La Vecchia Ubriaca: dignità per i perdenti

La Vecchia Ubriaca ha toccato il fondo. Lo scultore ritrae senza pietà il suo abbandono. Lei però non chiede commiserazione ma ascolto

Vecchia Ubriaca
Vecchia Ubriaca, particolare. Roma Musei Capitolini - via Wikimedia Commons

Ehi tu! Si, proprio tu, non fare finta di niente. Perché non vieni a farti un goccetto assieme a questa povera vecchia? Parliamo di un vino di qualità eccezionale: greco, purissimo e invecchiato almeno 2000 anni. Se te lo dice l’anziana Maronide, la cui ebbrezza leggendaria è stata cantata dai poeti, potrai fidarti, no? Ecco, assaggia pure.

Ti propongo un brindisi: beviamo alla salute di chi ce l’ha fatta. Brindiamo a chi non è mai uscito dagli schemi e ha dominato i propri impulsi. Si! Un bel brindisi alla grandezza di tutti quelli che sono stati capaci di compiere ogni impresa, andando fino in fondo!

Io, vecchia malandata, prossima alla morte e impaurita della vita, sono andata al massimo, fino al fondo di fiasche come questa. Ho consacrato la mia vita al vino, inimitabile creatura di Dioniso. Un brindisi anche al vino, dunque! Mia fede, mia consolazione, mio tormento cosciente.

Lo stringo a me e lo cullo, come quel nipote che dovrei avere, data la mia età. Cullo il vino come lui ha sempre cullato me, proteggendomi con la sua dolcezza dalle note amare dell’esistenza.

Come rossa vernice, ha coperto e oscurato ogni macchia. Insieme abbiamo sfidato i confini del tempo e dello spazio. Uniti, come due compagni fuggiaschi, siamo evasi dalla gabbia della realtà. Gabbia di cui lui solo possiede le chiavi.

Il vino mi ha tratta in salvo, regalandomi il sogno: l’illusione di poter immaginare di aver vissuto altre vite, di essere stata qualcun’altra, di non essere soltanto la maschera grottesca che rappresento. Lunga vita all’illusione allora! Brindiamo!

Sai, un po’ mi sento in colpa d’averti trattenuto tutto questo tempo ad ascoltare le farneticazioni di una vecchia ubriaca. E poco mi importa che tu lo abbia fatto perché mosso dal rispetto e dalla compassione che, dicono, si deve a una persona anziana; o perché attratto dalla mia figura bizzarra e sgraziata.

Spesso mi chiedo come io, la Vecchia Ubriaca, sia potuta finire qui, ai Musei Capitolini di Roma, tra divinità, eroi ed eroine, imperatori e filosofi. Deve pur esserci una ragione, è ovvio. In fondo, come potrebbe esistere il bello, se non esistesse il brutto? Cosa ne sarebbe del giusto, senza lo sbagliato? Come si potrebbero celebrare le virtù e il coraggio degli eroi, senza biasimare i vizi e le debolezze dell’uomo comune? Potrebbero mai esistere degli Eracle in un mondo privo di Vecchie Ubriache?

Ma certo! Io sono l’antieroe generato per essere condannato. Quello che serve a controbilanciare, e a dare senso a un mondo dove tutto viene sempre ridotto a due soli comuni denominatori.

Niente, lascia stare, probabilmente questa è solo l’ennesima lucida illusione indotta dal vino. Io non resto che un intruso invisibile, e invisibili sono destinati a essere tutti quelli come me. Dai, beviamoci su.

Vecchia Ebbra
Vecchia Ubriaca, Musei Capitolini Roma – via Wikimedia Commons

La Vecchia Ubriaca conservata ai Musei Capitolini di Roma è una riproduzione di età romana di una statua realizzata in Grecia nel II secolo a.C., cioè nell’età ellenistica quando l’arte cominciò a rappresentare la realtà per quello che è, senza alcuna idealizzazione.

La statua fu trovata nel complesso di Sant’Agnese -un insieme di edifici cristiani di origine antica sulla via Nomentana- e potrebbe essere proprio Mironide, la famosa “vecchia ubriaca di Smirne” di cui parla lo scrittore latino Plinio il Vecchio.

Autore

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    Archeologo e storyteller in erba, da qualche tempo mi occupo di educazione al patrimonio cercando di raccontare l’uomo del passato a quello del presente. Multiculturale per nascita, ho viaggiato per quattro continenti. Trascorro il mio tempo libero leggendo, giocando col mio cane e strimpellando male l’ukulele.

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