati o, nel migliore dei casi, ignorati.
In aggiunta, ieri il ministro Dario Franceschini si è affrettato a ricordare il “disegno di legge delega approvato lo scorso 23 dicembre dal Governo che introduce, tra l’altro, specifiche fattispecie di reato per il deturpamento, il danneggiamento e l’imbrattamento di beni culturali e paesaggistici.” Disegno di legge ora all’esame del Parlamento che inasprisce le pene per delitti contro il patrimonio culturale, innalzandole fino a cinque anni di reclusione. Il ministro però non ha riflettuto abbastanza sul fatto che, “come sostiene la scienza penalistica, la tutela per essere effettiva non può solo fondarsi sulla funzione general preventiva indotta dal timore della sanzione, bensì deve essere accompagnata da altre azioni tese ad affermare nei consociati il valore del bene culturale” (avvocato Giuseppe Di Vietri, post Facebook). Di queste ‘altre azioni,’ però, tanto si parla ma nessuno le fa.Non servono muri né barriere, bensì più coinvolgimento, partecipazione, educazione. Serve un programma a lungo termine che miri a ricucire il rapporto quotidiano tra la gente e le testimonianze del passato. Che tolga i monumenti dall’extraterritorialità della vita e li restituisca all’uso civico. Si stanno facendo molte cose in tal senso ma sono esperienze isolate, puntiformi, mentre per essere veramente efficaci dovrebbero essere convogliate tutte in un serio programma politico. Un programma a lungo termine, ovviamente, come al giorno d’oggi non piace a nessuno.

Faccio un’anticipazione rivelando che nel primo numero della nostra rivista scientifica Archeostorie. Journal of Public Archaeology, in uscita a febbraio, sarà pubblicato un articolo che mostra come una seria politica culturale si può fare e dà risultati tangibili e duraturi. Si tratta di un’esperienza in un grande paese lontano da noi, dove un progetto di insegnamento della storia antica nelle scuole avviato già negli anni Ottanta del secolo scorso, sta producendo ora cittadini sempre più interessati e innamorati del proprio patrimonio culturale, oltre a un’impennata nelle iscrizioni universitarie di materie pertinenti. Insomma educare al patrimonio si può, non sono solo parole al vento. Si può e si deve perché il rischio che stiamo correndo è alto. Se continueremo solo a volere tutto e subito, a curare anziché intervenire sulla causa, ci faremo sempre più male.

Foto di copertina: © Teodoro Teodoracopulos

Autore

  • ​Tre passioni: il mondo antico, la scrittura, i viaggi. La curiosità e l’attrazione per ciò che è diverso perché lontano nello spazio, nel tempo o nel pensiero. La voglia di condividere con tanti le belle scoperte quotidiane. Condividerle attraverso la scrittura. Un solo mestiere possibile: la giornalista che racconta il passato del mondo. Scrive su temi di archeologia, comunicazione dei beni culturali, uso contemporaneo del passato, turismo culturale per i quotidiani La Repubblica e Il Sole 24 ore, e per diverse riviste italiane e straniere. Dirige il Magazine e il Journal di Archeostorie.

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