Aiutare gli Yazidi a ricostruire la loro società attraverso i beni culturali

2 Dicembre 2019
Un progetto delle Università di Udine e Trieste fornisce aiuto psicologico alle comunità di Yazidi scampate alla furia dell’Isis, e le aiuta a ricostruire il tessuto sociale tutelando i loro santuari

Nella regione autonoma del Kurdistan iracheno, tra il fiume Tigri a ovest, i monti Zagros a est, e al centro la piana costellata di tell – le colline che indicano la presenza di un’antica occupazione del territorio – abita una comunità religiosa molto antica, gli Yazidi. Lo Yazidismo è nato infatti proprio in queste terre nel XII secolo, e precisamente nella valle di Lalish dove c’è tuttora il loro santuario e centro religioso più importante. Questo luogo fu scelto come centro di culto da Sheikh ‘Adī, lo studioso del misticismo islamico che ha reso lo Yazidismo una religione vera e propria, estremamente sincretica, con aspetti in comune con lo zoroastrismo, lo sciismo e il misticismo islamico.

mappa yazidi

I maggiori centri di diffusione dello Yazidismo nel Vicino Oriente (modificata da Açıkyıldız 2015: Map 1)

Primo incontro con gli Yazidi

Presso il santuario di Lalish, frequentato ogni anno da migliaia di fedeli che vi si recano almeno una volta nella vita per visitare la tomba di Sheikh ‘Adī e di altri santi importanti, è avvenuto il mio primo contatto con gli Yazidi e la loro religione. Nonostante vi sia tornata più volte, quella prima visita nel 2015 è rimasta impressa nella mia mente per la folla di persone che si aggiravano per le strade del luogo.

Come mi spiegò uno dei pellegrini – che sono tutti felici di raccontare la storia del luogo e della loro religione – molte di quelle persone erano profughi fuggiti dalle regioni di Bashiqa e di Sinjar, entrambe in territorio iracheno e non distanti da Lalish, e colpite dall’invasione dell’Isis nell’agosto del 2014.

Lalish yazidi

Lalish, il principale santuario degli yazidi (© Costanza Coppini 2015)

Uno dei più grandi massacri dell’epoca moderna

Allora, e fino a tutto il 2016, gli Yazidi hanno subito uno dei più grandi massacri dell’epoca moderna, un vero e proprio genocidio. Migliaia di persone furono uccise, altre costrette a fuggire, trovando rifugio sul monte Sinjar, dove centinaia di loro morirono a causa della mancanza di cibo e di acqua: una crisi umanitaria che colpì molto la comunità internazionale.

Gli Yazidi in fuga raggiunsero per l’appunto il territorio della regione autonoma del Kurdistan iracheno, dove trovarono accoglienza e rifugio nei campi profughi sia di Erbil (la capitale della regione) che di Dohuk, in territorio cioè tradizionalmente yazida.

In seguito a questa emergenza umanitaria la Regione Friuli Venezia Giulia ha supportato il progetto Diamo un futuro agli Yazidi! Tutela e conservazione del patrimonio culturale yazida, condotto in cooperazione dall’Università degli Studi di Trieste e dall’Università degli Studi di Udine, al quale ho partecipato e che mi ha permesso di approfondire la mia conoscenza degli Yazidi e delle loro religione, storia, cultura.

campo profughi yazidi

Campo profughi a Khankhe, provincia di Dohuk, regione autonoma del Kurdistan iracheno (© Costanza Coppini 2017)

Ricostruire una comunità 

Obiettivo generale del progetto è stata la ricostruzione del tessuto sociale della comunità yazida, la coesione sociale, il reinserimento degli yazidi nel loro territorio a Sinjar, fino a ricostituire la società in questa regione.

Il team triestino, diretto dallo psicologo Tiziano Agostini, si è occupato del supporto psicologico delle donne e bambini yazidi nei campi profughi, affetti da sindrome da stress post-traumatico (SPTS). Ma tra le condizioni fondamentali per il ritorno degli Yazidi a Sinjar, vi è anche la ricostruzione del loro patrimonio culturale distrutto, e cioè i loro templi e mausolei. Questi luoghi, infatti, frequentati in occasione di feste religiose o della consueta preghiera, sono dei punti di riferimento importanti per un popolo senza patria: qui gli yazidi si raccolgono e cementano di fatto la loro comunità.

Il compito del nostro team di archeologi udinesi – diretto da Daniele Morandi Bonacossi, e di cui fa parte anche il topografo Alberto Savioli – ha avuto proprio il compito di valutare i danni perpetrati contro il patrimonio culturale yazida (mausolei, templi, cimiteri) durante l’occupazione della regione di Sinjar. Purtroppo, non abbiamo potuto recarci a Sinjar per rilevare sul terreno la condizione degli edifici religiosi, ma abbiamo comunque raccolto informazioni importanti grazie alla collaborazione del giornalista Jérémy André, che ha visitato quei luoghi e alcuni degli edifici religiosi yazidi nel 2016. Durante la sua visita ha documentato con foto e video la condizione degli edifici, e con testimonianze orali l’arrivo delle milizie dell’Isis in uno dei villaggi.

mausoleo sinjar distrutto

Il mausoleo di Meme Resh sul Monte Sinjar, distrutto dall’Isis (© Jeremy André 2016)

Mappare i luoghi di culto yazidi

Grazie a Jérémy André e alle informazioni ottenute da pubblicazioni scientifiche o report pubblicati in rete, siamo stati in grado di individuare i 29 edifici religiosi yazidi nella regione di Sinjar: si tratta di templi (nishan) e mausolei (mazar) tra cui il piú importante, Sheikh Sharaf al-Din, è fortunatamente rimasto intatto al passaggio delle milizie del califfato. Ma nove edifici sono stati completamente distrutti. Una distruzione effettuata con spietata razionalità e programmazione da parte dell’Isis.

Dell’entità di queste azioni, e del ruolo che questi edifici rivestono per la comunità yazida, mi hanno parlato a lungo le persone con cui ho potuto parlare in occasione delle nostre visite a campi profughi nella provincia di Dohuk: persone che si sono trovate a fuggire dai loro luoghi natali sotto la minaccia delle milizie del califfato.

templi yazidi

Templi yazidi a Tell Mubarak (© Land of Nineveh Archaeological Project 2018)

Luoghi di culto e comunità

Questo ci ha fatto capire quanto valore abbiano questi edifici per la comunità yazida, quanto siano veri e propri luoghi di ritrovo per i suoi membri, oltre che luoghi di culto. Non potevamo ignorare il significato sociale che rivestono. Così ci siamo concentrati proprio sul loro valore sociale, per sottolineare come la distruzione del patrimonio culturale sia grave per la perdita non solo di edifici storici ma anche della coesione sociale e di tradizioni millenarie.

L’importanza di questo patrimonio culturale ci è stato testimoniato anche dal capo secolare della comunità yazida, il mîr (principe) di Sheikhan, Tahsin Beg, considerato il difensore della fede e l’intermediario tra i gruppi locali yazidi, le comunità musulmane e i rappresentanti del clero cristiano. Deceduto nel 2019 in Germania a seguito di una lunga malattia, il mîr ha concesso una visita al nostro team nel 2017, ricevendoci nella sala per le udienze assieme ad altri visitatori. Molto accogliente e gentile, la sua testimonianza sulla storia più recente della sua comunità, sulle gravi perdite a Sinjar e sul pericolo dello sradicamento della comunità dal proprio territorio, è stata veramente molto importante per noi.

Colloquio con il mir yazida

Visita al mîr (© Costanza Coppini 2017)

Un sito web sugli Yazidi

Purtroppo, ancora oggi la situazione nella regione di Sinjar non è così sicura da permettere il rientro di tutti gli sfollati, ma la ricostruzione, seppur lentamente, è iniziata. Noi abbiamo pubblicato tutte le informazioni e le storie da noi raccolte in un sito internet, che ci auguriamo possa far meglio conoscere a molti gli Yazidi, la loro storia, la loro religione e loro patrimonio culturale. Così da mostrare sì le perdite e le sofferenze a cui sono andati incontro, ma anche, per dirla con Mirza Dinnayi, attivista yazida e fondatore della Ong Air Bridge Iraq, una comunità viva, con proprie tradizioni ancora forti, che ha contribuito significativamente ad arricchire il mosaico di culture e religioni del Vicino Oriente.

Autore

  • Costanza Coppini

    Archeologa, attualmente borsista presso la Freie Universität di Berlino, dove ha conseguito il dottorato di ricerca in Archeologia del Vicino Oriente Antico. Lavora nel Vicino Oriente dal 2000, quando ancora studente all’università di Firenze mosse i primi passi sul campo in Siria, scoprendone i suoi tesori archeologici e la sua gente; da allora ha lavorato in diversi scavi nel nord del paese, collaborando con missioni italiane e tedesche. Dal 2014 è membro del Progetto archeologico regionale Terra di Ninive e ha avuto così l’opportunità di conoscere il nord dell’Iraq, in particolare la regione curda. Vive a Berlino, dove all’attività di ricerca affianca quella di guida al Museo Pergamon, al Neues e all’Altes Museum.

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