Accogliere ad arte: come creare a Napoli una vera comunità dell’accoglienza

    Accogliere ad arte
    Accogliere ad arte: una visita

    Accogliere ad arte è un progetto fantastico. Si fa a Napoli ma dovrebbe essere d’obbligo in ogni città. Perché i migliori ambasciatori di una città sono i cittadini stessi. Loro possono far sentire il visitatore ‘a casa’, e fargli scoprire le meraviglie materiali e umane della città. Loro possono regalare un’autentica esperienza di visita in una città vera e non artefatta a uso turistico. Però la propria città la devono conoscere, e bene.

    Un tassista che non sa

    Giorni fa a Roma sono salita su un taxi e, distrattamente, ho chiesto di andare ai Musei Capitolini. Certo, avrei potuto dire “Campidoglio” e forse il tassista si sarebbe turbato di meno. Perché era in seria difficoltà. “Musei quali?” “Quelli sul Campidoglio” “Ah allora la porto a piazza Venezia” “Sì perfetto”. Ma arrivati a piazza Venezia: “Dove la lascio signora?” “Ai piedi della scalinata del Campidoglio, ovvio!!! – rispondo io con chiaro stupore – O dove è più comodo per lei”. “Sì sì giusto. Sa, con tutti i musei che ci sono qui, non mi volevo sbagliare…”.

    Possibile che un tassista non conosca il luogo più importante della città? Il suo ‘centro’ dai tempi della nascita di Roma fino ai giorni nostri? Possibile che non sappia che lì c’è l’amministrazione cittadina ma ci sono anche le memorie civiche? E questo non da ieri, ma già per volere dei papi nel Quattrocento?

    Accogliere ad arte palazzo Filangieri
    Accogliere ad arte a palazzo Filangieri

    Accogliere ad arte per conoscere la propria città

    Incidenti come questo a Napoli non accadranno più. O almeno, l’équipe di Progetto Museo – associazione culturale che realizza progetti didattici in molte realtà museali cittadine – sta facendo di tutto perché non accada. L’idea di Accogliere ad arte è della vulcanica presidente Francesca Amirante. In fondo è un’idea semplicissima: far conoscere le bellezze della città a chi per primo accoglie i visitatori e cioè tassisti, vigili urbani, personale del trasporto pubblico, degli hotel, del porto, dell’aeroporto. Un’idea che già diversi musei nel mondo hanno messo in pratica, però Amirante ha alzato l’asticella ragionando su scala urbana. Ed è questo che fa la differenza.

    Dal 2016 Accogliere ad arte porta i ‘protagonisti dell’accoglienza’ in visita ai luoghi principali ma anche a quelli più reconditi della città. Fa scoprire loro meraviglie che ignoravano. Il tutto grazie ad accordi specifici con le istituzioni per cui essi lavorano, e con i musei coinvolti. Si è creata così una sorta di ‘comunità dell’accoglienza’: gente che ha capito il valore di quanto si sta facendo per loro – come arricchimento personale e professionale assieme – e non si perde neppure un appuntamento. E poi, superata la ritrosia iniziale, partecipa e discute. Riflette, si anima, propone.

    Accogliere ad arte Mann
    Accogliere ad arte al Mann

    Accogliere ad arte come consapevolezza civica

    Ed è a questo punto che Accogliere ad arte ha fatto un passo in più. La prima proposta è del dicembre scorso: durante gli incontri non solo si scopre un luogo nuovo, ma si discute tutti assieme su un argomento legato alla città. Per capire ancora meglio il senso dell’accoglienza ‘ad arte’. Per sentirsi sempre più portavoce della propria città. Gli incontri sono diventati così Dialoghi di comunità.

    A dicembre c’ero anch’io ed eravamo in un luogo veramente unico, Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco. Chi non conosce il culto napoletano delle anime pezzentelle, non conosce Napoli. Adottare e curare il teschio di un defunto senza nome, affinché interceda per noi con l’Altissimo, e così facendo inserirlo in una sorta di ‘famiglia’ che lo aiuti a superare le pene del Purgatorio, è idea che un estraneo fatica davvero a comprendere, se non coglie almeno qualche sentore dello spirito della città.

    Ebbene, in quel luogo così unico, abbiamo ragionato su come l’industria del turismo stia trasformando radicalmente le nostre città. Di come queste siano oramai strutturate per i turisti più che per i cittadini, e come siano i cittadini a doversi adeguare ai servizi per i turisti e non viceversa. E ancora: di come i cittadini si comportino oramai come il turista si aspetta da loro, e non per ciò che sono in realtà. Sono alcune delle tesi del libro Il selfie del mondo del sociologo Marco D’Eramo (Feltrinelli 2017) che era con noi quel giorno.

    Dialoghi di comunità Purgatorio ad arco
    Dialoghi di comunità al Purgatorio ad Arco

    Una comunità che si interroga

    Napoli non è ancora giunta a tanto – ha detto Amirante – non è ancora come Venezia o Firenze. A Napoli possiamo ancora difendere una ‘napoletanità’ vera e non stereotipata. Possiamo e dobbiamo accogliere sempre più turisti, ma facendoli immergere quanto più possibile nel nostro mondo. Un discorso difficile che diventa quasi una ‘mission impossibile’, se rivolto a un orgoglio popolare napoletano che si considera indistruttibile ed eterno. Un discorso che quel giorno ha suscitato reazioni forti e sicure.

    Ma forse, in verità, ha cominciato a insinuare qualche dubbio, a far riflettere qualcuno sul fatto che nulla è dato in eterno e bisogna sempre lottare per continuare a essere se stessi. Bisogna adeguarsi ai tempi difendendo la propria anima più profonda. La consapevolezza sviluppa gli strumenti per vincere; le rigide e orgogliose certezze, alla fine mestamente soccombono. Il rigore vince sempre, la rigidità mai.

    Non sono quindi discorsi facili, quelli che Amirante propone. Sono molto complessi però lei ha capito come proporli. Tutto si può fare, se si trova la via giusta. E questa di Amirante è una via importante per salvare dall’omologazione le nostre città e chi le vive.

    Accogliere ad arte Madre
    Accogliere ad arte al Madre

    Le Città creative Unesco

    Ieri ho scoperto una realtà che non conoscevo, il Network delle Città creative Unesco: città che l’Unesco, tramite una selezione, riconosce come paladine di un’arte. Il Network esiste dal 2004 e dunque pecco decisamente d’ignoranza. E l’ho scoperto perché queste città – 180 in tutto – si riuniranno nel giugno prossimo a Fabriano in una kermesse con padiglioni ed eventi che somiglia tanto a un’Expo in miniatura. Infatti il sindaco di Milano Giuseppe Sala è tra i paladini, chiamato dalla principale alfiera ed entusiasta organizzatrice Francesca Merloni.

    Si tratta quindi di un evento di cui noi italiani avremmo dovuto essere consapevoli da tempo, anziché scoprirlo all’ultimo. Per preparaci ad accogliere al meglio chi verrà nel nostro paese, e per trarne i giusti vantaggi. Però dubito che persino gli abitanti delle Città creative d’Italia sappiano di vivere in una ‘città creativa’; in un luogo che si caratterizza sulla scena mondiale per le proprio caratteristiche ma anche perché patria eletta di musica, letteratura, cinema, arti, artigianato, design, gastronomia.

    Dialoghi di comunità
    Dialoghi di comunità: la locandina

    Comunità e rigenerazione urbana

    Queste possono essere delle semplici etichette, certo, oppure possono diventare leve di consapevolezza civica e di costruzione di vere comunità. Ragioni in più per sviluppare sano orgoglio e coinvolgere e indirizzare i visitatori nei luoghi cittadini della musica (per Pesaro e Bologna), dell’artigianato (per Fabriano), del design (per Torino), del cinema (per Roma), della letteratura (per Milano), della gastronomia (per Alba e Parma). Insomma servirebbe una Francesca Amirante almeno in ciascuna di queste città, se non proprio in tutte le città d’Italia e del pianeta.

    Perciò napoletani approfittatene, voi che avete questa fortuna. Venerdì prossimo 22 febbraio, alle 17, ci sarà il secondo Dialogo di comunità. A Palazzo Zevallos Stigliano si parlerà di cibo con Stefano Consiglio, economista della Federico II, e con l’antropologo Marino Niola. Si ragionerà – immagino – su un’immagine gastronomica partenopea che non sia solo pizza e spaghetti. O meglio, che coinvolga tutte le prelibatezze che conosciamo, ma presentate per ciò che sono, riuscendo magari a scardinare le molte e stravaganti certezze degli stranieri sui nostri cibi.

    Insomma cibo come specchio di una tradizione, una cultura. Di una comunità che, consolidandosi sempre più, sa palesarsi anche al visitatore più frettoloso. Lo sa coinvolgere e avvolgere, anziché trovarsi penetrata e sfilacciata dal visitatore stesso. Una comunità che, ragionando di tradizione, prova a individuare vie sostenibili verso il futuro. A Napoli ci stanno provando. Chi altri?

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