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Salvare Palmira: dalla guerra e, dopo, da una ricostruzione inadeguata

17 Maggio 2016
Una discussione a tutto campo con Paolo Matthiae sul conflitto in Siria e non solo, ospiti di Lorenzo Nigro direttore del Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo dell’Università La Sapienza di Roma
Era un Paolo Matthiae senza freni quello che ha intrattenuto l’uditorio sabato scorso al Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo dell’Università “La Sapienza” di Roma. La sua voce era all’inizio calma, pacata, a tratti tremante per l’emozione. L’emozione di parlare di un paese che per quasi cinquant’anni è stata la sua seconda casa, ma dove oggi oramai casa e dignità umana sono parole vaghe.
Un paese a cui, con la scoperta di Ebla, proprio lui ha regalato il più grande motivo d’orgoglio, e dove la gente sa vivere davvero il passato. A poco a poco la calma lo abbandonava, e il tono della voce si alzava sempre più. “Mi ero ripromesso di non parlare di politica, e invece.” Invece non è possibile. Se si tiene da parte la politica, si fa solo retorica come Matthiae stesso si è trovato a fare di recente su alcuni giornali. Sabato c’era invece un uomo vero.

Palmira, distruzioni di ieri e di oggi

Un uomo che non ha risparmiato all’Occidente le sue colpe, passate e presenti. Ripercorrendo il suo ultimo intenso libro Distruzioni, saccheggi e rinascite (Electa, 2015, pagine 264 con 49 tavole a colori, euro 24,90), ha ricordato come le distruzioni di Daesh siano nulla a confronto della totale obliterazione del mondo classico operata dai cristiani nel IV secolo d.C. da Costantino in poi. E ha sottolineato con forza come neppure le fedi laiche siano immuni da furie iconoclaste: la Rivoluzione Francese ha lasciato in piedi solo tre statue del Re Sole, quando ce n’erano in ogni piazza, e lo stesso ha fatto la furia popolare nell’abbattere i dittatori moderni.
Non è dunque l’Islam da mettere alla gogna ma le sue più riduttive interpretazioni. Anche perché quando l’Islam ha voluto essere veramente aperto, curioso e illuminato, lo è stato ben più di noi: il mecenatismo dei sovrani Moghul, per esempio, ha dato prova di un’apertura di vedute che i loro contemporanei del Rinascimento italiano neppure sognavano.

Il valore del rispetto

La diversità delle culture è la ricchezza dell’umanità, ha tuonato Matthiae sabato scorso come anche, e più forte, nel suo libro. Ogni testimonianza di diversità va salvaguardata perché è il nostro vero tesoro. E noi occidentali non abbiamo mai avuto rispetto per gli altri, i diversi da noi: ci consideriamo superiori e in dovere di imporre la nostra verità, sempre e comunque.
Gli strali di Matthiae non hanno risparmiato nessuno, dagli archeologi che avrebbero tanto voluto scavare le stesse cose sotto casa propria, senza il fastidio di climi e genti diversi, a chi oggi tenta truffaldinamente di realizzare banche dati dei beni culturali del Vicino oriente, vantando su ciò la perizia occidentale. Un problema grave sollevato dal direttore del Museo e orientalista alla Sapienza Lorenzo Nigro, e cavalcato da Matthiae: “io i miei dati di scavo li dò solo al Dipartimento delle antichità della Repubblica araba di Siria”, s’infervorava.

In realtà, nel XXI secolo i dati dovrebbero essere liberamente a disposizione di chiunque, vero patrimonio dell’umanità, però sì, nell’attesa che ciò avvenga, appartengono innanzitutto ai siriani e non di certo a truffatori occidentali. “Sono onorato della possibilità che ho avuto di vivere per tanti anni a contatto con la gente della Siria, e conoscerla veramente.”

Come ‘ricostruire Palmira’ quando la guerra finirà?

È chiaro da che parte stia Matthiae nell’attuale conflitto siriano, ma ogni sua osservazione è in realtà lucida ed equilibrata. Che fare quando la guerra finirà, come ricostruire? Sono indispensabili tre condizioni: innanzitutto la sovranità della Siria. Il principio di sovranità deve valere per tutti e non per alcuni paesi sì, e per altri no. Poi il coordinamento dell’Unesco che è voce forte internazionale, indispensabile per autorevolezza e capacità di influenza. Infine la collaborazione di tutta la comunità internazionale, tutta assieme senza prevalenza di americani, tedeschi o russi. Collaborazione che deve servire a “far sì che gli dei di Palmira vi ritornino”. Nella Mesopotamia antica, quando una città veniva distrutta dal nemico, si diceva “il suo dio l’ha abbandonata”. A Palmira che è oramai simbolo del paese, e nella Siria tutta, devono tornare gli stessi dei, le genti e lo spirito che vi hanno sempre abitato.

Si è discusso tanto di ricostruzione all’indomani della riconquista di Palmira da parte delle truppe governative (e russe). Chiamata a parlare, ho dovuto dire quanto ciò mi sia parso indelicato e prematuro mentre il conflitto era ed è ancora in corso. Un atteggiamento coloniale teso ad accaparrarsi quelle posizioni che Matthiae aveva appena definito il pericolo peggiore per il paese. Per non parlare dell’attenzione quasi esclusiva per i monumenti, come se Palmira fosse quelli e null’altro.

Beni culturali e giustizia di transizione

Tuttavia è giusto guardare al futuro e ho voluto, in aggiunta e a sostegno delle parole di Matthiae, presentare alla Sapienza la proposta di due giovani studiose, l’archeologa Emma Cunliffe e la giurista Marina Lostal, pubblicata il 26 aprile nella rivista The Historic Environment: Policy & Practice. Spiegano come i beni culturali dovrebbero essere inclusi nella cosiddetta giustizia di transizione, cioè quei processi di giustizia criminale e ricostruzione che mirano a far tornare la normalità morale, prima che materiale, dopo i conflitti. I crimini contro il patrimonio culturale dovrebbero essere valutati e perseguiti al pari degli altri. E la ricostruzione dei monumenti non dovrebbe seguire binari diversi dalla ricostruzione civile. L’esempio del ponte di Mostar è oramai un classico di ricostruzione simbolica voluta dall’occidente senza la partecipazione locale, che è servito ad alimentare più che a sopire i conflitti. Infine l’ansia di ricostruzione rischia di ignorare totalmente i monumenti e distruggerli più della guerra, com’è accaduto per esempio a Beirut “che oramai è precisa identica a Toronto”, a detta di Matthiae.

Anziché preoccuparci del solo Arco di trionfo di Palmira o del tempio di Baalshamin, noi professionisti dei beni culturali dovremmo far capire alla comunità internazionale che oggi i monumenti, così come giocano un ruolo significativo nei conflitti, devono essere anche parte integrante delle ricostruzioni. Sono elemento imprescindibile delle nostre vite perché ci parlano quotidianamente della nostra storia e delle nostre diversità, e soprattutto i siriani questo lo sanno e lo vivono da sempre. Il messaggio che Lorenzo Nigro voleva far emergere da questo incontro è stato dichiarato chiaro e forte: dobbiamo ‘salvare Palmira’ dalla guerra, ma ancor più dai pericoli di una ricostruzione inadeguata sia ai monumenti che alla gente.

Autore

  • ​Tre passioni: il mondo antico, la scrittura, i viaggi. La curiosità e l’attrazione per ciò che è diverso perché lontano nello spazio, nel tempo o nel pensiero. La voglia di condividere con tanti le belle scoperte quotidiane. Condividerle attraverso la scrittura. Un solo mestiere possibile: la giornalista che racconta il passato del mondo. Scrive su temi di archeologia, comunicazione dei beni culturali, uso contemporaneo del passato, turismo culturale per i quotidiani La Repubblica e Il Sole 24 ore, e per diverse riviste italiane e straniere. Dirige il Magazine e il Journal di Archeostorie.

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