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Diecimila anni fa nel Sahara si viveva di pesca

21 Febbraio 2020
Una dieta a base di pesce nel Sahara di 10mila anni fa. Lo rivelano i resti lasciati nel riparo di Takarkori nel deserto libico

“Vedi laggiù proprio di fronte a noi? Un tempo c’era un grande lago, e pescavano!”. Così mi raccontava Savino Di Lernia, archeologo dell’Università di Roma Sapienza. Eravamo al riparo di Takarkori, alto su una parete di roccia nel massiccio del Tadrart Acacus, nel Sahara libico. Erano diversi anni fa oramai. Poi nel 2011 Di Lernia e i suoi sono dovuti fuggire da quel deserto a cui avevano dedicato così tanti anni delle loro vite, ma la ricerca non si è fermata.

Il Sahara dei pastori

Allora si era concentrata sulle fasi più recenti di occupazione del grande riparo, dai 7mila anni fa in poi, quando in tutto il Sahara i cacciatori-raccoglitori erano diventati pastori ma la terra cominciava a inaridirsi e le condizioni di vita a diventare sempre più difficili. Gli animali erano così sacri da essere sepolti in rituali molto complessi e a noi sconosciuti.

Takarkori però aveva rivelato qualcosa di più: in quel riparo così ampio e protetto, da dove si controllavano diversi passi montani, si producevano persino yogurt e formaggi. Analisi biochimiche su cocci di vaso hanno rivelato che almeno il 30% di questi aveva tracce di lavorazione del latte vaccino: era quindi un’abitudine, non un’eccezione. Nel 2012 la notizia si è guadagnata a ragione la copertina della rivista scientifica Nature: nessuno poteva immaginare che una tecnologia così sofisticata potesse giungere fino a un ambiente così estremo.

sahara takarkori

Il riparo di Takarkori al termine degli scavi – foto Savino Di Lernia

Prima dei pastori, i pescatori

La notizia di oggi è apparsa invece sulla rivista Plos One. Negli anni gli studi sui materiali raccolti a Takarkori sono andati sempre più indietro nel tempo, e ora si è giunti fino a 10mila anni fa quando, per l’appunto, il lago che si dominava da Takarkori era grandissimo, e in tutto il Sahara c’erano laghi montani e fiumi che in pianura formavano ampie savane.

Le analisi sui numerosissimi resti animali di quel periodo – che Di Lernia ha condotto in collaborazione con il geoarcheologo dell’Università di Milano Andrea Zerboni e con Wim Van Neer del Royal Belgian Institute of Natural Sciences di Brussels – hanno rivelato che sono tutti scarti alimentari perché recano tracce di taglio e cottura, e sono per l’80% ossa di pesce. Quindi non solo lì c’era un grande lago, ma era la prima fonte di sostentamento per gli abitanti del riparo.

Le ricerche hanno potuto anche mostrare come la presenza di fauna ittica si sia ridotta col tempo a favore dei mammiferi. Mano a mano che il Sahara si inaridiva, la pesca lasciava il posto alla pastorizia, per scomparire poi del tutto attorno a 5mila anni fa.

I pesci del lago non erano di poco conto: erano lunghi oltre un metro, simili a quelli che oggi vivono nel fiume Nilo o nei grandi laghi africani. Sono state identificate anche le specie più diffuse, il pesce gatto e la tilapia. E mentre in un primo tempo le ossa di tilapia erano le più numerose, poi hanno progressivamente lasciato il posto al pesce gatto che, grazie al suo sistema respiratorio, è in grado di sopravvivere in acque poco ossigenate e a basso fondale.

Tutto ciò fornisce due informazioni importantissime. Innanzitutto che c’è stata probabilmente una migrazione di pesci dal Nilo al Sahara centrale, e quindi che un tempo c’era un sistema idrografico complesso e articolato che lo consentiva. E che anche i pesci rivelano tempi e modi del progressivo inaridimento della zona.

Erg Tanezzuft Sahara

Cinzia Dal Maso nell’Erg Tanezzuft con Andrea Zerboni e Mauro Cremaschi, alla ricerca delle tracce di antichi fiumi – foto Teodoro Teodoracopulos

Una rete di fiumi e laghi

Ora pare un sogno poter tornare tra quei monti aridi, con la guerra civile in Libia che non accenna a cessare. Li hanno visitati in molti in passato, e le tracce di pneumatici delle auto turistiche erano così tante da sembrare autostrade. Quei turisti sognano di certo i cieli tersi e i paesaggi da sogno, e quelle pitture e incisioni rupestri spettacolari che – tra l’altro – il team di Di Lernia ha saputo datare per la prima volta, contribuendo così a tracciare uno sviluppo certo dell’arte e della vita sahariane.

Io, lo ammetto, ho invece sognato spesso le giornate trascorse a Takarkori a respirare polvere e guardare lontano. Come pure le passeggiate lungo distese aridissime con Andrea Zerboni e il suo maestro Mauro Cremaschi, i geologi che mi hanno mostrato i segni della presenza di antichi laghi e fiumi.

Era fantastico riuscire a notare quelle tracce infinitesimali nella terra, piccoli sollevamenti nel terreno rivelatori di vita. Uno qua, e poi uno là, e poi il chiarissimo alveo di un fiume dove passeggiavi e ti pareva di navigare. E persino le tracce dei fuochi in riva al fiume dove i pescatori arrostivano i pesci che pescavano.

Poi il fiume si diramava in un delta e sfociava in un lago, e tu guardavi quella piatta terra arida e ci vedevi acque piante uccelli pesci. Vedevi un mondo sovrapporsi a un altro, come in quei libri col foglio trasparente che ai resti di oggi sovrappone la realtà di ieri.

Ecco perché ho accolto con entusiasmo la notizia di oggi: io il Sahara ricco d’acque l’ho visto. Quel grande lago l’ho visto. E ora so anche quanti pesci c’erano, e quali e perché.

Autore

  • ​Tre passioni: il mondo antico, la scrittura, i viaggi. La curiosità e l’attrazione per ciò che è diverso perché lontano nello spazio, nel tempo o nel pensiero. La voglia di condividere con tanti le belle scoperte quotidiane. Condividerle attraverso la scrittura. Un solo mestiere possibile: la giornalista che racconta il passato del mondo. Scrive su temi di archeologia, comunicazione dei beni culturali, uso contemporaneo del passato, turismo culturale per i quotidiani La Repubblica e Il Sole 24 ore, e per diverse riviste italiane e straniere. Dirige il Magazine e il Journal di Archeostorie.

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