L’archeologia italiana è pubblica? Ne discuteremo a Firenze a Tourisma

14 Febbraio 2017
Un dibattito aperto tra accademici, amministratori e appassionati sul ruolo dell’archeologia pubblica nella nostra società. È così che Archeostorie presenterà il primo numero del suo Journal of Public Archaeology
L’hanno chiamato “archeologia pubblica partecipata.” È un progetto della Soprintendenza speciale per il Colosseo e l’area archeologica centrale di Roma che vuole condividere con i cittadini la decisione sul destino di un’aula splendida, con affreschi e ricchi decori, scoperta durante gli scavi per la ristrutturazione di un palazzo a piazza Dante sull’Esquilino. Faceva parte degli Horti Lamiani, grande villa extraurbana appartenuta a Lucio Elio Lamia, amico dell’imperatore Tiberio, e poi inglobata nei possedimenti imperiali. Sotto il palazzo non può stare ed è già stata rimossa, e ora si cerca una soluzione perché rimanga comunque in zona e possa contribuire a rendere più palpabile l’idea degli Horti antichi per cittadini e turisti.

Tra archeologi e cittadini, un rapporto complesso

Sono già stati fatti due incontri con i cittadini e il terzo sarà domani. Non è facile parlare di archeologia con chi a piazza Dante sopporta un cantiere sotto casa da cinque anni oramai. La gente vuole di nuovo il giardino e le panchine. Vuole finalmente tranquillità. Innanzitutto questo, poi il resto. La proposta dell’architetto Stefano Borghini e dell’archeologa Mirella Serlorenzi – responsabile dello scavo – è di conservare la grande aula in un padiglione al centro di piazza Dante. Significherebbe avere di nuovo un cantiere sulla piazza per un paio d’anni almeno. La gente non è preparata. Continua a chiedere verde e panchine anche se per questo gli interlocutori sono altri, ma l’archeologia che vive nel contemporaneo non può ignorare quel che la circonda. Deve intervenire anche sul verde e le panchine, se necessario.

Nella seconda giornata il dibattito è stato fitto, e alla fine i cittadini hanno apprezzato la volontà della Soprintendenza di non privarli di una bellezza così importante, collocandola a tutti i costi nella zona. Si troverà una soluzione, in piazza Dante o altrove. Si discuterà ancora tanto e sicuramente con toni molto accesi. Sarà una grande fatica per tutti. Ma alla fine, forse, non si avrà il solito recinto archeologico ignorato dalla gente. Si avrà un bene che tutti apprezzano, e di cui forse anche l’economia della zona beneficerà.

Particolare della decorazione dell’aula semicircolare trovata degli Horti Lamiani trovata durante i lavori di ristrutturazione di un edificio a piazza Dante a Roma

Archeostorie. Journal of Public Archaeology: la sua mission

Archeologia pubblica significa innanzitutto questo: condividere con i cittadini i risultati delle ricerche in modo trasparente e aperto, e coinvolgerli nel processo decisionale sul destino della ricerca stessa. Perché il passato appartiene a tutti noi e chi lo studia lo fa per conto della comunità, e sarà poi la comunità tutta a decidere come usare il proprio passato. Una ricerca che ha ricadute dirette sulla comunità richiede decisioni collettive. Nella moderna società della conoscenza non può esistere separazione netta tra ricercatori e i cittadini: democrazia significa garantire a ciascuno il diritto alla ‘cittadinanza scientifica.’

Il gruppo di Archeostorie si è riunito proprio attorno a questa idea forte, e conta di diffonderla sempre più. Diffondere cioè tra gli archeologi la consapevolezza di questo importante ruolo sociale della professione. Far sì che sempre più archeologi percepiscano la condivisione della ricerca come un dovere, e un’attività che va affrontata col medesimo impegno e la medesima serietà della ricerca. Abbiamo quindi dato vita a un Journal scientifico di archeologia pubblica per stimolare gli archeologi ad adottare nelle loro attività ‘pubbliche’ – che nel nostro paese sono sempre più numerose – delle metodologie rigorose, affinché l’impatto del loro lavoro sulla società possa essere seriamente valutato e apprezzato.

Sappiamo poi tutti che oramai, al giorno d’oggi, le attività pubbliche degli archeologi hanno dato vita a professionalità precise, soprattutto nei settori della comunicazione e della gestione dei beni archeologici. Noi vi abbiamo dedicato il nostro libro d’esordio, Archeostorie. Manuale non convenzionale di archeologia vissuta (Cisalpino, 2015), e ora ci adoperiamo perché si percepisca l’importanza di una seria preparazione professionale per queste figure, e ne sosteniamo la necessità e l’affermazione all’interno della disciplina stessa e nella società.

A Tourisma a Firenze, un dibattito sull’archeologia pubblica

Ecco perché sabato 18 febbraio a Tourisma a Firenze, nel presentare con orgoglio il primo numero del nostro Journal, abbiamo voluto dar vita a un dibattito che ci attendiamo molto acceso. Parteciperanno in molti tra accademici, amministratori e appassionati (tutti i loro nomi nel programma di Tourisma). Ci saranno coloro che per primi hanno diffuso e praticato l’archeologia pubblica in Italia, e contiamo che il racconto delle loro esperienze possa essere d’esempio per molti. Ma non solo. Chiederemo loro una visione sul ruolo e il valore dell’archeologia nella nostra società. Li inviteremo a valutare la diffusione della pratica dell’archeologia pubblica nel nostro paese, e le possibilità di affermazione di una preparazione professionale adeguata. Con il loro aiuto, proveremo a immaginare il futuro.

Ragioneremo con loro anche sui ‘nuovi’ mestieri dell’archeologia pubblica, chiedendo come fare per riconoscere e regolare tali attività, affinché abbiano pieno diritto di cittadinanza nella nostra società. E, come diretta conseguenza, vorremo affrontare la spinosa questione dei volontari. La crescente domanda di partecipazione da parte dei cittadini sta dando vita a forme di gestione delle attività degli archeologi diverse da quelle consuete, e sempre più spesso crowdsourcing e crowdfunding si configurano come risorse indispensabili a sostenere e far progredire la ricerca. Noi di Archeostorie, convinti che il sapere dei cittadini possa contribuire significativamente alla ricerca, favoriamo ogni possibile forma di citizen science in archeologia. Tuttavia, a garanzia della qualità della ricerca stessa, e soprattutto della professionalità di ciascuno, crediamo che tali forme di collaborazione tra archeologi e cittadini vadano regolamentate. Sabato proveremo dunque ad avviare una discussione in merito, e a fare pressione perché venga proseguita nelle sedi opportune.

Parleremo anche di molto altro, per quanto il tempo a disposizione ce lo consentirà. Presenteremo alcuni esempi di progetti di archeologia pubblica di successo nel nostro paese. Parleremo di cosa accade fuori dai confini nazionali e in particolare del destino dell’archeologia in Medio Oriente, cercando di disegnare un ruolo nuovo per l’archeologo in quei paesi al di là delle recenti accese polemiche. Inviteremo tutti in sala a intervenire, seppure brevemente. E chiuderemo con le parole di una delle massime voci dell’archeologia pubblica a livello internazionale, che conosce l’Italia molto bene. Akira Matsuda ci darà la sua personalissima visione sul nostro paese.

Vi diamo appuntamento a sabato prossimo, dunque, quando tra tutto ciò il nostro nuovissimo Journal of Public Archaeology si svelerà.

Autore

  • Cinzia Dal Maso

    ​Tre passioni: il mondo antico, la scrittura, i viaggi. La curiosità e l’attrazione per ciò che è diverso perché lontano nello spazio, nel tempo o nel pensiero. La voglia di condividere con tanti le belle scoperte quotidiane. Condividerle attraverso la scrittura. Un solo mestiere possibile: la giornalista che racconta il passato del mondo. Scrive su temi di archeologia, comunicazione dei beni culturali, uso contemporaneo del passato, turismo culturale per i quotidiani La Repubblica e Il Sole 24 ore, e per diverse riviste italiane e straniere. Dirige il Magazine e il Journal di Archeostorie.

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