Palazzo Grimani a Santa Maria Formosa a Venezia: un’occasione mancata

4 Gennaio 2018
Doveva essere centro di esposizione e ricerca per l’archeologia e il collezionismo lagunari. Invece lo splendido Palazzo Grimani è abbandonato a se stesso

Chi di voi conosce Palazzo Grimani a Santa Maria Formosa a Venezia? Chi l’ha visitato? Pochi, immagino. I visitatori dichiarati dal Ministero per il 2016 sono stati solo alcune migliaia. Eppure…

Eppure è il palazzo cinquecentesco più bello che si abbia in laguna. Voluto dal doge Antonio e ingrandito poi, e realizzato nelle forme attuali, dal nipote Giovanni patriarca di Aquileia. Il quale Giovanni aveva vissuto a Roma e volle quindi un palazzo ‘moderno’ alla moda di Roma con corte centrale ornata di colonne e un grande scalone. È l’unico palazzo veneziano fatto così, e solo per questo meriterebbe la visita.

Palazzo Grimani: una grande scenografia per l’arte antica

Però c’è altro. Ci sono i decori che un’abile restauro durato ben 25 anni (per una spesa di oltre 5 milioni e mezzo di euro) ha restituito al primitivo splendore. Marmi colorati, pitture, stucchi. Come pittori si fanno i nomi di celebrità cinquecentesche come Giovanni da Udine e Francesco Salviati. E pare che l’impianto generale del palazzo sia da attribuire al patriarca Giovanni stesso, consigliato forse dall’architetto Michele Sanmicheli.

Perché in quel palazzo Giovanni collocò tutta la sua collezione di capolavori antichi, tra originali greci, copie romane di capolavori greci, e originali romani. Una collezione veramente superba di quasi duecento sculture. E ogni scultura aveva una collocazione precisa. Ogni sala, ogni nicchia, ogni visuale, ogni prospettiva era stata pensata per un’opera specifica: il palazzo era una sorta di grande scenografia dove si mostrava il bello dell’arte antica. Dove la decorazione stessa era ispirata e dialogava con l’antico. Ma custodiva anche molte medaglie e monete, e arte più moderna con capolavori di Tiziano, Tintoretto, Veronese, i Bassano.

Palazzo Grimani. Sale

Palazzo Grimani. Veduta delle sale al piano nobile dalla Tribuna. Sullo sfondo: copia del gruppo del Laocoonte – foto Teodoro Teodoracopulos

Il palazzo venne spogliato ben presto dei suoi vanti perché già Giovanni nel 1587 decise di donarli alla Repubblica di Venezia perché possedesse la “memoria di cose antiche”: uno straordinario atto di mecenatismo che anche salvò la collezione da una precoce dispersione. Del resto, già un suo zio, il cardinale Domenico, aveva lasciato propri capolavori in eredità alla Serenissima. Le due collezioni costituiscono tuttora il nucleo più consistente e importante del Museo archeologico di Venezia.

Nuova vita al palazzo…

Mentre il palazzo a Santa Maria Formosa non ebbe grande fortuna, e nell’Ottocento venne spogliato di quanto ancora conservava, e pressoché abbandonato. È dunque grande merito del Ministero per i beni culturali l’averlo acquistato nel 1981, restaurato con cura, e riaperto al pubblico nel 2009. Ricordo di averlo visitato all’epoca, e si parlava di un imminente trasferimento di alcune opere dal Museo archeologico, o di realizzare delle copie. Si parlava insomma di rendere l’idea del palazzo e del suo significato.

Allora era già stata abbandonata l’idea di trasferire lì in toto il Museo archeologico. Era stata cioè già abbandonata la soluzione museograficamente più congeniale. Perché sì, ora sarebbe difficile, se non impossibile, riproporre la collezione Grimani com’era allora. Però comunque il palazzo è uno dei simboli più alti del collezionismo di antichità rinascimentale, e anche solo come tale meriterebbe di conservare le antichità veneziane. Di essere il luogo dove narrare le vicende del collezionismo di antichità veneziano, così come fa Palazzo Altemps a Roma per il collezionismo della capitale.

…e nuovo declino

Ma di ciò, oramai, non merita neppure discutere. Però cosa si è fatto, nel palazzo, dal 2008 a oggi? Poco. Quasi nulla. L’ho visitato nuovamente qualche giorno fa. Poche opere dalla collezione Grimani si perdono tra le sale vuote. Solo il Ratto di Ganimede trionfa appeso al centro della spettacolare Tribuna, sala che sola meriterebbe la visita. Persino il trittico con le Visioni dell’aldilà di Hieronymus Bosch è stato portato nel 2016 alle Gallerie dell’Accademia, lasciando una squallida bacheca vuota.

Palazzo Grimani. Particolare soffitto salone

Palazzo Grimani. Particolare della decorazione pittorica del soffitto del Salone centrale – foto Teodoro Teodoracopulos

“Del resto, qui manca la guardiania notturna” spiegano i custodi. E poi, le scarne didascalie non rendono giustizia dell’importanza del palazzo e dei suoi ideatori. E ho trascorso lì diverse ore e di altri visitatori neppure l’ombra. Anche se, poi, i pochi che lo raggiungono ne dicono meraviglie: basta leggere i commenti entusiasti su Tripadvisor per capire che potrebbe davvero essere un’attrattiva di prim’ordine.

Invece è un palazzo abbandonato, quasi come lo era un secolo fa. Nel 2016 lo volevano persino chiudere, limitando le aperture al pubblico a poche ore nei weekend, ma poi il personale ha puntato i piedi e ora, come mi raccontano, lavorano tutti volontariamente nove ore al giorno per garantire il normale orario di apertura. Mi parlano poi di spettacoli nel palazzo durante il Carnevale, di conferenze e concerti, di mostre di arte contemporanea. Ma soprattutto di feste private: forse bastano quegli introiti lì per vivacchiare, e al palazzo non si chiede altro.

A quando la rinascita?

Ma è per questo che si è lavorato così tanto al suo restauro? Per lasciarlo vivacchiare? Possibile che non vi sia neppure l’ombra del grande progetto culturale che vi si doveva realizzare? Eppure, oggi le tecnologie offrirebbero mille possibilità, anche senza scomodare le opere originali dalle loro attuali collocazioni, veneziane e non. Si potrebbero realizzare copie reali o virtuali, e proporre visite narrate che facciano immergere il visitatore nel clima cinquecentesco. Far sì che immaginino di visitare il palazzo guidati da Giovanni, o di visitare il cantiere cogliendo lo spirito di quell’arte moderna così innovativa proprio perché ispirata all’antico.

Si potrebbe veramente fare di Palazzo Grimani un centro culturale di prim’ordine. I mezzi si potrebbero reperire e l’operazione si potrebbe promuovere a dovere, se ci fosse la volontà. Ma pare non esserci. Nessuno pare rendersi conto che in questo modo i milioni di fondi pubblici spesi per il lungo e preciso restauro, vanno irrimediabilmente sprecati.

 

Testo modificato il 9 gennaio 2018

Autore

  • Cinzia Dal Maso

    ​Tre passioni: il mondo antico, la scrittura, i viaggi. La curiosità e l’attrazione per ciò che è diverso perché lontano nello spazio, nel tempo o nel pensiero. La voglia di condividere con tanti le belle scoperte quotidiane. Condividerle attraverso la scrittura. Un solo mestiere possibile: la giornalista che racconta il passato del mondo. Scrive su temi di archeologia, comunicazione dei beni culturali, uso contemporaneo del passato, turismo culturale per i quotidiani La Repubblica e Il Sole 24 ore, e per diverse riviste italiane e straniere. Dirige il Magazine e il Journal di Archeostorie.

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3 Commenti

    • cinzia.admin

      Per le statistiche dei visitatori, già altri mi hanno fatto notare la cosa e me ne scuso. Leggere quei risultati non è comunque facile. In ogni caso, anche i numeri reali sono poca cosa a confronto delle potenzialità del palazzo. Per il resto io sinceramente non vedo grandi inesattezze nel pezzo. La storia del palazzo è stata narrata in modo necessariamente veloce ma attento ai fatti. Mi sono documentata su diversi libri sulla storia e i palazzi di Venezia

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  1. Eva Soccal

    Gentile Cinzia,
    trovo la sintesi PERFETTA! e parla un’archeologa che sulla Tribuna di Palazzo Grimani ha, nel 2000, elaborato la propria tesi di laurea grazie alla guida della prof.ssa Irene Favaretto. Dopo la mia ricostruzione, sfociata in una splendida mostra a Bonn e in diversi articoli in riviste del settore, purtroppo tutte le nostre proposte sia di valorizzazione del Palazzo sia della collezione sono cadute nel vuoto, seppellite da logiche economiche e burocratiche incomprensibili (in primis la mia idea di restituire almeno copie in 3D delle sculture). Encomiabile il progetto attuale di riallestimento, ma la proprietà intellettuale del lavoro svolto per giungere alla ricostruzione delle stanze dell’intero Palazzo sarebbe stata da riconoscere maggiormente a chi, da una vita, se ne occupa. E non parlo solo di me stessa.
    Ringrazio perchè, grazie alla diffusione dei social network, voci che in passato “dovevano” rimanere silenziose, possono esprimersi, in nome della verità scientifica dovuta, quanto meno, ai visitatori e ai lavoratori che hanno sostenuto il nostro Bene Culturale comune.

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