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Nato per frullare. Ma cosa? La parola al frullino

17 Marzo 2020
A cosa serviva il frullino? Storia di uno di quegli oggetti che vediamo nei musei e non capiamo cos'è. In diretta dal Museo delle palafitte di Fiavé (Trento)

TUM TUM TUM
Sono sulla cima di un albero e non capisco cosa stia succedendo. Non riesco a vedere nulla da quassù, sento solamente dei tonfi e tutto vibra…
L’albero si sta inclinando pericolosamente, AIUTOOOO! Sto precipitando!
SBAM!
Sono un po’ tramortito. Ricordo solo di essere caduto da un’altezza considerevole. Ma ora sono a terra, forse sono svenuto per un po’. Adesso sento dei rumori, come se qualcuno stesse cercando di tagliare qualcosa. Ho capito! Sto per essere tagliato dal mio albero, diventerò un oggetto utile!

(…)

Ma lasciate che mi presenti: sono la cima di un abete bianco, quell’insieme di rametti che dalla loro posizione riescono a vedere tutto il paesaggio, i prati, i boschi, i villaggi di palafitte e le persone che li popolano. Ora però tutto questo cambierà: non potrò più stare a fare niente, con l’aria fresca che sfiora i miei aghi… dovrò mettermi al lavoro per aiutare le persone in faccende complicate che da sole non riuscirebbero a fare.

In questo momento un uomo sta tenendo in mano un oggetto che cercherò di descrivere: è piuttosto grande e fatto di legno, è ricurvo e proprio la curva è rinforzata con una striscia di pietra, probabilmente selce. Si sta avvicinando a me, proprio con quell’oggetto tagliente che non promette nulla di buono.

Falso allarme, il falcetto serve solamente a darmi una forma più carina e a scortecciarmi. Finalmente mi tolgono questo cappotto pesante che mi ha sempre infastidito. Devo dire, però, che la corteccia mi teneva caldo, e infatti adesso il vento mi fa venire i brividi. Ma mi dovrò abituare… voi avete mai visto un frullino con la corteccia? Perché è proprio questo che diventerò: un frullino.

Bene, ora l’operazione di bellezza è conclusa e io sono diventato molto liscio. Devo ammettere che sono proprio bello! L’artigiano che mi ha prodotto ha anche tagliato tutti i rametti della stessa misura, così sono pure simmetrico!

(…)

Adesso inizierò a fare il mio lavoro. Che sbadato! Non vi ho raccontato come sono fatto e in cosa consiste il mio compito. Io, come vi ho detto, sono un frullino, un oggetto molto particolare. Sono composto da un rametto che funge da manico, dalla cui base partono cinque rametti disposti a raggiera. Per essere utilizzato, le persone dovranno usarmi come fanno con i legnetti per accendere il fuoco. Avete presente?

Devono sfregare insieme le mani, pormi in una ciotola e, grazie ai piccoli pezzi di legno che ho nominato prima, monto la panna che è dentro la ciotola. La panna che viene montata, dopo qualche minuto diventa burro. È un’operazione che dura alcuni minuti, circa un quarto d’ora, il tempo necessario per farmi sentire disorientato e non capire più nulla per un po’! È certamente un lavoro faticoso, ma qualcuno lo deve pur fare!

(…)

Sono passati cinque anni dal giorno in cui mi hanno tagliato da un albero. Fino a oggi ho montato moltissimi chili di panna.

Ma un giorno, mentre stavo per iniziare la mia giornata lavorativa, la donna che mi aveva sempre utilizzato con molta cura e mi aveva sempre trattato bene, per sbaglio ha rotto il mio manico a metà, rendendomi inutilizzabile. Adesso, infatti, è troppo corto per essere usato.

Un uomo del villaggio ha portato alla mia proprietaria un nuovo frullino, molto più grande di me, e io sono stato gettato in un vaso, dove mi trovo in questo momento.

Sono chiuso qui dentro, non vedo mai la luce del sole, se non quando il vaso viene aperto per essere riempito di altri oggetti rotti e dismessi. Vicino a me c’è un falcetto senza manico, e proprio ieri hanno buttato un punteruolo spezzato.

Al momento c’è un po’ di agitazione qui nel cestino e si sta diffondendo uno strano odore, uno di quelli che noi oggetti di legno consociamo fin troppo bene: odore di bruciato! Fuori, nel villaggio, si sentono urla e passi affrettati. Non c’è altra spiegazione, è divampato un incendio!

Ora vi lascio, devo trovare un modo per uscire da questo vaso.

Adesso sono in acqua, un po’ affannato, uno dei miei rametti è un po’ bruciacchiato, ma per il resto tutto bene. Il grosso problema, adesso, è che è entrata una grandissima quantità di acqua nel vaso. Da un lato ha spento il fuoco, ma dall’altro mi sta facendo affogare. Non riesco più a respirare, non vedo più nulla, non sento più rumori, la vista si sta annebbiando sempre più…

(…)

Sento dei rumori strani, sono confuso e non ricordo nulla: dove sono? quando sono finito qui? e perché?

Mi sembra di avere dormito per moltissimo tempo…

Sento un rumore fastidioso sopra di me, come se stessero grattando qualcosa…

Inizio a percepire lo spazio intorno a me, è molle e viscido, molto umido… sono sporco e affaticato.

C’è una luce sopra di me, chiara e abbagliante…

Ora qualcuno mi sta raccogliendo, con delicatezza: è un uomo alto e possente. Mi sento spaesato, ma l’aria che mi accarezza è davvero rilassante. Il mio salvatore, se così lo posso chiamare, mi sta pulendo con cura, e questo mi fa venire in mente la gentilezza che usava una donna molti anni fa nel farmi roteare dentro una ciotola. Ora ricordo tutto! Ero un frullino! Ma… adesso, cosa sono diventato?

In questo momento sono sotto una sorgente di acqua fresca e rigenerante, che mi pulisce dalla terra.

Comincio a sentirmi molto meglio. Mi stanno anche riattaccando il manico che si era spezzato. Non capisco però con che cosa mi stiano incollando… Gli uomini che conoscevo prima, per attaccare le cose, usavano una sostanza collosa e nera, ora invece è qualcosa di molto meno aggressivo e più morbido.

Sono passati 5000 anni dall’incendio che ha distrutto il mio villaggio, e solo pochi da quando quel caro archeologo mi ha riportato alla luce! Adesso sono un frullino rinato, pulito e messo nella vetrina di questo museo.

Faccio il fotomodello dalla mattina alla sera. Tantissime persone mi guardano con attenzione, mi fotografano e fanno ipotesi su quel che mi è successo, su perché sono finito in questa vetrina, e sulla mia vistosa cicatrice, in corrispondenza del punto in cui il manico si è spezzato.

Ho fatto amicizia con una ciotola molto simpatica che è stata posizionata sotto di me nel museo. Anche lei ha una bella storia da raccontare, simile alla mia: come me si è rotta millenni fa, e ora è stata aggiustata da un restauratore. In questa vetrina abbiamo tutti una storia da raccontare.

Anche se dopo il nostro utilizzo siamo rimasti a terra a lungo, siamo rinati grazie agli archeologi e ora siamo famosi come delle star.

(…)

Pensavo che la mia vita fosse finita quando sono stato gettato nel vaso, rotto e malmesso, ma adesso sono di nuovo utile grazie alle persone che mi hanno raccolto dal terreno e curato: archeologi, scienziati e restauratori, così ho scoperto che si chiamano. Ora sono un pezzo importante del patrimonio storico di questo luogo che oggi si chiama Fiavé, e contribuisco ad accrescere la conoscenza di tutti noi.

Autore

  • Gregorio Caldonazzi e Thomas Carpentari sono studenti del terzo anno del Liceo Classico Giovanni Prati di Trento. Hanno partecipato entrambi, dal 17 al 21 febbraio 2020, a un programma di alternanza scuola-lavoro dell’Ufficio beni archeologici della Soprintendenza per i beni culturali della Provincia autonoma di Trento. Hanno visitato il Museo delle palafitte di Fiavé e scoperto le attività che vi si svolgono, e hanno poi provato a raccontarle facendo dialogare il passato lontano con il nostro presente. “Nato per frullare” è uno dei loro racconti.

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2 Commenti

  1. Grazia Tarantini

    Bravissimi tutti! Lo indicherò ai miei studenti.

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  2. Gianfranco

    Ben fatto e , raccontato di “ prima persona “ , molto coinvolgente…..mi fa pensare che ci sono ancora ragazzi in … gamba

    Rispondi

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