Il segreto di Servilia

Strane e inquietanti aggressioni si verificano per tutta Roma. Le indagini dei vigiles conducono alla porta di una donna, nota alle autorità come indovina. Ma nulla è come sembra

Luna

Roma, notte del 31 ottobre 43 d.C.

Nella stanza tutto taceva. Le lucerne erano spente, ma la luna piena brillava nel cielo limpido, deformata dalle lastre spesse e opache della finestra.

Il respiro del bambino addormentato era impercettibile.

La luna venne oscurata da un’ombra, poi tornò a risplendere bianca e perfetta. Ma ora nella stanza c’era qualcun altro. Una presenza piumata e silenziosa. La creatura annusò l’aria, veleggiò attraverso la stanza senza sfiorare il raffinato mosaico bianco e nero del pavimento, si chinò sulla culla.

Il respiro lieve del bambino si interruppe.

Uno strillo improvviso spezzò il silenzio. “Aiuto! Aiuto! Una strix! Vattene, mostro!”

La creatura voltò la testa a guardare la donna urlante. La luce della luna scintillò sul suo lungo becco affilato. Dalla punta colavano gocce scure.

Senza affrettarsi, raggiunse la finestra con un battito d’ali impalpabili come fumo nero.

Le urla della nutrice risuonavano per tutta la strada, nel quartiere addormentato in quella quieta notte autunnale.

 

La mattina dopo

Iniziava appena ad albeggiare, ma il fracasso dei carri che si affrettavano a lasciare la città per risparmiarsi una multa avrebbe svegliato anche un morto.

Servilia guardò lo stoppino della lucerna. Era quasi consumato, e ancora gli ospiti non si vedevano.

Sospirò. Le forze dell’ordine non erano più quelle dei bei tempi della repubblica.

“Prisca, scalda il vino per i signori” ordinò. “Saranno qui tra poco.”

La schiavetta corse verso le cucine.

Servilia perlustrò il tablino con lo sguardo. Era tutto in ordine. Nessuna carta astrale sul tavolino, nessun idolo egizio, nessun amuleto. L’aria era gelida, perché gli schiavi avevano dovuto arieggiare la stanza a lungo per disperdere l’aroma delle essenze e delle erbe aromatiche bruciate.

Finalmente dalla strada risuonò un suono di passi cadenzati.

“Fusco, apri ai vigiles” disse Servilia allo schiavo più robusto. Il ragazzo eseguì prontamente.

Nell’atrio echeggiò una voce stentorea: “Nel nome del Senato…”

“…e del popolo di Roma, sì” completò Servilia, apparendo sulla porta del tablino. “Venite, venite. Siete i benvenuti.”

Gli uomini avanzarono circospetti, occhieggiando ogni cespuglio e statua del peristilio come se le loro spade e le loro corazze non bastassero a farli sentire protetti.

Servilia salutò il comandante del drappello con un sorriso e un cenno di invito. “Buongiorno a te, Tito Sempronio. È un onore iniziare la giornata con una tua visita.”

Gli uomini si disposero davanti all’ingresso del tablino in semicerchio, mentre il loro comandante entrava nella tana del lupo. La piccola Prisca, minuta e pallidissima per il freddo, servì il vino e si ritirò in silenzio.

“Sempre più giovani, i tuoi schiavi” commentò sospettoso Sempronio.

Servilia annuì.“Sono molto più saggi e perspicaci degli adulti. E si possono addestrare come si deve.” Bevve un sorso di vino, notando divertita che l’ospite non si fidava nemmeno ad avvicinare il calice alle labbra. “Allora, comandante, qual è il problema stavolta? I vicini si sono lamentati? Lo ripeto per la centesima volta: no, non sono una cortigiana e no, non sono una strega. Sono semplicemente una donna che vive sola, senza marito. Che scandalo, eh?”

“Questo è poco ma sicuro” ribatté lui. Si guardò intorno nel tablino ordinatissimo, annusò l’aria. “È qui che mescoli i tuoi intrugli?”

“Se parli del vino, mi scuso: pensavo che il Falerno fosse il tuo preferito.”

Sempronio fece una smorfia. “Parlo dei tuoi filtri e dei tuoi incantesimi. Lo sai benissimo. Le leggi contro maghi e indovini sono chiarissime…”

“E mezza Roma continua allegramente a violarle” lo interruppe lei, e abbassò la voce. “Compresa tua nipote. Proprio ieri ha ordinato una pozione d’amore: fossi in te, terrei d’occhio l’apprendista del falegname che ha la bottega accanto a casa vostra.”

Sempronio spalancò la bocca e si girò di scatto per controllare che i suoi uomini non avessero sentito nulla.

“Non preoccuparti” disse Servilia. “Sono ragazzate. Siamo stati adolescenti anche noi, non è vero, comandante?”

Lui distolse lo sguardo e si schiarì la voce. “Il problema oggi non sono le tue pozioni. Il figlio neonato di Pomponio Crasso ha la febbre alta: la sua nutrice l’ha lasciato incustodito per qualche momento.” Si guardò di nuovo alle spalle e bisbigliò: “È stata una strix.”

Servilia alzò le sopracciglia. “Un mutaforma succhiasangue?”

Il comandante annuì energicamente. “Se una creatura simile si aggira nel quartiere, dobbiamo eliminarla.”

“E dovrei farlo io?” Servilia allargò le braccia a indicare la casa intorno a sé. “Una povera vedova che alleva schiavi bambini per riscattarli dalla servitù?”

“Oh, piantala” sbottò lui. “Scaccia quella … cosa… e chiuderò un occhio sulle tue attività, anche stavolta.”

“Davvero magnanimo da parte tua. Il carro che ti avevo suggerito ha poi vinto la corsa al circo?”

Sempronio si alzò e posò il calice intatto. “Tornerò alle prossime nundinae per valutare la situazione. Buona giornata.”

I suoi uomini lo seguirono verso l’atrio e fuori, nella strada.

Servilia rimase un attimo in silenzio, sorseggiando il vino e meditando. Poi disse: “Fusco, portami Prisca.”

Il ragazzo le lanciò uno sguardo acuto, ma non disse nulla. Tornò pochi istanti dopo con la giovanissima schiava e se ne andò per i fatti suoi.

Servilia tamburellò le dita sul tavolino, osservandola. Magrissima, pallida, due occhi scuri a cui non sfuggiva nulla. Fragile come una foglia secca sotto le scarpe. “Ricordi cosa ti ho detto quando ti ho accolta in questa casa?”

La bambina annuì, gli occhi fissi sul pavimento.

“Mai i bambini. Mai. Puoi sfogare la tua sete sugli animali, a volte sugli uomini che io ti avrò indicato personalmente… ma mai sugli innocenti. Un altro errore e sei fuori dalla mia familia. Siamo intesi?

“Sì, padrona.”

“Benissimo. Vai pure.”

Rimasta sola, Servilia uscì nel peristilio e sorrise al sole nascente. Iniziava un’altra giornata. Prima di iniziare il solito lavoro quotidiano, poteva permettersi una breve passeggiata. Spalancò le ali nere nel vento freddo del mattino e si librò sopra il giardino, sempre più in alto, volteggiando libera sopra i tetti di Roma.

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