Com’è nata la Diatreta Trivulzio? Una storia

La cosiddetta Diatreta Trivulzio è una coppa per bere in vetro, raffinatissima. Ma come si realizzavano le coppe diatrete? E chi ebbe per primo l’idea? Un racconto scritto per l’insegnamento di Archeologia pubblica della Scuola di specializzazione in beni archeologici dell’Università Statale di Milano

Diatreta Trivulzio
La Diatreta Trivulzio, IV secolo d.C. - via Wikimedia Commons

Milano, un pomeriggio infuocato del 320 d.C.

Si suda nel piccolo ambiente surriscaldato dalle fornaci ardenti. Su un vecchio sgabello traballante siede sconsolato un uomo. Stringe in una mano un pezzo di papiro. Non sa decifrare le lettere che sono state vergate a mano da un’imperiosa mano ingioiellata, giusto qualche ora prima. Ne conosce tuttavia il contenuto. Il messo in fondo è stato chiaro: il suo miglior committente vuole una nuova coppa per il suo servizio da mensa.

«E non una coppa qualsiasi» brontola tra sé l’uomo, passandosi tra i capelli le mani ruvide e segnate dalle cicatrici delle numerose scottature. «Ovviamente vuole una coppa di vetro straordinaria, lussuosa, con cui distinguersi a corte, tra i dignitari imperiali par suo! Avesse almeno le idee più chiare! Non poteva darmi indicazioni più generiche… Tanto sono io che rischio la fame se lo lascio insoddisfatto! Se non peggio!» geme piano immaginando le più infauste conseguenze di un insuccesso proprio con quel cliente.

«Ehi, Tirone, oggi non si lavora? Mi pare che il fuoco si stia spegnendo lì dietro!». Un uomo dalla corta barba brizzolata fa capolino. Una lama di luce inonda lo stretto vano ricavato al primo piano dell’affollata insula e poi immediatamente scompare non appena lascia ricadere il tessuto della tenda che li separa dal caotico mondo esterno.

«Lasciami in pace, Filotimo, oggi non sono proprio in vena!» ringhia il primo alzando lo sguardo torvo verso il nuovo arrivato.

«Cliente difficile?» chiede Filotimo, sedendosi su un altro sgabello.

«Tra i peggiori» replica Tirone, «si tratta di un dignitario, appena promosso di rango. Ci tiene a dare sfoggio di sé e ovviamente ha scelto di affliggere proprio me coi suoi capricci!» brontola di nuovo scuotendo la testa.

«Beh, non dovrebbe stupirti, sei il miglior vetraio in circolazione» tenta di blandirlo l’amico, dandogli un colpetto solidale sulla spalla.

Lo sbuffo di Tirone non si fa attendere. «Vuole una coppa di vetro! Ma non una coppa qualsiasi, deve essere preziosa, speciale, unica! Eppure non ha detto esattamente cosa vuole e questo rende il più difficile il tutto. Cosa dovrei inventarmi?» si tira la barba in un gesto nervoso che gli è del tutto familiare.

Filotimo piega leggermente il capo aggrottando le sopracciglia, sembra leggermente assorto. «Se quello che cerchi è un effetto unico nel suo genere… forse ho qualcosa per te».

Il vetraio si volta di scatto e osserva con attenzione l’amico. «Che cosa? Avanti, parla!»

Con un sospiro, l’uomo si sistema meglio sullo sgabello facendo scricchiolare il vecchio legno contro il pavimento in terra battuta. «Come ben sai in gioventù ho viaggiato molto per imparare qualche trucco in più, speravo mi potesse servire per il nostro mestiere!».

«Va’ avanti» esorta ora l’uomo più vicino alla fornace, il viso arrossato dal consueto riverbero delle fornaci.

«Ecco, devi sapere che gran parte di quegli anni li ho passati a girovagare nelle città – se così possiamo chiamarle – di quelle terre lontane bagnate dalle acque del fiume Reno. Ecco, in quei luoghi remoti, ricchi di foreste e incolto, una cosa non manca di certo: l’abilità nel lavorare il vetro! Nelle province della Belgica I ho visto plasmare autentici capolavori, vasi trasparenti, piatti di un blu intenso come il cielo d’estate! E soprattutto numerose coppe incise, delle più varie dimensioni e tutte destinate ai committenti più esigenti e raffinati che tu possa incontrare! Se quanto ho visto ad Augusta Treverorum andava bene per loro, non vedo perché non possa accontentare il tuo dignitario capriccioso».

«Coppe incise? Cosa intendi esattamente?» chiede Tirone con un’espressione quasi rapace addosso. Finalmente ha smesso di brontolare e torcersi la barba per il nervosismo: l’interesse professionale ha il sopravvento su di lui.

Il viso di Filotimo cambia improvvisamente e per la prima volta un’ombra di incertezza gli offusca gli occhi. «Devi capire» inizia con voce un poco esitante, «che ero molto giovane al tempo e non sono certo di aver capito bene come le producevano, con tutti quei passaggi complessi. Tra l’altro in quelle zone parlano davvero un latino pessimo!» il suo tono pare ormai quasi sulla difensiva.

«Tu prova a spiegare» lo esorta impaziente l’amico ormai sospeso tra speranza e curiosità, «e vediamo assieme poi se è possibile che ti abbiano raggirato per via della tua giovane età».

Un sospiro, un altro ancora per prendere coraggio, e poi il più anziano prende a parlare rapidamente quasi come se volesse liberarsi di una questione spinosa il prima possibile. «Uno di quegli artigiani una volta provò a spiegarmi come facessero, davanti a un bicchiere di una stranissima bevanda che lì amano alla follia – ha un colore scuro e un sapore amarognolo… ma non è questo ciò che ti interessa immagino» dice cogliendo l’occhiataccia esasperata dell’amico.

«Va bene… Allora a quanto pare quelle coppe intagliate sono in realtà oggetti a doppia parete. Colano il vetro fuso dentro uno stampo montato su una piattaforma girevole. Quando il vetro aderisce alle pareti dello stampo il vetraio inserisce una matrice forata composta di gesso e polvere di quarzo, una volta che anche questa matrice cava aderisce al precedente strato di vetro ne viene colato un altro. Il secondo strato viene pressato contro la matrice così che il vetro fuso della seconda colata si fonde con quello della prima tramite i fori della matrice. Il risultato è una coppa a doppia parete con intercapedine e ponticelli di raccordo ottenuti per fusione entro matrice». Finito il lungo discorso tace aspettando la reazione dell’altro.

Tirone ha ascoltato tutto in silenzio, senza interrompere. Dal suo sguardo è evidente che sta riflettendo. «Sembra molto difficile» dice infine dopo un po’, unendo di nuovo la sua voce al crepitio sommesso delle fiamme. «Però se riuscissi a fare qualcosa del genere, sarei sicuramente in grado di soddisfare il desiderio di lusso di questi dignitari incontentabili. Forse ne vale la pena». Alza di scatto il capo fissando intensamente il collega. «Mi aiuterai?» chiede con voce sommessa.
Filotimo annuisce nella penombra soffocante del laboratorio.

 

Museo archeologico di Milano, 6 settembre 2019

«… e questa è la storia di come sono stata progettata!» la voce trillante veniva proprio dalla teca di vetro, Giorgio ne era ormai praticamente certo. Il Museo archeologico di Milano stava ormai per chiudere, le sale si svuotavano e le luci soffuse del neon si mescolavano ai raggi aranciati del sole morente.

Si era attardato in quella sala, incuriosito, perdendo di vista la madre. Non pensava di certo che quegli oggetti potessero iniziare a rivolgergli la parola! Eppure, quella era la soluzione più semplice. In fondo non aveva appena ascoltato una storia che pareva ambientata in tutt’altra epoca? Inoltre non c’era traccia di altoparlanti o altri dispositivi che potessero riprodurre suoni lì attorno. Un dubbio però il ragazzino lo aveva.

«Ma se non eri ancora stata realizzata, come facevi a sapere cosa si erano detti quei due signori?» chiese petulante.

«Ma è ovvio! Io ero già lì, ma in un’altra forma!» replicò l’oggetto. «Devi sapere che ero già cosciente come blocco di vetro, in quella botteguccia. Sono arrivata su una nave, dal lontano Oriente in quella forma. Per fortuna hanno deciso di impiegarmi, mi stavo proprio iniziando ad annoiare».

Il bambino allungò un poco il capo per leggere meglio l’etichetta «Qui dice che sei una coppa dia… dia…»

«Diatreta!» rispose la coppa. «E’ un aggettivo che viene da una lingua chiamata greco antico, e vuol dire ‘perforata’. Come puoi vedere, infatti, la mia principale caratteristica è questa! Quanto si sono scervellati i vostri studiosi nei secoli, per capire come potessi essere stata realizzata! C’era un tale di nome Winckelmann, che pensava che gli oggetti come me venissero creati partendo da un vaso di notevole spessore fuso o soffiato dal quale asportare le parti superflue, creando il nostro caratteristico reticolo. Non si era reso conto, poverino, di quanto questo procedimento potesse essere complesso secoli fa!».

«E quest’altro nome buffo?» chiese ancora il bambino divertito da quella voce allegra e trillante. Giorgio in effetti aveva visto un numero romano sul cartoncino che stava leggendo, lo aveva riconosciuto, li avevano studiati da poco a scuola i numeri romani. Era un quattro. C’era scritto “Prima metà del IV secolo d.C.”, quella coppa era davvero vecchia… molto più di sua nonna!

«Trivulzio?» sbuffò la voce incupendosi un attimo. «Quello è il nome dell’abate che mi comprò per la sua collezione nel 1777. Mi mise in uno scrigno e restai lì per un secolo e mezzo, almeno! Non puoi immaginare la noia. E pensavo di averla conosciuta la noia, io. In fondo ho passato secoli in un sarcofago sepolta con pochi altri oggetti nel corredo. Ricordo che il pettine d’avorio era un tipo piuttosto simpatico, ma dopo tutti quegli anni è ovvio che uno voglia ampliare i suoi orizzonti e le sue amicizie!»

Il bambino ascoltava rapito e affascinato, curioso di sentir parlare ancora la strana coppa. «E adesso? Sei ancora annoiata?» domandò felice di spostare la conversazione su qualcosa che comprendeva meglio: la noia la conosceva bene anche lui!

«Perché credi ti abbia rivolto la parola, cucciolo d’uomo? Certo, qui la vista è migliore rispetto a quella di cui godevo nel sarcofago, e ovviamente non era molto divertente stare tutto il tempo chiusa in uno scrigno, però anche qui non è che abbia molte persone con cui parlare. E poi, lo sai che io ero stata progettata per contenere vini pregiati? Guarda le lettere sul bordo! Quella è un’iscrizione in latino, vuol dire pressappoco: “Bevi, che tu possa vivere per molti anni”. Insomma, non sono certo nata per stare qui, ferma e immobile a guardare persone andare avanti e indietro per sale bianche, senza mai essere maneggiata o toccata».

La voce per una volta sembrava venata da un filo di malinconia, e per questo il bambino fece un’altra domanda provando a distrarre l’oggetto e invitarlo ancora a parlare «Ma come sei arrivata qui?»

«Sono stata acquistata dal Museo, nel 1935 mi pare, e da allora sono qui. Ogni tanto provo a rivolgere la parola a qualche bambino come te. Con l’andare degli anni ci si fa sempre più nostalgici della propria giovinezza, sai piccolo? Viene voglia di raccontare la propria storia a chiunque».

«Lo dice anche mia nonna» replicò il bambino. Stava per aggiungere qualcos’altro ma all’improvviso sentì una mano sul braccio e fu costretto a voltarsi: la mamma era tornata indietro dopo averlo cercato dappertutto.

Giorgio si voltò di nuovo verso la coppa illuminata dai deboli fari bianchi, cangiante con il suo vetro incolore, verde smeraldo, nocciola chiaro e azzurro intenso. La mamma continuava a rimproverarlo per essersi allontanato senza avvisare, ma il piccolo tendeva l’orecchio solo per ascoltare ancora la voce trillante. La coppa Trivulzio ora però, nuovamente, taceva.

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