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Past, L'umanesimo che sa raccontare

Patrizia Gioia: una vita per le periferie

7 Settembre 2021
Appassionata e testarda: se alcune periferie di Roma hanno oggi musei e monumenti godibili da tutti, è grazie alla forza di Patrizia Gioia

Dare vita alle periferie di Roma grazie alla cultura: questo è stato il filo conduttore della vita lavorativa (e personale, visto il cuore che ci mette!) di Patrizia Gioia, già funzionaria della Sovrintendenza Capitolina e già docente di Museologia applicata all’archeologia all’Università di Roma La Sapienza. Ma soprattutto, punto di riferimento per chiunque si occupi del valore e del ruolo dell’archeologia nelle periferie della capitale. Per chiunque creda che tutti i cittadini, nessuno escluso, abbiano il diritto di trarre piacere e insegnamento dalle testimonianze della storia.

Periferia e preistoria

Dopo la laurea in Archeologia, Gioia inizia a lavorare come insegnante e ama il suo lavoro proprio perché consiste nel comunicare e condividere il sapere. Tuttavia l’ammissione al dottorato in Archeologia del Paleolitico la costringe a lasciare la scuola. E dopo il dottorato entra in forze alla Soprintendenza Capitolina con un obiettivo chiaro e preciso: contribuire alla valorizzazione del patrimonio archeologico di Roma, condividere cioè il sapere non solo in ambito scientifico, ma con i cittadini che tutti i giorni calpestano testimonianze archeologiche senza nemmeno rendersene conto. Soprattutto quelle della preistoria.

La passione per la preistoria di Patrizia Gioia non è casuale: le sue testimonianze si trovano soprattutto fuori dalla cinta muraria delle città, nel suburbio. Insomma lei ha capito da subito il potenziale delle periferie di Roma, e proprio in un momento in cui serviva farlo, in una città in continua espansione. Decenni fa quasi nessuno voleva occuparsi di luoghi fuori dal centro, ma Patrizia Gioia sì.

Centocelle: una scelta

Con alcuni colleghi della Sovrintendenza Capitolina, Gioia determinava i rischi archeologici per indirizzare le scelte urbanistiche e creare un piano di azione nelle periferie, con la precisa volontà di non separare i rinvenimenti dai luoghi dove venivano trovati. Assieme al collega Giovanni Caruso, decise di concentrare l’attenzione sull’area di Centocelle, sede del primo aeroporto d’Italia dove il piano regolatore del 1962 prevedeva un’intensa urbanizzazione. Lì gli scavi, realizzati dopo l’imposizione del vincolo nel 1992, hanno portato alla luce ben sette ville romane, oltre a testimonianze di ogni epoca.

A Centocelle Gioia e Caruso hanno sempre lavorato in stretto contatto con chi vi abitava, dal Municipio alle scuole ai comitati di quartiere ai cittadini tutti. Hanno sempre fatto conoscere a tutti i risultati del proprio lavoro. La partecipazione dei cittadini è tale a Centocelle, che l’area dell’aeroporto, ora diventata parco, è chiamata da tutti ‘parco archeologico di Centocelle’ anche se nessuno vi ha mai attribuito la denominazione in via ufficiale. Però è ‘archeologico’ nella mente dei cittadini, e questo basta.

Quando parla del coinvolgimento dei cittadini in progetti di valorizzazione del patrimonio, Gioia si illumina, le brillano gli occhi. Ma è così umile da non rendersi pienamente conto, o non dare valore, alla forza di ciò che ha saputo trasmettere a tutti. Senza di lei Centocelle sarebbe ancora un luogo sconosciuto ai più, e i suoi abitanti sarebbero ancora privi della piena conoscenza del proprio passato.

Casal de’ Pazzi: gli elefanti

Contemporaneamente a Centocelle, Patrizia Gioia lavorava anche a Casal de’ Pazzi dove ha portato alla luce l’alveo di un fiume di 200mila anni fa e, grazie ai ritrovamenti geologici, archeologici e paleontologici (tra cui spiccano quelli di elefanti preistorici, in particolare le loro enormi zanne), ha potuto ricostruire il paesaggio di allora.

Prima dell’intervento degli archeologi l’area era in uno stato di abbandono con occupazioni abusive. E dopo lo scavo è diventata un capannone dove i resti, benché conservati ‘in loco’, erano inaccessibili ai più. Gioia ha lottato per quasi vent’anni per ottenere dal Comune i fondi per realizzare un museo, mentre i cittadini protestavano perché l’unica testimonianza storica di un quartiere perlopiù anonimo, veniva loro negata. Il capannone era conosciuto come ‘il bunker’ sotto il quale si sapeva che c’era qualcosa di importante, ma non si sapeva bene cosa.

Casal de’ Pazzi: il museo

Finalmente il museo è stato inaugurato nel 2015. Gioia l’ha voluto ‘narrativo’ perché tutti potessero comprenderne storia e valore, e anche accessibile a tutti. Il museo ha portato un profondo cambiamento nel quartiere: è diventato un vero orgoglio territoriale, in dialogo con i cittadini tutti ma soprattutto con le scuole del quartiere. Questo è stato l’elemento determinante perché i cittadini hanno visto i loro figli appassionarsi sempre più all’archeologia.

Un rapporto speciale si è instaurato con una scuola ancora prima dell’apertura del museo, attraverso il programma nazionale ‘La scuola adotta un monumento’. E ancora oggi, tutti gli anni i bambini fanno attività al museo con la scuola, e trasmettono poi le loro conoscenze ai genitori che a loro volta sono incoraggiati dai figli a visitare il museo. Oramai è una tappa obbligata per tutti nel quartiere: è il suo principale punto di riferimento.

Non solo Patrizia Gioia

A Casal de’ Pazzi Gioia non è mai stata sola: ha saputo costruire un team di lavoro costituito prevalentemente da tirocinanti universitari e ragazzi del servizio civile. E ha sempre voluto che in ogni gruppo di lavoro ci fosse qualcuno del quartiere che potesse costruire un rapporto particolare con il museo, così da favorire la mediazione culturale. In questo modo è riuscita a pubblicare i risultati delle ricerche sia in ambito scientifico che divulgativo, e di realizzare un’infinità di iniziative: Casal de’ Pazzi è una costante fucina di idee e proposte per tutti, ed è oramai conosciuto come una best practice di valorizzazione di un’area archeologica e modello per altre realtà analoghe.

Anche l’arte contemporanea è stata messa al servizio del museo, facendo così dialogare passato e presente: sia il Comune che l’Associazione culturale Mammut (perché da sempre la vulgata narra che lì c’erano i mammut anziché gli elefanti) hanno commissionato murales ad artisti come Blu o Jericho per il museo e per i palazzi del quartiere, tutti ispirati ai temi del museo. Senza contare i numerosi interventi di Zerocalcare, originario del quartiere, a favore del museo.

Trasmettere conoscenza a tutti

Per quindici anni Patrizia Gioia ha affiancato al lavoro per la Sovrintendenza Capitolina l’insegnamento di Museologia all’Università di Roma La Sapienza, e ha saputo sensibilizzare tanti studenti all’importanza di valorizzare il patrimonio. Perché ha saputo raccontare agli studenti in modo concreto, sulla base delle proprie importanti esperienze ‘di frontiera’, cosa fare in tutte le fasi del lavoro dell’archeologo, dallo scavo al museo. Il suo corso piaceva e i suoi studenti l’amavano: lo prova il fatto che oltre 150 di loro hanno scelto Gioia come relatrice per la loro tesi.

Da qualche mese Gioia è in pensione, ma non ha abbandonato le periferie di Roma: guida di continuo passeggiate archeologiche a Centocelle, così come visite e iniziative varie al museo di Casal de’ Pazzi. E tutti le sono grati per la sua tenacità e il suo amore per le periferie. Il suo ultimo progetto è far rivivere la Villa della piscina, la più bella tra quelle rinvenute nel Parco di Centocelle, così da consentire a tutti di passeggiare per i suoi ambienti e rendersi conto della sua enorme estensione. Magari sostando al caffè e al bookshop che si dovrebbero realizzare lì accanto.

Gioia vorrebbe però anche consentire a tutti di accedere al deposito dei reperti degli scavi di Centocelle, che per sua espressa volontà è rimasto vicino all’area di scavo. Vorrebbe trasformarlo in museo così che tutti possano non solo ammirare quel che è venuto alla luce, ma anche capire in cosa consiste il mestiere dell’archeologo. Perché per Gioia l’antico deve servire al presente: diversamente, il lavoro degli archeologi e le conoscenze da loro accumulate sarebbero inutili.

Contiamo quindi di poter ammirare presto la Villa della piscina di Centocelle, e il museo. Conoscendo Gioia, anche questa volta ce la farà. Ci vorrà tempo perché già altre volte i fondi destinati a Centocelle sono stati poi dirottati altrove, ma sicuramente gli abitanti di Centocelle, grazie all’infaticabile sensibilizzazione di Gioia, non demorderanno mai.

Autore

  • Archeologa appassionata e amante dello scavo, non ha mai dubitato della via che seguirebbe nel futuro. Belga, ma innamorata dell’Italia e del suo patrimonio, le piace particolarmente scoprire (per dopo far scoprire!) siti archeologici poco valorizzati ma pieni di potenzialità. Attualmente tirocinante presso Archeostorie, prosegue il suo percorso di Master in Comunicazione storica all’Università di Bologna.

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