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Mirabilia maris. Tesori dai mari di Sicilia

15 Novembre 2016
Scoperti nei fondali siciliani e mai esposti al pubblico prima d’ora: sono i “Mirabilia maris”, in mostra a Palazzo dei Normanni a Palermo fino al 6 marzo. Tra resti di elefanti antichi, anfore, statue di divinità, rostri, monete e cannoni, raccontano la storia della Sicilia dall'antichità ai nostri giorni vista dal mare. Preparatevi a tuffarvi nel blu!
Una location d’eccezione come Palazzo dei Normanni, e reperti dai mari di Sicilia esposti al pubblico per la prima volta: sono questi gli ingredienti di una mostra veramente speciale, Mirabilia Maris, che dopo Amsterdam e Oxford fa tappa ora a Palermo, per volare poi a Copenhagen e a Bonn. E’ stata infatti ideata e organizzata dalla Soprintendenza del mare della Regione Siciliana in collaborazione con i musei delle città coinvolte, ed in sinergia con l’Assemblea Regionale Siciliana e la Fondazione Federico II. È una vera immersione nel mare antico, tra mercanti e pirati alla ricerca di tesori. Sin dalla prima installazione, all’ingresso: la ricostruzione dello scafo di una nave fenicia. A bordo, dunque: partiamo!

Mirabilia maris: cosa aspettarsi dalla mostra

Una calda luce azzurra ci guida fino a una grande mappa dove sono segnati i luoghi dei ritrovamenti in mostra. Spostiamo lo sguardo e subito i nostri occhi cadono su tre “pietre” striate di nero, fossili sicuramente, ma di cosa? Corriamo a leggere la targhetta e il mistero è svelato: “molari di elefante nano, 140.000 a. C. circa”. Elefanti? Ma certo: i Ciclopi! Si dice infatti che la leggenda di questi giganti delle caverne tragga origine proprio dalla scoperta, nelle grotte siciliane, di crani di elefanti nani, il cui foro nel mezzo della fronte (corrispondente in realtà alle vie respiratorie) era stato scambiato per la sede di un solo grande occhio. Chissà come avranno fatto a finire in acqua, ci chiediamo, e curiosi riprendiamo a camminare.
Avanziamo di poco, pensando ancora ai Ciclopi, fermandoci quasi subito davanti una statuetta di bronzo. È piccola, ma qualcosa nel suo aspetto attira la nostra attenzione: è una figura esile con il cappello e la barba a punta, il torso nudo e un drappo che copre la vita fino alle ginocchia; il braccio alzato suggerisce la presenza di una lancia che è andata perduta, trasportata chissà dove dalla corrente. E proprio dalle correnti sarà stata colpita l’imbarcazione su cui viaggiava, forse portata a bordo da un mercante che affrontava il lungo e pericoloso viaggio verso la Sicilia intorno al 1.000 a. C. Questa volta però la divinità raffigurata, Reshef, il dio fenicio delle tempeste e della guerra, non è riuscito a proteggere il suo devoto e solo la statuetta (oggi custodita al Museo Salinas di Palermo) è sopravvissuta al naufragio, testimone muto di una triste vicenda.

In effetti, come ricorda il Soprintendente del mare Sebastiano Tusa, “non bisogna mai dimenticare che anche il mare può raccontare storie, ma sono sovente storie legate alle tragedie umane: navi naufragate nelle tempeste, scagliate contro le coste rocciose o affondate in battaglia. E’ da queste tragedie che provengono i tesori che ammiriamo.” Una consapevolezza che si riaffaccia ancor più prepotente osservando alcuni esemplari di un tesoretto di oltre 3.000 monete coniate a Cartagine e rinvenute al largo di Pantelleria. Erano gli anni tra il 264 ed il 241 a. C., la città punica era in piena guerra con Roma. Le monete erano probabilmente destinate a pagare le truppe o le provviste, ma dopo un solo giorno di navigazione non giunsero mai a destinazione e furono ingoiate dai flutti insieme al relitto e all’equipaggio. Una doppia tragedia, per l’equipaggio e per chi sperava in un rifornimento che non sarebbe mai arrivato. Ancora una volta la protezione della divinità –  Astarte in questo caso, la cui testa è raffigurata su un lato delle monete – non ha potuto nulla contro la violenza della natura. Il nostro viaggio avanza poi di poco nel tempo e nello spazio. Siamo nelle acque a nord di Trapani da dove sono emersi dieci rostri in bronzo (tre dei quali esposti) appartenuti alle navi che parteciparono alla violenta Battaglia delle Egadi che sancì la fine della prima guerra punica. Una puntuale ricostruzione ci riporta a quel 10 marzo del 241 a.C.: sembra quasi di sentirli, Lutazio Catulo e Annone, comandanti rispettivamente della flotta romana e di quella cartaginese, mentre incitano i loro uomini. Percorriamo con lo sguardo le scritte incise sui rostri in memoria dei questori che armarono a proprie spese le navi romane. E ci immaginiamo l’equipaggio delle navi cartaginesi, colpite ai fianchi da questi strumenti da sfondamento, che tra le urla e la confusione della battaglia viene tragicamente decimato.

Gli altri relitti in mostra narrano eventi forse meno eclatanti, ma non meno affascinanti. Storie di navigazioni di mercanti che, come il letterario Trimalcione, si sono arricchiti accontentando le capricciose richieste di ricche famiglie romane. Ma anche dei loro naufragi che hanno sparso in mare le primizie gastronomiche contenute nelle anfore, come l’ottimo vino di Chio, o il gustoso garum che i Romani facevano arrivare dalla Spagna e dal Nord Africa; e hanno lasciato inghiottire dai flutti le statue destinate a decorare domus e villae. Senza dimenticare le più umili storie dei membri dell’equipaggio, della cui vita a bordo ci parlano suppellettili e utensili da mensa.

Proseguiamo curiosi verso le testimonianze dell’età moderna e contemporanea, tra la chiglia di una barca di fine Quattrocento e un cannone cinquecentesco rinvenuto su un relitto da Sciacca, mentre i pannelli parlano di commerci arabi e normanni e di relitti moderni.
Così termina la nostra immersione. Ma c’è tempo fino al 6 marzo per fare nuovi tuffi prima che le opere partano verso il prossimo approdo. Affrettatevi! 

Mirabilia Maris. Tesori dai mari di Sicilia

a cura della Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana

Palermo, Palazzo Reale, fino al 6 marzo 2017
lunedì – sabato dalle 8:15 alle 17:40, 
domenica e festivi dalle 8:15 alle 13:00

info: www.federicosecondo.org; www.regione.sicilia.it/beniculturali/sopmare

Autore

  • Scienziata dell’antichità (no, niente ampolle ma tanto latino e greco) con una passione innata per la storia antica e “le cose vecchie”. Una sindrome di Stoccolma per lo studio mi spinge attualmente verso il management dei beni culturali e la comunicazione. Obiettivo: rendere un patrimonio comune davvero alla portata di tutti.

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