L’archeologia della Grande Guerra: ricostruzione di storie senza Storia

4 Novembre 2018
A cent’anni dalla conclusione della Grande Guerra, l’archeologo Franco Nicolis racconta cosa significa indagare storie così dolorose e così vicine a noi

Rodolfo Beretta è morto tra i ghiacci dell’Adamello nel novembre 1916. È uno dei tantissimi ragazzi che hanno dato la vita per quella follia mondiale che è stata la Grande Guerra, terminata con l’armistizio di un secolo esatto fa. Lui però non è ‘ignoto’ come tanti, ha nome e cognome e il 13 ottobre scorso la sua salma è tornata al suo paese, Besana Brianza, e i discendenti gli hanno dato giusta sepoltura.

Perché oggi, quando si trova una salma tra i monti, non interviene solo il Commissariato Generale per le Onoranze ai Caduti del nostro Ministero della difesa. Interviene anche l’archeologia. Franco Nicolis, archeologo della Soprintendenza della provincia di Trento, esperto di preistoria, ha cominciato a interessarsi alla Grande Guerra nel 2005 mentre scavava un sito dell’età del bronzo a Luserna, trovandovi tracce di trincee austroungariche. Non si è fermato più. È stato lui a individuare un pacchetto di carte nella tasca di Beretta, a portarli in laboratorio dove si è potuto sfogliarli uno per uno, per quanto oramai impalpabili, e con luce radente a leggere nome e timbro postale. “Lavoro per riportare le vittime della guerra a casa”, dice.

È questo il contributo che l’archeologia della grande guerra può dare? Dare nome e cognome alle vittime?

È il contributo più bello ed emozionante e fa sì che quei ragazzi, vittime della Guerra, non siano più soldati ma persone. Così si rifugge dalla sacralizzazione della guerra, quella che celebra la morte, la ‘bella morte’ come si suol dire, e si celebra invece la vita, ciò che quei soldati sono stati.

È quel che abbiamo fatto anche in una piccola mostra ora in corso qui a Trento che abbiamo voluto intitolare storie senza Storia. Noi archeologi raccontiamo le storie che non sono mai entrate nella Storia con la ‘s’ maiuscola. Nella mostra ci sono uniformi e oggetti di due soldati austriaci trovati sul ghiacciaio del Presena, e due italiani trovati sull’Adamello. Allestita nella Cappella Vantini di palazzo Thun, vuole essere una piccola liturgia laica che celebra per l’appunto il valore della vita. Invito tutti a venire a vederla, resterà aperta fino a gennaio.

Grande Guerra Punta Linke esterno

Grande Guerra. Punta Linke ingresso. Foto Davide Orlandi

L’archeologia, però, è ricostruzione di contesti.

Infatti. L’archeologia è un metodo, come ben sappiamo. È decostruzione ragionata che riesce a ricostruire situazioni precise. Io non sono un esperto della Grande Guerra e lavoro in collaborazione con gli storici, oltre che con gli specialisti capaci di analizzare quel che portiamo alla luce. E aiuto a ricostruire non una trincea o una baracca qualsiasi, ma quella trincea lì con quegli oggetti lì, nel punto esatto dov’erano.

Dal 2009 al 2013 abbiamo scavato e recuperato una stazione teleferica a Punta Linke, nel gruppo Ortles-Cevedale. Ora è un’attrazione turistica, e tutto quel che si vede è ciò che noi abbiamo trovato, e in quel punto preciso. In genere, le ricostruzioni di strutture di guerra, anche quelle realizzate con maggiore rigore filologico, non raggiungono mai il nostro livello di precisione. E quel che io ricordo di più di Punta Linke, che mi rimarrà per sempre impresso nella mente, è l’odore: odore di grasso e crauti. Lo stesso identico odore che c’era cent’anni fa.

Sul monte Pasubio, invece, abbiamo scavato una piccola trincea, e lì non solo abbiamo ricostruito un piccolo episodio di guerra, ma abbiamo capito persino l’ora in cui era stato sferrato l’attacco che ha causato la morte dei militari da noi trovati. “storie senza Storia”, per l’appunto, perché ogni vita ha la sua dignità.

Grande Guerra in Adamello Rodolfo Beretta

Grande Guerra in Adamello. Resti dell’alpino Rodolfo Beretta

Cosa si prova a trovarsi di fronte alle tragedie di questi ragazzi morti solo cent’anni fa? I nostri nonni, in fondo.

Eh sì, togliere il passamontagna a una persona, vedere sotto barba e capelli, non è come trovare gli scheletri in una necropoli antica. Io e i mei colleghi viviamo l’archeologia della Grande Guerra come un’esperienza non solo professionale ma anche umana che ci porta inevitabilmente a porci molte domande. E la prima è: cosa vuol dire avere rispetto dei resti umani? Per la legge sono solo “cose di cui non si può fare commercio”. Io credo che il primo loro diritto sia di non essere disturbati. Però indagandoli, recuperandoli, restituendo loro il nome, riusciamo a riportarli a casa e a dare loro degna sepoltura -com’è accaduto a Rodolfo Beretta. I parenti ci ringraziano. Ci ringrazieranno anche loro, i ragazzi? Chissà. Cosa rimane di umano nei resti umani? A prescindere dalle convinzioni religiose, me lo sono chiesto e me lo chiedo di continuo.

Si parla tanto di etica in archeologia, e io non saprei definire bene cosa sia, è discorso troppo complesso. So però che certi problemi noi archeologi dovremmo porceli sempre quando abbiamo a che fare con resti umani. Di ogni epoca. Perché indagare i resti umani è indagare le identità. Facendo archeologia del contemporaneo non si può non capirlo. E trovare l’equilibrio tra il ruolo scientifico e l’emozione è forse il nostro problema più importante.

Ecco, archeologia del contemporaneo. Altrove è un campo di ricerca molto in voga. In Italia no.

Abbiamo troppa storia passata per dedicarci a quella presente. Però dobbiamo farlo, specie per quelle epoche di cui si sta perdendo la memoria diretta. Prima fra tutte la Grande Guerra. Parlavamo dei ragazzi che l’hanno combattuta come i “nostri nonni,” e infatti il collega Armando De Guio -che ha per primo intrapreso e da sempre sostiene questa avventura- ama dire che l’archeologia della Grande Guerra è per l’appunto “l’archeologia del nonno”.

Però sono nonni, cioè testimoni, che oramai non ci sono più. A noi della guerra rimangono solo gli oggetti che troviamo e che diventano quindi i documenti principali. Non oggetti ma soggetti, tracce di vita. Per questo l’archeologia è, ora più che mai, così importante per indagare quanto è accaduto in quel conflitto. È l’unica via per conoscere e riportare in vita le sue moltissime, piccole ma umanamente grandissime, ‘storie’.

Autore

  • Cinzia Dal Maso

    ​Tre passioni: il mondo antico, la scrittura, i viaggi. La curiosità e l’attrazione per ciò che è diverso perché lontano nello spazio, nel tempo o nel pensiero. La voglia di condividere con tanti le belle scoperte quotidiane. Condividerle attraverso la scrittura. Un solo mestiere possibile: la giornalista che racconta il passato del mondo. Scrive su temi di archeologia, comunicazione dei beni culturali, uso contemporaneo del passato, turismo culturale per i quotidiani La Repubblica e Il Sole 24 ore, e per diverse riviste italiane e straniere. Dirige il Magazine e il Journal di Archeostorie.

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