Il Drugstore Museum è una rivelazione

13 Dicembre 2022
Al piano terra di un fabbricato chiuso tra svincoli e ferrovia, il Drugstore Museum è punto di riferimento per la sua comunità

Il nome non invita proprio, Drugstore Museum. Però incuriosisce: cosa sarà mai? Lo cerchi sulla mappa di Roma, via Portuense 317, e vedi che si trova in uno degli incroci più improbabili della città: una sorta di svincolo-strettoia della Portuense incrociato da una ferrovia sopraelevata, e con una strada sopraelevata poco più in là. Non è il primo luogo che ti viene in mente per una visita. No di certo.

Fai pure fatica a trovarlo perché l’ingresso, al piano terra di un grande condominio, è una porticina piccola e poco segnalata proprio a ridosso della suddetta ferrovia. Eppure…

Museo di prossimità

Entri e sei accolto da persone gentilissime che ti danno il benvenuto e ti mettono a tuo agio spiegandoti dove sei e cosa ti aspetta. Non accade in tutti i musei, eh! E questo è pure gratuito! Perché il Drugstore Museum è, come lo definiscono, un ‘museo di prossimità’ al servizio di chi abita nei dintorni. È aperto tutti i giorni con orario 10-19 grazie ai volontari dell’Associazione nazionale Carabinieri. Ospita i corsi dell’Università della Terza età – come ci spiega la gentile signora che ci ha accolti – e poi incontri, dibattiti, spettacoli teatrali, laboratori in collaborazione con il quartiere. Eventi frequentatissimi, precisa la signora.

La necropoli del Drugstore Museum

Ma cosa si vede, dunque, al Drugstore Museum? Ci troviamo lungo l’antica via Campana-Postuense che conduceva alle antiche saline della città e poi a Portus, lo scalo portuale di Roma voluto dall’imperatore Claudio e ingrandito da Traiano. Come in ogni via extraurbana, ai lati c’erano le necropoli. E che necropoli! Ancor prima delle tombe c’erano in zona delle cave di tufo, e quindi era facile scavare sepolcri nel tenero tufo. Tombe a camera con pavimenti a mosaico, pareti affrescate, arcosoli (cioè quelle nicchie chiuse da un arco usate per le sepolture), destinati probabilmente a persone di classe media. Ma anche colombari grandi e complessi. E nelle vetrine si ammirano oggetti provenienti dalle stesse tombe e anche da altre, collocate sempre lungo l’antica via, che ora si trovano a via Ravizza e a Vigna Pia.

Chi ricorda, poi, le tombe monumentali ricostruite all’interno delle Terme di Diocleziano? Beh, due su tre venivano da qui e più precisamente dall’area lungo la Portuense compresa tra le due sopraelevate – ferrovia e strada – denominata Pozzo Pantaleo. Le due tombe sono state scoperte negli anni Cinquanta, mentre scavi degli anni Ottanta hanno portato alla luce anche un tratto basolato della via Campana con ai lati sepolcri, una stazione di sosta, delle terme. E ora proprio lì sono in corso lavori per una prossima apertura al pubblico. Quest’area urbanisticamente improbabile è dunque archeologicamente molto interessante.

Drugstore Museum Colombario

Drugstore Museum, un Colombario – foto Teodoro Teodoracopulos

Da Drugstore a Museum

Le tombe del Drugstore Museum sono state scoperte costruendo il palazzo di cui ora, con altri negozi, costituiscono il piano terra-seminterrato. E in effetti si ha la sensazione di trovarsi in un garage. Il nome Drugstore Museum deriva dall’esperimento degli anni Ottanta, presto fallito, di creare qui un Drugstore aperto 24 ore su 24. Però ora questo nome, benché ‘storico’, suona un po’ fuorviante. Non sarebbe meglio qualcosa di più coinvolgente? Anche a Ravenna sono emersi mosaici durante la costruzione di un garage, ma ora si visita l’evocativa Domus dei tappeti di pietra, anche se si è in un garage.

Un museo vivo

Quel che più conta, però, è che al Drugstore si ha la netta sensazione di trovarsi in un luogo vivo e vissuto. Le pareti spoglie non contano, conta il calore che emanano. È il vuoto lasciato da uno spettacolo dismesso, nell’attesa del successivo. E intanto, fino al 19 dicembre le tombe dialogano con le opere d’arte contemporanea di Virus Group, collettivo di artisti impegnato nell’arte pubblica con sede a Corviale, uno dei simboli delle periferie della capitale.

Le opere colorano il Museum e s’insinuano tra le tombe in modi a tratti sorprendenti. Non riesco a cogliere fino a che punto gli artisti si siano ispirati al passato, ma il contatto molto ravvicinato tra i due mondi invita a riflettere e a sentirsi tutti – antichi e moderni – come parte di una sola famiglia umana.

Virus Group, però, ha realizzato anche performance e laboratori per adulti e bambini. La sua presenza al museo è stata viva, a contatto diretto con la gente per far partecipare tutti alla magia dell’arte. Ed è proprio questo il ‘metodo’ del Drugstore Museum che si ripete in buona parte delle mostre e iniziative che fa: per la gente ma soprattutto con la gente.

Non capisco però come la gente venga informata sugli eventi. Vedo annunci sulle pagine facebook e instagram della Soprintendenza speciale di Roma, ma mancano pagine dedicate proprio al museo. E ci saranno sicuramente circuiti informativi interni al quartiere, ma perché non coinvolgere anche la città tutta in questo ottimo esempio di archeologia e arte pubblica?

Autore

  • Cinzia Dal Maso

    ​Tre passioni: il mondo antico, la scrittura, i viaggi. La curiosità e l’attrazione per ciò che è diverso perché lontano nello spazio, nel tempo o nel pensiero. La voglia di condividere con tanti le belle scoperte quotidiane. Condividerle attraverso la scrittura. Un solo mestiere possibile: la giornalista che racconta il passato del mondo. Scrive su temi di archeologia, comunicazione dei beni culturali, uso contemporaneo del passato, turismo culturale per i quotidiani La Repubblica e Il Sole 24 ore, e per diverse riviste italiane e straniere. Dirige il Magazine e il Journal di Archeostorie.

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