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Live in Pompei, un’avventura che diventa libro

2 Agosto 2016
Un'avventura che diventa libro di riflessioni sul rapporto fra noi e l'antico: la storia di quattrodici bambini per tre giorni in visita a Pompei

Un’avventura che diventa libro di riflessioni sul rapporto fra noi e l’antico

Ci vuole un bel coraggio a portare quattordici bambini per tre giorni in giro per Pompei. Tre giorni di attenzione massima, con tanto di lezioni la sera, studio ed esame finale. Da stroncare chiunque. Ma non i bambini, sempre attivi ed entusiasti, e neppure Ilaria Marchesi, loro guida per l’occasione. Dopotutto, la condizione era chiara: i genitori staranno in disparte e i bimbi saranno soli con me. Così è stato e l’avventura è diventata subito un libro, tanto c’era da raccontare e lasciar memoria: un libro in realtà a quattro mani e due voci distinte, quella di Ilaria e del consorte Simone, lei classicista all’Università di Hofstra, lui italianista a Princeton. Un libro di riflessioni più che racconti: si narra molto di Pompei e delle reazioni dei bimbi ai luoghi di Pompei, ma le visite hanno suscitato infiniti ragionamenti sul rapporto tra noi e l’antico, e su come l’antico ci aiuta a capire noi stessi. Ed è questo il cuore vero del libro, e ciò che il passato dovrebbe stimolare in tutti noi.Così si osserva che l’interesse per l’antico è anche un modo per sentirsi a casa in un mondo diverso dal proprio, specie per chi, decenni fa, non aveva le possibilità che hanno i giovani d’oggi di fare esperienza dell’altrove: un incontro speciale con l’altro che ha plasmato intere vite, e in fondo tutte le genti che col passato quotidianamente convivono. Genti che si rivolgono al passato ciascuna in modo diverso, con sguardo sempre forgiato dalle esperienze del presente. Per questo è bello e utile non scavare mai tutto ma lasciare ampi capitoli della nostra storia alle scoperte dei posteri: perché vi leggeranno quel che noi non abbiamo neppure immaginato. E, in fondo, non è entusiasmante pensare a quanto potrà emergere in futuro dalla terra e sentirsi “ricchi in potenza”? Con un’unica, rilevante, eccezione: il Satyricon di Petronio. Quanto vorrebbe trovarlo Ilaria, magari nella tanto vagheggiata “biblioteca latina” della Villa dei Papiri di Ercolano! Un desiderio che non si può non condividere.

Le infinite curiosità dei bambini

Lo sguardo si posa sui luoghi di Pompei che colpiscono i bambini. Dunque non il foro o i templi, non le domus più famose, ma particolari come le panchine di pietra che ognuno poneva in strada fuori della porta di casa: perché? per chi? Oppure il pane giunto carbonizzato fino a noi, e i forni con le loro macine enormi. E poi, si sa, i bambini chiedono di “pipì e popò”: guardano divertiti i vasi per la raccolta dell’urina fuori dalle fulloniche, e camminano ritti sui marciapiedi perché in strada non si sa cosa potrebbe scorrere. Fanno domande a raffica alla restauratrice al lavoro. Ammirano stupiti i calchi delle vittime, frutto di una geniale intuizione che le ha trasformate da meri numeri in persone. Imparano i loro nomi che ugualmente parlano delle loro vite in modo inequivocabile. Si stupiscono di fronte alle ricostruzioni dei volti, perché a loro serve toccare con mano l’antico per sentirlo vero. Però attenzione bambini a non proiettare troppo le nostre abitudini nel passato: gli antichi ci assomigliano ma erano anche molto diversi da noi. I bambini hanno capito.

Si smarriscono invece di fronte alla megalografie della Villa dei Misteri. Come biasimarli? Si smarrisce chiunque. Però è calzante l’osservazione che, qualunque cosa rappresentino, capiamo che ci riguarda. Quelle figure, a oltre duemila anni di distanza, si rivolgono a tutti noi. E ci colpiscono più di mille saette trasmettendoci in forma subliminale l’essenza del paganesimo. Quel paganesimo contro cui la Chiesa combatté all’indomani dell’unificazione costruendo a Pompei un Santuario mariano per controbilanciare il nuovo turismo laico verso la città antica. E per un secolo e mezzo il Santuario è stato refrattario a ogni possibilità di dialogo con la Pompei antica. Oggi un avvicinamento c’è, ma non sarà dettato dalla crisi dei pellegrinaggi più che da genuino interesse a “fare squadra”?

Alla fine i bimbi scorazzano per l’anfiteatro, dove mettono persino in scena un combattimento gladiatorio. Felici. Ma l’anfiteatro è anche il luogo dove suonarono i Pink Floyd nel 1971, e dove David Gilmour è tornato quest’estate. Il libro è anche un omaggio a quel film-concerto, scandito com’è in capitoli che richiamano le canzoni del concerto. Si ricorda dunque che fu evento senza pubblico, rivolto quasi ai fantasmi del passato. E a differenza di chi oggi insiste nel presentare Pompei come luogo dove scoprire tutta la vita degli antichi, si osserva che Pompei in realtà è tutto, anche “un buon posto per guardare in faccia la morte”. Senza sensazionalismi di maniera ma, al contrario, anche senza snobbistiche ritrosie. A Pompei ci si specchia su tutto ciò che è umano.

Ilaria e Simone Marchesi
Live in Pompei
Laterza, pagine 144, euro 13

Autore

  • ​Tre passioni: il mondo antico, la scrittura, i viaggi. La curiosità e l’attrazione per ciò che è diverso perché lontano nello spazio, nel tempo o nel pensiero. La voglia di condividere con tanti le belle scoperte quotidiane. Condividerle attraverso la scrittura. Un solo mestiere possibile: la giornalista che racconta il passato del mondo. Scrive su temi di archeologia, comunicazione dei beni culturali, uso contemporaneo del passato, turismo culturale per i quotidiani La Repubblica e Il Sole 24 ore, e per diverse riviste italiane e straniere. Dirige il Magazine e il Journal di Archeostorie.

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