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Sulle frequenze della storia: dialogo tra Jacques Le Goff e Jean-Pierre Vernant

17 Marzo 2016
Laterza pubblica la conversazione radiofonica di Jacques Le Goff e Jean-Pierre Vernant su maestri, lavoro, teatro e futuro

Due storici tra i più noti e apprezzati dal grande pubblico, seduti attorno a un tavolo con davanti un microfono, ricordano i propri maestri, discutono di lavoro e teatro nella Grecia antica e nel Medioevo, e lanciano uno sguardo ottimista al futuro. A tessere in silenzio e ammirato le fila del dialogo tra Jacques Le Goff e Jean-Pierre Vernant, il giornalista dell’emittente radiofonica France Culture Emmanuel Laurentin. È accaduto nel 2004 quando, dal 12 al 16 gennaio, andarono in onda alcune conversazioni incrociate tra i due storici, pubblicate lo scorso anno in Italia dalla Laterza col titolo Dialogo sulla storia.

“Dialogo sulla storia” tra Jacques Le Goff e Jean-Pierre Vernant,

Jacques Le Goff e Jean-Pierre Vernant: storici della Scuola degli Annales

Le Goff e Vernant, scomparsi rispettivamente nel 2014 e nel 2007, sono stati due dei massimi storici del Novecento. Pur nella diversità degli approcci e delle prospettive, si sono formati entrambi nel solco della Scuola degli Annales. Membri di una generazione di intellettuali forgiatasi prima della Seconda guerra mondiale, cominciarono a muovere i primi passi nell’ambito della ricerca storica francese durante gli anni della Liberazione. In quel periodo le istituzioni erano aperte, e a dirigerle vi erano “uomini generosi” che con grande entusiasmo e dinamismo accoglievano i giovani ricercatori e ne facilitavano il lavoro.

Fu in quella temperie culturale vivace e stimolante che Le Goff e Vernant incontrarono i loro maestri, e appresero gli insegnamenti e gli strumenti idonei per accostarsi ai rispettivi ambiti di specializzazione: il Medioevo e la Grecia antica. Ciò che li ha accomunati e che ne ha decretato la fortuna – riconosce Le Goff – è stata la cura nel coniugare uno spirito di ricerca il più aperto possibile con la necessità dell’approfondimento, cercando di “tenere insieme l’estensione, lo spazio e la profondità”.

Ma soprattutto, Le Goff e Vernant intesero la propria attività come un “lavorare sull’uomo”, che lo storico Marc Bloch ebbe a definire “la selvaggina dello storico”. Per questa ragione tentarono insistentemente un dialogo con altre discipline, prime fra tutte le scienze sociali: l’economia, la linguistica, la sociologia, l’antropologia. Studiare l’uomo e la società in cui vive era il primo passo per comprendere a fondo le ragioni dei cambiamenti e delle rotture intervenute nella storia.

Jacques Le Goff e Jean-Pierre Vernant: confronto su teatro e lavoro

Se nella prima parte del dialogo c’è un comune autocompiacimento che induce i due storici a ricordare con orgoglio ma scarsa autocritica gli anni della formazione, sono soprattutto le pagine in cui Le Goff e Vernant riflettono su temi quali il teatro e il lavoro nelle due epoche di riferimento, quelle che destano maggiore interesse.

Nella Grecia antica – spiega Vernant – non esisteva l’idea del lavoro in generale, semmai quella dei mestieri, e in fin dei conti l’artigiano, anche se libero, era a tutti gli effetti schiavo del destinatario finale per cui realizzava i suoi prodotti. Nel Medioevo invece – osserva Le Goff – si passò da una concezione del lavoro inteso come punizione, frutto del peccato originale di Adamo ed Eva, a una visione onorevole e nobilitante dello stesso, quale emulazione dell’atto creativo di Dio. Un rovesciamento di prospettiva sorprendente.

E che dire del teatro? Una delle massime istituzioni, una grande invenzione del mondo greco antico, che nel Medioevo, invece, venne bandito in quanto “luogo di piacere prossimo alla lussuria” e sostituito da rappresentazioni a carattere eminentemente religioso: le passioni. E come si poteva, d’altronde, in un’epoca in cui il cristianesimo condannava la menzogna e il peccato, portare in scena uomini colpevoli di atroci delitti?

C’è autentico interesse verso il punto di vista dell’altro, oltre che stima reciproca, nella naturalezza con cui i due grandi storici esaminano differenze e distanze tra Medioevo e Grecia antica. Ma c’è soprattutto un’insaziabile sete di conoscenza storica che li rende entrambi riconoscenti nei confronti del passato, necessario per capire il presente, e fiduciosi in un “tempo dei ritorni”.

Non è pertanto condivisibile il dubbio, insinuato in chiusura di dialogo da Laurentin, che l’antichità e il Medioevo siano oggi campi storici emarginati da un’accresciuta domanda di storia presente. L’affermazione finale di Le Goff oggi più che mai, in tempi in cui si chiudono i confini e si innalzano muri, merita attenzione: “Penso che quando ci occuperemo della costruzione dell’Europa – che io considero il grande evento del nostro presente – più seriamente di quanto non facciano oggi gli uomini politici, ci accorgeremo che non possiamo costruire questa Europa senza pensare a quello che sono stati e che hanno portato la città antica e il mondo medievale.”

Autore

  • Fino a qualche anno fa era un’archeologa come tante, divisa tra scavo e ricerca. Poi ha provato a unire le sue passioni: l’archeologia, i libri, la didattica. E allora è diventata un’archeologa che scrive storie, che si sporca le mani di terra assieme ai bambini, che ogni giorno s’inventa il modo per comunicare a grandi e piccoli la bellezza del nostro patrimonio.

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