Il patrimonio culturale fra paure e speranze – prima parte

3 Aprile 2017
Una lunga lista di paure di tutti noi per il nostro patrimonio culturale - che sono soprattutto paure del cambiamento -, e di relative speranze che invece dovremmo coltivare. E trasformare in opportunità per il presente e per il futuro. E’ l’incitamento di Daniele Manacorda, forte e chiaro, nel suo magistrale discorso tenuto il 31 marzo all’Università di Messina nell’ambito dell’incontro Il patrimonio culturale di tutti, per tutti, di cui Archeostorie pubblica il testo integrale. Ecco la prima parte

Vi domanderete perché mai abbia dato a questa mia comunicazione un titolo così impegnativo. Forse perché paure e speranze sono concetti che stanno a cavallo tra il mondo delle emozioni e quello della ragione, e quindi descrivono non solo il nostro tempo ma la stessa natura umana, dei singoli individui come delle comunità.

Paura per le distruzioni del patrimonio culturale

Se ci atteniamo alla prima parte del titolo, e cioè al patrimonio culturale, le nostre paure e le nostre speranze si appuntano in primo luogo su un’ansia che ci portiamo appresso: con quello che sta succedendo nel mondo (e che è successo altre volte nella storia del pianeta) la fine del patrimonio culturale è più vicina?  il rischio della sua perdita massiccia è più concreto? lo è in particolare per quella parte del patrimonio che chiamiamo monumentale, artistico o archeologico e quindi storico?

La paura che possano prevalere quelli che, per ideologia o ignoranza, o per la micidiale miscela di entrambe, hanno in odio i resti materiali del passato o semplicemente non li vedono, è una paura comprensibile. La certezza di possedere la ‘verità’ ha sempre guidato la mano dei distruttori ispirati dalle ideologie. Quelle che alcuni chiamavano ‘le radici cristiane dell’Europa’ sono all’origine di infinite devastazioni di templi e di statue qualcosa come 1500 anni fa, per non parlare delle vite umane, quando i primi imperatori cristiani al tramonto della civiltà classica cominciarono a imporre per legge non solo che cosa dovessero fare i loro sudditi, ma che cosa dovessero pensare. E se oggi riconosciamo nelle parti malate di altre culture gli stessi comportamenti che stanno nei cromosomi della nostra, traiamo da questa triste consapevolezza almeno il conforto di sapere che dalla notte della ragione si può uscire: ma ci si esce tutti insieme, non ciascuno per sé.

La distruzione del patrimonio culturale ha accompagnato anche la storia dell’Europa moderna nella contesa che oppose cattolici e protestanti nel cuore del continente quattro secoli fa, nelle violenze che accompagnarono la fine dell’ancien régime o l’affermazione dei totalitarismi nel Novecento (abbiamo tutti negli occhi i roghi nazisti dei libri e dell’arte degenerata, anche se conosciamo meno i delitti che accompagnarono la cosidetta rivoluzione culturale cinese), per non parlare delle cronache odierne, dove ancora in nome della religione si compiono misfatti contro l’umanità e la sua memoria che ci tolgono il respiro.

C’è poi la distruzione per semplice ignoranza, quella che non è alimentata dall’odio, ma che avrebbe semplicemente bisogno di educazione e cultura, per essere curata in un mondo dove la crescita demografica non va sempre di pari passo con la diffusione dell’alfabetismo e dell’informazione. Nelle ultime due generazioni questa attitudine alla distruzione ha colpito, più che il patrimonio artistico e monumentale, il nostro splendido patrimonio paesaggistico, qui in Sicilia come in tante altre parti d’Italia. Avidità, cattiva amministrazione, mancanza di senso civico, e soprattutto l’arroganza dei potenti e l’ignoranza degli ultimi.

Conservazione: una parola a due facce

Insomma, la paura c’è, ed è umana. Come lo è la speranza che prevalgano i ‘conservatori’: strana parola questa, a due facce, l’una che sembra garantirci che le cose non cambino in peggio, l’altra che sembra suggerirci che le cose non debbano cambiare. Ma se le cose sono arrivate a questo punto, tanto da incuterci le nostre paure, come non cambiarle? possiamo affidarci alla sola conservazione perché questo fragile equilibrio non si spezzi magari per sempre? La conservazione ha dunque un volto tecnico, che rallenta il degrado delle opere e ne conserva la forma, e quello culturale, che si interroga sul come far sì che una sussistenza in vita sia anche una sussistenza vitale.

Credo che il concetto e la pratica della conservazione debbano passare attraverso due crune di ago: la verifica continua dei motivi per i quali ci diciamo che è bene continuare a conservare; e l’ampliamento del numero dei conservatori consapevoli, della base – direi – dei volenterosi, che non coincide con i tecnici, e tanto meno con chi pensa che il patrimonio abbia in fondo nei suoi stessi eredi e proprietari, nei cittadini, i suoi nemici.

Come conservare, dunque, e soprattutto perché? Lasciatemi dire una banalità: ciascuno di noi sa che il mondo è cambiato; lo sappiamo nella nostra vita privata e in quella pubblica. Le categorie che hanno guidato i nostri comportamenti nel secolo scorso oggi non possono più essere utilizzate. I giovani del 2000 hanno quasi vent’anni: che cosa possono capire delle nostre paure? come possono perdonare quella inerzia diffusa che nasce dal fatto che troppi di noi, magari solo per pigrizia, vogliono continuare a fare quello che si è sempre fatto? ma continuando a fare quello che si è sempre fatto non si raggiunge la mèta, che tutti auspichiamo. E’ su questo bivio che paure e speranze si incontrano. Dovremmo allora aver paura innanzitutto della nostra inerzia.

Paura del contesto

Quando il ministro Dario Franceschini, dando una accelerazione alle sue riforme (un pacchetto di provvedimenti, dove trovo tante giuste ispirazioni e tante applicazioni carenti) accettò di modellare le Soprintendenze su tutto il territorio nazionale secondo una visione che ora chiamiamo ‘olistica’ (una bellissima parola antica, spesso accolta con sorrisi imbarazzati da chi forse non ne capisce neppure il senso), la proposta fu rigettata da un fuoco di sbarramento di addetti ai lavori uniti dalla sacrosanta paura che il mondo cambiasse loro intorno, che ciò che nei territori e nel paesaggio è unito, venisse anche unitariamente concepito e curato. Strano – vero? – che certe componenti colte dell’amministrazione pubblica si siano arroccate nella difesa di un sistema vecchio di oltre cento anni, fatto di erudizione più che di cultura, di chiusure disciplinari più che di visioni contestuali. Il contesto, la più bella parola della nostra disciplina, può impaurire, perché può farci sentire inadeguati a dominarlo nella sua affascinante complessità: meglio frammentarlo quindi, come solo le discipline sanno fare, separando il sopra dal sotto, le architetture dai loro arredi, la forma dalla materia! La paura del contesto sembra quasi dettata dal timore di perdere le certezze che i nostri piccoli steccati sembrano darci: è paura di non essere all’altezza.

Per noi archeologi questa paura si è presentata già tanti anni fa, quando lo sfondamento del tempo dell’archeologia cominciò a mettere in dubbio la pacifica equazione archeologia=antichità. Quella paura l’abbiamo saputa addomesticare, ma non basta fare pace con il senso della propria disciplina per liberarsi dalle paure. Abbiamo come dei demoni che rodono dentro, dai quali dobbiamo pur liberarci. Preservando la nostra curiosità verso tutto ciò che può raccontarci il passato, dovremmo liberarci dal demone dell’antico. Preservando il nostro amore per l’autentico, dovremmo liberarci dal demone del falso, che guida scompostamente la mano in certi restauri stralunati, paurosi di proporre copie ma non di generare, come nel Marco Aurelio, l’aspetto di una falsa copia. Preservando il nostro interesse per il documento, dovremmo liberarci dal demone del frammento, che ci blocca nella nostra umana pulsione a restituire l’integro, nel disegno, nella virtualità e, quando possibile, nel monumento stesso.

Il demone del frammento

E’ un demone, questo, che si nutre di un senso di sacralità del monumento, che lo pone su di un piano di intangibilità, ma che in realtà lo isola, lo allontana, come quando ci adontiamo se si prova a ricostruire forme e senso delle architetture attraverso le anastilosi (e non parlo di quelle stabili, ma anche di quelle temporanee), che verrebbero a rompere armonie, che sono spesso soltanto nella nostra testa.
Vari progetti di ripristino di antiche rovine storiche suscitano perplessità perché si risolvono nella cancellazione di un frammento di storia culturale. Chi mai vorrebbe raddrizzare la Torre di Pisa? Molte ricostruzioni, specie in una prima fase di ispirazione romantica, sono state portate a compimento mirando più alla riproposizione di una forma complessiva che non all’esattezza filologica della restituzione, con il risultato di alterare una situazione consolidata creandone al suo posto una artefatta. Ma è anche vero che l’anastilosi non risponde solo a istanze conservative: muove dall’insufficienza del valore comunicativo del frammento e quindi dal desiderio di trasferire a un pubblico più vasto i risultati di una ricerca, di fare un passo avanti nella conoscenza.

L’arena del Colosseo

Se ciò è vero per le rovine storiche, quale demone ci impedisce di ricostruire le non-rovine, quei resti frantumati che noi stessi resuscitiamo scavando e che rovine non sono mai state o hanno cessato da tempo di esserlo?

Tre anni fa mi sono trovato coinvolto in una discussione a proposito della ricostruzione dell’arena del Colosseo. Si è discusso se un edificio con duemila anni di storia, frequentato da quasi 6 milioni di persone all’anno, possa considerarsi stralunato se restituito di uno dei suoi aspetti formali fondamentali, e cioè del suo pavimento, distrutto da noi archeologi in tempi piuttosto recenti.
Il Colosseo ha perso la sua arena nel secolo scorso, quando i sotterranei sono stati messi a nudo e lasciati alle intemperie. Ma un sotterraneo è per definizione qualcosa creata per stare ‘sotto terra’, e non pancia all’aria sotto il sole, rinverdito da muschi e licheni. Perché non è tornata su quei muri la coltre necessaria dell’arena? Oltre a dare protezione, avrebbe dato loro anche quel che adesso manca, cioè il senso di una forma compiuta, comprensibile: quella che hanno tuttora decine di anfiteatri del mondo romano, che non hanno subito questo invasivo trattamento?

La distruzione dell’arena ha trasformato invece il Colosseo in un luogo surreale. La restituzione dell’armonia della sua forma permetterebbe a questo Grande Ignudo di tornare ad essere, carico di anni, un luogo che accoglie non il semplice rito banalizzante della visita del turismo massificato, ma un luogo che può ospitare un meraviglioso museo nelle sue viscere e anche – perché no?,- nelle forme tecnicamente compatibili, episodi di vita e arte contemporanea, come è accaduto peraltro anche in questi ultimi anni, con un solo pezzetto di arena calpestabile.
Anche qui un fuoco di sbarramento. E così mi sono convinto io stesso che la vera domanda non è se bisogna rimettere questa benedetta arena, ma piuttosto perché no? Cosa mai può succedere? che si inscenino drammi greci come nel teatro di Siracusa? o opere liriche come nell’arena di Verona, sede ininterrotta di spettacoli d’ogni sorta fin dal Cinquecento? Se invece il dilemma è sul tipo di perfomanceartistica e culturale degna del Colosseo, io non penso che si possa stabilire con atti amministrativi ciò che è di buon gusto e ciò che è volgare, ciò che è di alta o scarsa qualità. È solo il confronto culturale che aiuta a scegliere che cosa sia ammissibile in questo tipo di luoghi. Per me i limiti sono due: la tutela fisica del monumento e la sostenibilità economica del progetto di gestione, che possa garantire nel tempo la qualità degli investimenti. E questo vale per ogni forma di valorizzazione.

Confesso di aver avuto la deludente impressione che le critiche non siano mai entrate nel merito dell’idea (tutela dell’integrità fisica e della percezione formale del Colosseo), ma si siano lanciate su due terreni molto italiani, quello del benaltrismo (ci sono altre priorità! sì, d’accordo, ma forse il Colosseo ha un valore simbolico) e quello del catastrofismo (‘che ci fai poi?’).
Insomma, chi ha fatto sì che le ferite che l’archeologia necessariamente opera nei monumenti non siano state risarcite? che i sotterranei, un vero ‘monumento nel monumento,’ non siano stati protetti e trasformati in uno splendido museo di se stessi? Se siamo noi archeologi che abbiamo tolto quell’arena, spetterà ben a noi rispondere. Altrimenti accade che noi ci appropriamo di cose che non ci appartengono perché conferiamo al prodotto del nostro lavoro uno statuto superiore, un valore in sé, mentre al contrario ha un potente valore relazionale. Questo è il nodo profondo del problema, che implica il senso stesso del nostro mestiere. E per questo sarebbe bene parlarne, non solo fra archeologi, architetti, storici dell’architettura, storici dell’arte, antropologi, ingegneri e economisti, sociologi e amministratori. E con il pubblico innanzitutto. Questo problema ci coinvolge davvero tutti.

Autore

  • Daniele Manacorda

    Daniele Manacorda è professore ordinario di Metodologia della ricerca archeologica all'Università di Roma Tre. In precedenza ha insegnato all'Università di Siena. Ha diretto vari scavi archeologici stratigrafici specialmente a Roma, in Puglia e in Toscana, e ha curato l'allestimento di alcuni nuovi musei e parchi archeologici (Roma-Crypta Balbi, Piombino-Populonia, Narni). Ha pubblicato circa 250 contributi scientifici occupandosi di metodologie della ricerca archeologica, di storia dell'archeologia, di archeologia urbana, produzione e circolazione di merci, relazione tra diversi sistemi di fonti archeologiche e storiche, archeologia ed epigrafia, nonché temi riguardanti la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale.

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