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Essere archeologo in Kurdistan. Intervista a Luca Peyronel

7 Dicembre 2016
Non è stato facile vivere a Erbil durante l’offensiva contro l’Is. La guerra era a pochi passi. Tuttavia c’era anche, nell’aria, un’euforica sensazione di liberazione. Luca Peyronel era lì in quei giorni e ce li racconta, parlando anche di cosa può e deve fare oggi l’archeologia nel Medio Oriente martoriato dalla guerra

Quella strana atmosfera a Erbil, Kurdistan iracheno: fra preoccupazione e un’euforica sensazione di liberazione.

“La nostra vita si divideva tra casa, scavo, laboratorio. Non ci muovevamo di più, la preoccupazione era tanta. Ed era giusto avere un bel po’ di ‘testa sulle spalle.’ Sentivamo i suoni della guerra, o avevamo l’impressione di sentirli. Si allontanavano sempre più, man mano che l’offensiva si avvicinava a Mosul, ma erano una presenza costante.”

Luca Peyronel – professore associato di Archeologia e storia dell’arte del Vicino Oriente antico all’Università Iulm di Milano, membro dell’Advisory Board di Archeostorie – è da poco rientrato da Erbil dove dirige la Missione archeologica che svolge indagini nella piana attorno alla capitale del Kurdistan iracheno. Quest’anno vi è rimasto un mese e mezzo mentre l’anno scorso gli avevano concesso solo due settimane per ragioni di sicurezza. Ma era lì proprio nei giorni in cui l’Is arretrava.C’era, diffusa, la sensazione che ‘li stiamo mandando via’. L’ho anche vissuta di persona perché a un certo punto, mentre stavo parlando con un funzionario del Dipartimento delle antichità curdo, delle persone sono giunte di corsa ad annunciargli trionfanti che il suo villaggio era stato liberato e la sua casa era ancora in piedi! È stato un momento di vera euforia, anche se chissà quando il funzionario potrà davvero tornare in quella casa. Però tutti, in quei giorni, cominciavano a risollevarsi, a liberarsi da pesi fin troppo opprimenti.”

Le cronache hanno descritto Erbil come una città tranquilla, anche se solo in apparenza.

“Proprio così. Si vive normalmente, si va al bar al ristorante al cinema e al centro commerciale, anche se tutti gli ingressi sono presidiati dalle forze di sicurezza. C’è una voglia di scacciare, di esorcizzare tutto. Esorcizzare la paura della guerra ma anche le difficoltà e i sacrifici che tutti sono costretti a fare, da quando la guerra ha spostato tutte le risorse del paese sull’esercito. Dopo l’euforia degli anni dello sviluppo, ora il Kurdistan iracheno risente pesantemente le conseguenze del conflitto. Tutto è bloccato. Anche il Museo archeologico ha dovuto interrompere i suoi progetti di ampliamento: i laboratori non sono finiti, e in pratica noi lavoravamo in una sorta di cantiere.

Lo scavo della Missione archeologica italiana sul tell di Helawa, Kurdistan

Lo scavo della Missione archeologica italiana sul tell di Helawa

Lavoravate proprio al Museo?

Sì proprio lì. Lo stesso gruppo di edifici comprende il Museo, la sede del Dipartimento delle antichità, e i laboratori dove siamo ospitati noi e le altre missioni archeologiche straniere. Nel nostro stesso periodo c’erano due missioni francesi, una polacca e una tedesca che, come noi, indagano ciascuna una porzione della piana di Erbil, e una missione americana che sta invece realizzando una grande ricognizione estensiva di tutta la piana. E’ veramente interessante lavorare fianco a fianco, scambiandosi opinioni e consigli di continuo. Tra di noi ma anche con gli archeologi curdi che lavorano nell’edificio a fianco. Così sorgono sempre nuove idee per progetti comuni. È la prima volta che vivo una collaborazione scientifica così intensa, ed è veramente bella e proficua.”

Che cosa avete indagato quest’anno?

Finalmente siamo riusciti a cominciare lo scavo. Nell’area che la nostra missione indaga ci sono due siti importanti, Helawa e Aliawa. I primi sondaggi a Helawa ci hanno veramente stupito: poco sotto la superficie abbiamo trovato subito i livelli del V millennio a.C., il Tardo Calcolitico. Questo sia sulla cima della collina artificiale formata da oltre ventidue metri di stratificazione, il tell, che lungo la discesa sul lato meridionale. Era quella l’epoca in cui in Medio Oriente cominciavano a formarsi le prime città, ma Helawa non è vasta come altri centri mesopotamici della stessa epoca. Coi suoi otto ettari è stata una sorta di proto-città, inserita però in un territorio densamente occupato, come le ricognizioni sulla piana sembrano indicare.

Sul fianco settentrionale del tell, invece, abbiamo trovato resti della metà del II millennio a.C., e subito sotto di nuovo il V millennio. Pare dunque che la città sia stata abbandonata per venire ripopolata ben 2.500 anni dopo. E un altro balzo nel tempo ci porta ad Aliawa, che pare essere stata frequentata soprattutto a partire dal I millennio a.C. Ma le ricognizioni di superficie, svolte quest’anno e ancor più negli anni precedenti, ci hanno restituito testimonianze un po’ di tutte le epoche fino alla prima età islamica: contiamo veramente di riuscire a ricostruire buona parte della storia di quel territorio.

Non è strano occuparsi di archeologia mentre a poche decine di chilometri c’è gente che combatte?

Un po’ sì, però c’è anche la consapevolezza di fare qualcosa di molto importante. A causa della precaria situazione politica, la storia e l’archeologia del Kurdistan erano pressoché ignote fino a pochi anni fa: non erano mai state realizzate carte archeologiche, mappature di siti, sequenze cronologiche. Poi la guerra in Siria e la tranquillità che il Kurdistan pareva allora assicurare, hanno dirottato lì molte missioni archeologiche. Anche perché è una terra di grande rilevanza storica: lì era il cuore dell’impero assiro, e da lì è passato Alessandro Magno scontrandosi con l’esercito persiano.

Ora noi stiamo mappando un territorio come non è mai stato fatto prima d’ora, e la minaccia dell’Is rende questo nostro lavoro ancor più rilevante: documentiamo per tutelare, per evitare che gli scavatori clandestini, la furia iconoclasta dell’Is, o la guerra ne cancellino per sempre la memoria. Cerchiamo poi, per quanto possibile, di creare una consapevolezza dell’importanza del passato tra la popolazione locale. Sono poche cose, semplici, piccoli passi e ben diversi da ciò che si può fare in Occidente; però sono importantissimi. A Erbil abbiamo frequentato anche altri italiani che erano lì – cooperanti al lavoro nei campi profughi, medici o altro – ed eravamo tutti in perfetta sintonia: tutti consapevoli di fare qualcosa di utile e importante.

Quale sarà dunque, secondo lei, il futuro dell’archeologia in Medio Oriente?

Innanzitutto assicurare protezione ai siti, e conservare subito tutto quel che si scava. Poi comunicare quel che si fa, immediatamente, coinvolgendo in prima persona chi vive in quei luoghi. In una parola, bisogna difendere i territori. Oggi dalla guerra ma domani, a guerra finita, dalla minaccia dell’urbanizzazione selvaggia e di opere infrastrutturali. Abbiamo già visto cos’è accaduto in Libano, come si è cementificato tutto non appena è stata raggiunta un po’ di pace. Dobbiamo evitare che accada anche altrove.

Anche questa è archeologia pubblica: potremmo chiamarla ‘archeologia pubblica di base.’ Si parte praticamente da zero, ma forti della consapevolezza raggiunta dall’archeologia globale moderna. È un ribaltamento di prospettiva: non si deve più scavare con l’obiettivo principale della ricerca scientifica, ma bisogna partire dalle esigenze contemporanee di tutela dei territori. Riportare lo sguardo sui territori, le loro storie e le loro genti. Questo si può, e a mio avviso si deve fare. Con la massima urgenza.

Autore

  • ​Tre passioni: il mondo antico, la scrittura, i viaggi. La curiosità e l’attrazione per ciò che è diverso perché lontano nello spazio, nel tempo o nel pensiero. La voglia di condividere con tanti le belle scoperte quotidiane. Condividerle attraverso la scrittura. Un solo mestiere possibile: la giornalista che racconta il passato del mondo. Scrive su temi di archeologia, comunicazione dei beni culturali, uso contemporaneo del passato, turismo culturale per i quotidiani La Repubblica e Il Sole 24 ore, e per diverse riviste italiane e straniere. Dirige il Magazine e il Journal di Archeostorie.

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