Resistere per rinascere: Marco Aurelio e il Covid-19

14 Aprile 2020
Marco Aurelio dovette affrontare la peste antonina ma, come racconta, anche una peste assai peggiore: l’egoismo e l'indifferenza della gente. È così anche per noi, oggi.

L’imperatore filosofo Marco Aurelio, per farsi forza in un momento di difficoltà, scriveva così nei suoi Colloqui con se stesso: “Sii come lo scoglio su cui s’infrangono incessantemente i flutti: saldo, immobile e intorno a esso finisce per placarsi il ribollire delle acque”. Una regola di vita, un invito ad accettare ciò che la provvidenza può offrire, senza lasciarsi sopraffare da sentimenti come sconforto, desiderio, paura, collera.

Come scogli

L’esortazione di Marco Aurelio non è mai suonata così attuale come in questo momento. Come scogli siamo stati chiamati ad assorbire l’urto di un’onda gigantesca e inaspettata, che ha trascinato via con sé molte nostre certezze. Queste giacciono ora in acque buie e profonde, ma contiamo di ritrovarle a riva, una volta che la tempesta avrà fine.

Sappiamo di dover resistere, reprimere la negatività e aspettare. È solo questione di tempo. “Andrà tutto bene”, ripetiamo come un mantra: a noi stessi, ai parenti e agli amici. Lo scriviamo ovunque possiamo: nei social, negli striscioni che esponiamo in balcone e persino sulle torte. La verità è che non ci siamo mai sentiti tanto vulnerabili. Fino a ieri eravamo padroni incontrastati del pianeta e dei nostri destini. Oggi lo siamo un po’ meno.

La peste antonina

Uno come Marco Aurelio, avrebbe probabilmente avuto tutte le ragioni per considerare se stesso padrone del mondo, così come della sorte, non solo sua, ma di milioni di altri esseri umani. Fu uomo sensibile e profondo, malinconico e spesso severo con se stesso. Un uomo che, come noi, si trovò suo malgrado ad affrontare uno sciagurato nemico invisibile. Un virus, probabilmente del vaiolo, noto come peste antonina.

Per quasi tutta la durata del regno di Marco Aurelio, la peste seminò morte e angoscia. Pare che lo stesso imperatore ne sia stato vittima. Il morbo si propagò da oriente, come quello che ci sta colpendo ora e come altri nella storia. I soldati romani, poco dopo aver sconfitto l’esercito dei Parti e aver occupato la capitale Ctesifonte nel 166 d.C., contrassero il virus e furono costretti alla ritirata. Con il loro ritorno nelle terre d’origine, diffusero il contagio in lungo e in largo per tutto l’impero.

Roma non fece eccezione. Marco Aurelio fronteggiò l’emergenza con il rigore e la calma che contraddistinguevano uno stoico come lui. Dimostrò grande senso del dovere, scegliendo di stare vicino al suo popolo e trascorrere nella capitale il primo anno e mezzo dallo scoppio dell’epidemia. La sua presenza sollevò il morale dei cittadini in enorme difficoltà.

Le vittime della peste a Roma furono migliaia. I carri per le vie della città non facevano che trasportare cumuli di cadaveri. L’imperatore si premurò che i funerali fossero a spese dello stato. Fece giungere a Roma sacerdoti da ogni luogo dell’impero, celebrò riti di origine straniera e provò a purificare la città dalla pestilenza con ogni genere di sacrifici espiatori. I romani, infatti, erano convinti che si fosse abbattuta su di loro una punizione divina.

Le due pesti secondo Marco Aurelio

Questo è quanto Marco Aurelio fece come imperatore secondo il racconto degli storici. Invece quel che osservò realmente, da uomo, durante l’esperienza dell’epidemia, è raccolto nel suo diario intimo. In un passo dei Colloqui con se stesso racconta le due tipologie di peste che stavano affliggendo la sua epoca. La prima era quella che colpiva gli esseri viventi in quanto tali, quella che stava decimando la sua popolazione. La seconda, a suo dire ben più grave e pericolosa, era quella che colpiva gli uomini in quanto uomini, corrompendo le loro menti, inducendoli a compiere il male, a vivere nella menzogna e a mancare di comprensione dell’altro.

La sensazione è che dai tempi della peste antonina a quelli del Covid-19, le cose non siano poi tanto cambiate. Ci troviamo nuovamente a fronteggiare due tipi di malattia. Grazie alla scienza, abbiamo ottime possibilità di sconfiggere la prima forma di virus, quello che al momento sta creando disagi enormi e portando via le vite di migliaia di persone nel mondo.

Siamo però purtroppo lontani da debellare il secondo morbo descritto da Marco Aurelio, contro il quale non abbiamo mai realmente scoperto un vaccino. Anzi, in questo momento il rischio che il male, l’egoismo e l’indifferenza intensifichino il loro potere distruttivo e ramifichino nelle nostre menti, non è mai stato così elevato.

Ci sentiamo reclusi in gabbia, soli e impotenti. Proviamo un’ansia, una fragilità e un timore reciproco del tutto nuovi. Non abbiamo mai trovato un ostacolo tanto grande sulla nostra strada. Proprio Marco Aurelio sosteneva che dall’ostacolo, talvolta, si può anche trarre vantaggio. La speranza è che questo momento di crisi, ci dia l’opportunità di riflettere e riconsiderare il nostro ruolo nel mondo, i nostri comportamenti e le nostre responsabilità, per ripartire nel modo giusto.

Ripartire dalla scoperta del vero valore della vita e dai legami umani, sviluppando maggiore empatia e considerazione dell’altro. Rispettando una natura che forse ci sta facendo pagare il suo tributo. Niente sarà più come prima. Siamo davanti a un bivio. Solo il tempo dirà se l’umanità è al tramonto o dinanzi una nuova alba.

Autore

  • Rasul Mojaverian

    Archeologo e storyteller in erba, da qualche tempo mi occupo di educazione al patrimonio cercando di raccontare l’uomo del passato a quello del presente. Multiculturale per nascita, ho viaggiato per quattro continenti. Trascorro il mio tempo libero leggendo, giocando col mio cane e strimpellando male l’ukulele.

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