Iran In Vespa. Prima parte

    Un viaggio in sella a una Vespa lungo diecimila chilometri, alla ri-scoperta del patrimonio archeologico del Medio Oriente. È l’avventura di Iran in Vespa

    Iran in Vespa - Tehran
    Iran in Vespa - Tehran, sui muri dell'ambasciata americana - foto Arciero Leonardi

    Giorni fa, a seguito dell’escalation militare che ha coinvolto Stati Uniti ed Iran, il presidente Trump ha dichiarato che gli USA sono pronti a colpire 52 siti iraniani d’interesse strategico e culturale. Era la prima volta che un presidente americano minacciava di colpire siti storico-archeologici come rappresaglia.

    Eppure, alla luce della Convenzione dell’Aja del 1954, distruggere o danneggiare luoghi di interesse culturale è un crimine contro l’umanità. Purtroppo però i venti di guerra, che in Medio Oriente non accennano a diminuire, pongono il suo immenso patrimonio in una posizione di estrema fragilità. E a ciò si aggiunge spesso, da parte dell’opinione pubblica, una tendenza a generalizzare una visione del Medio Oriente fatta solo di conflitti armati e violenza. Insomma, meglio tenersi alla larga.

    Iran in Vespa. Cappadocia, la valle di Goreme
    Iran in Vespa. Cappadocia, la valle di Goreme – foto Arciero Leonardi

    La nostra idea

    Questa ‘propaganda della paura’ è stata il mantra che ci ha accompagnati nei diversi mesi di preparazione del nostro progetto teso a far conoscere parte del patrimonio archeologico mediorientale. Se infatti è vero che una rivoluzione deve essere prima di tutto culturale, siamo convinti che una maggiore conoscenza di quelle terre possa portare a una rinnovata coscienza della loro importanza. Siamo archeologi e pertanto abbiamo voluto concentrarci sul patrimonio archeologico. E quale mezzo di comunicazione più efficace se non andarci di persona?

    Per questo abbiamo deciso di intraprendere un viaggio attraverso l’intera Anatolia per poi scendere lungo l’altopiano iranico fino a raggiungere Persepoli, meta simbolica della nostra ri-scoperta. Lo abbiamo fatto lentamente, prendendoci il tempo dovuto, in sella a una Vespa del 1982, la più vecchia del gruppo. Lungo il viaggio abbiamo documentato ciò che ci stava accadendo – e condiviso attraverso social media, giornali e radio – nella speranza di comunicare l’importanza dell’immenso tesoro che scorreva sotto le nostre ruote. È stato quindi un viaggio in solitaria ma non da soli. L’abbiamo chiamato Iran in Vespa.

    Cappadocia, Citta sotterranea di Kaymakly
    Cappadocia, Citta sotterranea di Kaymakly – foto Arciero Leonardi

    Anatolia a due velocità

    Partiti da Livorno a fine giugno, siamo salpati da Ancona alla volta della Grecia dove la tappa principale è stata il sito archeologico di Vergina, spesso poco visitato. Dopo una breve sosta a Istanbul, le verdi montagne a nord di Ankara hanno lasciato posto a un paesaggio brullo e aspro che a poco a poco si è trasformato nei famosi picchi tufacei della Cappadocia, regione abitata fin dalla preistoria.

    Le mille caverne e anfratti della Cappadocia ci hanno da subito ricordato quelle delle Murgie. Grazie alla lavorabilità del tufo sono state realizzate intere città sotterranee, come quelle di Kaimakly e Derinkuyu, e chiese che si aprono nelle pareti rocciose con le loro planimetrie e architetture bizantine. Nel corso dei secoli questi ambienti sono stati rifugio per animali, abitazioni, chiese, conventi e laboratori. L’isolamento ha fatto si che nei primi anni del Cristianesimo vi si stabilissero comunità di monaci dedite al culto e alla preghiera. Alle orazioni si aggiunse l’arte: molte delle chiese rupestri furono infatti affrescate da straordinari maestri.

    I siti della Cappadocia, spesso ben tenuti e meta di numerosi turisti, sono però una rarità. Più si va verso est, più l’attenzione verso siti di interesse archeologico cala e con essa la loro manutenzione. È il caso di Kültepe, nella piana di Kayseri. Arriviamo verso ora di pranzo e il sito sembra completamente chiuso. Decidiamo di lasciare la Vespa all’ombra e di scavalcare le cancellate, e solo allora vediamo il guardiano chiamarci e correre verso di noi da una casupola lontana. Ci spiega che ha le chiavi, che ci avrebbe aperto, e ci invita a mettere la Vespa dentro il cancello onde evitare che rubino qualcosa. E’ molto gentile e ci dice che siamo i primi visitatori in tre giorni. Non male, pensiamo.

    Kultepe
    Desolazione nel sito di Kultepe – foto Arciero Leonardi

    Il sito, ora inserito nella tentative list del Patrimonio dell’umanità dell’Unesco, è coperto da vegetazione bassa e il percorso da seguire è illustrato da pannelli malconci che non aiutano a comprendere ciò che si ha intorno. Eppure, nell’antichità Kültepe è stato uno snodo commerciale fondamentale per il Vicino Oriente Antico: dai suoi magazzini giungevano merci provenienti dalle aree siriana, mesopotamica e anatolica, redistribuite poi in tutto il suo territorio. Nella media età del bronzo i mercanti assiri vi stabilirono un proprio quartiere, detto qarum, dall’architettura caratteristica e ricco di un archivio commerciale con tavole in lingua paleo-assira.

    Siamo ormai nel cuore dell’Anatolia e, a più di mille metri di altitudine, la Vespa arranca non senza problemi per giungere, dopo alcuni giorni, nella piana di Malatya. Visitiamo Arslantepe dove le cose vanno decisamente meglio che a Kültepe. Venditori di deliziose albicocche ci accompagnano fino al sito che, occupato fin dal tardo calcolitico, è d’importanza strategica per la comprensione dello sviluppo delle prime società statali nella zona: qui archeologi dell’Università di Roma Sapienza hanno portato alla luce un vero palazzo.

    Siamo rimasti veramente impressionati dalle vivide scene, di un rosso sgargiante, dipinte sulle pareti del palazzo dove sono state rinvenuti, fra l’altro, più di 2000 sigilli oltre a rilievi e ceramiche provenienti dalla Mesopotamia: raccontano dei contatti ad ampio raggio delle genti di qui e della loro forma embironale di sistema statale.

    Riusciamo a lasciare la Vespa all’interno del sito grazie a uno dei custodi che, non appena intuisce che siamo italiani, è lieto di accompagnarci lungo il percorso. Notiamo subito la differenza rispetto a Kültepe: qui gruppi di scolaresche si aggirano tra le mura mentre i custodi sembrano seriamente interessati a valorizzare e trasmettere al meglio il valore del luogo.

    Arslantepe, tracce di affresco
    Il “palazzo” di Arslantepe, tracce di affresco – foto Arciero Leonardi

    In Kurdistan il conflitto non cessa mai

    Con la speranza che Arslantepe possa far presto parte dei siti di interesse mondiale, ci dirigiamo verso il Kurdistan turco. A Elazığ visitiamo la Fortezza di Harput dove siamo gli unici visitatori. Si tratta una grande struttura difensiva di epoca medievale, la cui fondazione risale però all’età urartea. Siamo infatti nel famoso ‘alto paese di Urartu’ citato nei testi sumeri.

    Di lì a poco attraversiamo il fiume Eufrate: i chilometri scorrono sotto le nostre ruote e ci conducono fino al lago di Van, terra di conflitti millenari tutt’altro che placati. I sempre più numerosi posti di blocco militari, e una più massiccia presenza di torrette e blindati lungo la strada, sono i testimoni diretti della ripresa delle azioni del PKK nella regione. Ci fermiamo a riposare al monastero armeno di Akdamar, nella città di Van visitiamo la straordinaria fortezza e la famosa iscrizione di Serse, e ci dirigiamo quindi verso il confine con l’Iran.

     

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    Roberto Arciero è dottorando di ricerca presso l’Università di Leiden (Paesi Bassi). Si occupa della Civiltà dell’Oxus in Turkmenistan e fa parte dei team di ricerca dell’Università di Bologna e della Washington University in St. Louis. Il suo progetto di studio sull’antica rete idrografica del delta endoreico del Murghab è stato recentemente finanziato dalla National Geographic Society-Early Career Grant e dal Leiden University Fund (LUF). Ha partecipato a scavi e ricognizioni archeologiche in Italia, Eritrea, Oman e Uzbekistan. Martina Leonardi, una laurea magistrale in archeologia presso l’Università di Pisa discutendo una tesi sulle prime forme di metallurgia in Anatolia. Ha partecipato a scavi archeologici in Toscana, Oman, Turkmenistan.

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