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Morte nella Terra dei Fuochi

14 Gennaio 2016
La terra conserva memoria di tutto, anche della storia più recente. La terra oggi è avvelenata. Gli archeologi scavano la terra e la conoscono molto bene. E per quella terra avvelenata, gli archeologi muoiono.
Muoiono come muore chiunque abbia bevuto l’acqua contaminata, mangiato la verdura lì cresciuta e respirato l’aria greve dei fuochi notturni. Il rapporto dell’Istituto superiore di sanità reso noto lunedì scorso traccia un quadro che chi vive tra Napoli e Caserta conosce già molto bene, compresa l’impennata di decessi infantili per tumore.
Terra dei fuochi

La memoria del Fuoco – copertina

Lidia Vignola vive a Caserta e ha una bambina, e per amore della sua bimba ha scritto La memoria del fuoco. Per poterle spiegare, un giorno, cosa bruciava nella Terra dei Fuochi e cosa ha significato essere archeologa in quella terra e in quegli anni. La sua è una storia molto personale e appassionata dove l’autobiografia ha la meglio sulla fantasia. È un manifesto e una denuncia senza peli sulla lingua, e rivela tutta la sua anima combattente.

Lidia ha combattuto all’università contro i baroni e sui monti del casertano contro le cave, sullo scavo contro chi sottopaga gli archeologi e nei siti archeologici perché fossero accessibili anche ai diversamente abili, contro le istituzioni per il riconoscimento della propria professione e per il rispetto e i diritti delle donne. Combatte ogni giorno contro un servizio sanitario che nella Terra dei Fuochi è fatiscente. È insomma una donna in trincea, ma non c’è rabbia nel suo sguardo né nelle sue parole. Solo determinazione e dolcezza. Nel libro parla di “onore” di chi a testa alta sa di essere dalla parte del giusto. Di chi lotta per la giustizia. Contro la malavita ma anche contro chi sa e tace, e chi dovrebbe controllare e invece non vede.

Lidia conosce la delinquenza organizzata sin da quando, studentessa, scavava l’antica Cales, odierna Calvi risorta. Tra studenti dovevano fare i turni di guardia notturni, per timore che i clandestini trafugassero quel che andavano scavando. Hanno subito minacce e si facevano coraggio a vicenda. Insomma Lidia ha toccato presto con mano il cinismo e la violenza del traffico illecito di reperti archeologici. E in un luogo che ha ospitato, anche se lei allora non lo sapeva, la discarica sotterranea di rifiuti tossici più grande d’Europa.

Poi Lidia ha lavorato, come archeologa, alla tratta TAV Roma-Napoli, e ha visto un suo amico e collega morire di tumore. Difficilmente si potrà collegare quella morte all’amianto e ai rifiuti tossici che gli archeologi trovavano scavando la terra. All’acqua che bevevano e ai cibi contaminati che mangiavano. Come è difficile anche adesso collegare l’impennata di decessi per tumore proprio i Fuochi. Persino il rapporto dell’Istituto superiore di sanità è stato già ridimensionato e discusso, ma proprio per questo Lidia continuerà a combattere. Perché non ci si può arrendere di fronte all’evidenza.

Non si può continuare a tacere per timore di perdere quel poco di lavoro che c’è, sottopagato. Perché solo “la verità vi renderà liberi” (dal Vangelo di Giovanni). E la verità, stratigraficamente parlando, è questa:
Primo strato: humus. Datazione? Età dei fuochi. La memoria del Fuoco”.

Lidia Vignola, La memoria del Fuoco. Un’archeologa nella Terra dei Fuochi, Liberarcheologia, Napoli, pagine 116, euro 13. Acquistabile tramite ilmiolibro.

Autore

  • ​Tre passioni: il mondo antico, la scrittura, i viaggi. La curiosità e l’attrazione per ciò che è diverso perché lontano nello spazio, nel tempo o nel pensiero. La voglia di condividere con tanti le belle scoperte quotidiane. Condividerle attraverso la scrittura. Un solo mestiere possibile: la giornalista che racconta il passato del mondo. Scrive su temi di archeologia, comunicazione dei beni culturali, uso contemporaneo del passato, turismo culturale per i quotidiani La Repubblica e Il Sole 24 ore, e per diverse riviste italiane e straniere. Dirige il Magazine e il Journal di Archeostorie.

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