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Combattere la fantarcheologia: intervista a Giuseppe Cuscito

10 Febbraio 2020
Giuseppe Cuscito è un ebraista che si è assunto un compito faticosissimo: confrontarsi e dialogare con il mondo della fantarcheologia

Almeno una volta nella vita, sarà capitato a tutti di imbattersi in qualche documentario televisivo che attribuiva a un’ipotetica civiltà remota, spesso extraterrestre, la creazione di costruzioni o manufatti dall’origine ‘misteriosa’, ‘impossibile’ da collocare cronologicamente. Le piramidi d’Egitto, quelle dei siti mesoamericani, Stonehenge e l’Isola di Pasqua, sono tra i casi più inflazionati.

Chiunque, per qualsiasi ragione, abbia scelto di non cambiare immediatamente canale, ha avuto un assaggio di quel fenomeno, dai tratti complessi e assai variegati, denominato fantarcheologia o pseudoarchelogia.

Non parliamo di una disciplina coerente ma piuttosto di un’aggregazione di interpretazioni di diversi dati archeologici, che giungono tutte a conclusioni considerate ‘eretiche’ dall’archeologia e dalla storiografia ‘ufficiali’.

La fantarcheologia è meno recente di quanto si tenda a credere. Le fantasie sul passato esistono da sempre, sono parte di ciò che siamo. Spesso hanno prodotto miti semplici e innocui, e folclore popolare. Ma altre volte hanno avuto effetti tragici: basti pensare al nazismo che giustificava le proprie atrocità partendo da false credenze storiche, supportate da un’archeologia manipolata a fini propagandistici.

I primi scritti fantarcheologici che potremmo definire ‘ufficiali’ appartengono a oltre un secolo fa. Furono opera dello statunitense Charles Fort che quale dedicò la sua vita al resoconto dettagliato di avvistamenti di Ufo nell’antichità e alla documentazione di reperti archeologici e paleontologici di difficile collocazione storica. Fort diede origine a un filone destinato a prosperare.

A oggi la letteratura in materia è sterminata e i suoi paladini sono sovente idealizzati come veri e propri profeti da un pubblico che negli ultimi anni, grazie a internet, è in crescita costante. Centinaia sono le pagine e i gruppi social dove si discute di storia e archeologia cosiddette ‘alternative’, e i documentari e video di conferenze di divulgazione pseudostorica e pseudoarcheologica raccolgono milioni di visualizzazioni.

Così qualcuno ha sentito la necessità di intervenire in prima persona per contrastare la propagazione di queste notizie pseudoscientifiche e difendere il buon nome della ricerca storico-archeologica. Si chiama Giuseppe Cuscito, è dottore di ricerca in Storia delle Religioni, ed è sceso negli inferi del ‘Far Web’ per affrontare i seguaci della fantarcheologia sul loro stesso terreno.

Ha creato un canale YouTube (Cùscito, ergo sum) e un blog dove si occupa divulgazione scientifica e confuta le tesi pseudostoriche, in particolare quelle connesse alla paleoastronautica, cioè l’insieme delle teorie che ipotizzano un contatto tra civiltà extraterrestri e antiche civiltà umane.

Quella che Cuscito contesta con maggior vigore  sostiene che la Bibbia offra prove del passaggio sulla terra di esseri più evoluti, giunti da altri mondi, che avrebbero accelerato l’evoluzione del genere umano avvalendosi di tecniche avanzate di ingegneria genetica. Cuscito dimostra che tutto ciò è frutto di una interpretazione arbitraria del testo ebraico.

Lo scopo del suo lavoro è “tendere la mano a un pubblico sempre più disorientato”, come ha raccontato ad Archeostorie nel corso di un’intervista appassionata.

Che cosa l’ha spinta a interessarsi a pseudoscienze come la pseudostoria e la pseudoarcheologia?

È qualcosa che parte da lontano, da un errore di gioventù. Qualche collega mi potrebbe criticare per questo, ma da ragazzino ho subito anch’io il fascino della pseudostoria e della pseudoarcheologia. Leggevo libri di autori come Graham Hancock, Robert Bauval e Maurice Cotterell che narravano dell’esistenza di una presunta civiltà dalla tecnologia avanzatissima anteriore a quelle conosciute; pur evitando il più possibile di nominarla esplicitamente, l’allusione ad Atlantide era evidente.

Un altro elemento che accomunava questi testi, era la costante polemica contro la scienza ufficiale, definita chiusa e ottusa.

Mi chiedevo come mai gli accademici non dicessero la loro al riguardo, perché non prendessero in considerazione queste teorie ma, anzi, le ridicolizzassero. E l’ho scoperto a 26 anni quando, dopo un passato da informatico, mi sono iscritto all’università per intraprendere lo studio dell’ebraico e dell’aramaico.

Così ho visto l’altro lato della medaglia. Ho scoperto il motivo della diffidenza del mondo accademico: semplicemente non sente la necessità di dare risposte ad autori che non offrono prove scientificamente valide.

Io invece ho scelto di spiegare le ragioni della scienza al grande pubblico, cioè a chi si trova, oggi, nelle stesse condizioni di me ragazzino.

Passano gli anni ma la fantarcheologia sembra non perdere colpi, anzi. Qual è il segreto di tanto successo?

Dietro al successo della fantarcheologia c’è un insieme di fattori.

In primo luogo, si fonda su teorie affascinanti che catturano la fantasia. Sono anche teorie molto semplici che non richiedono grandi studi: non ci vuole nulla a ipotizzare che gli alieni abbiano costruito le piramidi.

Ma molta della fortuna della fantarcheologia si deve anche ai suoi comunicatori moderni che possiedono – gliene dò atto – carisma e grandi doti narrative e affabulatorie. Riescono a incantare le platee con metodi che sono certamente più affini a quelli di un venditore che a quelli di un divulgatore scientifico.

Un’altra ragione fondamentale del successo della fantarcheologia è il senso di appartenenza che l’adesione a questo genere di teorie provoca nei suoi seguaci. Ci si sente parte di una cerchia di eletti che ha compreso davvero come funzionano le cose del mondo.

I fan della pseudostoria e della pseudoarcheologia sentono di aver capito cose che gli accademici non sono stati in grado di capire. E di conseguenza disprezzano, considerandolo inutile, il ruolo del mondo universitario: dicono con orgoglio di non averlo frequentato mai.

Ma non è tutto. La letteratura fantarcheologica gioca molto sul dualismo artificioso tra la scienza definita ‘ufficiale’ e quella ‘alternativa’, ritenuta l’unica davvero libera e portatrice di verità. Di conseguenza, chi aderisce alle teorie pseudostoriche e pseudoarcheologiche non solo si sente parte di un’élite di illuminati, ma crede anche di essere parte attiva in una lotta a un sistema che vuole insabbiare la verità.

Ritengo però che anche gli accademici, con il loro silenzio, siano parzialmente responsabili del dilagare di queste teorie pseudoscientifiche.

Lei ha scelto di porre fine a questo silenzio, immolandosi alla causa. È sceso dalla ‘torre d’avorio’ degli studi accademici e si è confrontato con i fan della fantarcheologia. Ci racconta com’è andata?

Al momento, devo dire di trovarmi in una situazione di stallo: ho quasi definitivamente rinunciato a cercare il dialogo. Però ci ho provato a lungo e in futuro troverò strade diverse, ma non demorderò.

Mi ero iscritto a un gruppo Facebook di discussione ‘pro e contro’ dove pensavo, e speravo, che ci fosse una predisposizione allo scambio di idee sulla paleoastronautica. Ma purtroppo mi sono imbattuto nell’opposto: su circa cinquemila componenti del gruppo, solo uno era in realtà aperto al dialogo.

Non ho riscontrato né la stessa apertura, né tantomeno la stessa curiosità che avrei provato io, da ragazzino infatuato di fantarcheologia, nel potermi confrontare con un esperto.

Ho incontrato per lo più individui chiusi nelle loro posizioni e incapaci sia di ascoltare che di produrre argomenti basati su criteri logici.

È emersa anche la loro incapacità di distinguere l’attacco sugli argomenti da quello personale. Molti, per difendere l’onore dei loro pseudostorici di riferimento, sono arrivati a ingiuriarmi ai limiti della diffamazione. Sono stato spesso vittima di insulti. Ho ricevuto attacchi e critiche su argomenti totalmente estranei al dibattito, come il mio aspetto fisico o addirittura insinuazioni sulla mia sfera privata.

Se confrontiamo la pseudostoria con le molte pseudoscienze a base complottista in auge al momento, sembrerebbe essere tra le meno pericolose per la nostra società. Certamente meno pericolosa di chi non crede nell’utilità dei vaccini o nella veridicità del cambiamento climatico. Non pensa quindi che, tutto sommato, si potrebbe serenamente rinunciare a questa sfida?

No di certo. Continuo a considerarla una giusta causa perché combattere una pseudoscienza significa combatterle tutte. É importante insistere sul metodo che è l’unica via possibile per eliminare il falso dualismo tra scienza ufficiale e alternativa, una delle grandi piaghe dei nostri tempi.

Bisogna far capire alla gente che non esiste una scienza ‘calata dall’alto’. E gli archeologi sono i primi a confrontarsi di continuo con scoperte che sconvolgono e mettono in discussione le loro aspettative. Chi fa ricerca deve spiegare tutto ciò in modo chiaro, calmo e privo di supponenza.

É impossibile convincere tutti: gli irriducibili non si convinceranno mai. Però si può lavorare sulle cosiddette ‘fasce grigie’, cioè su chi è disposto ad ascoltare e capire argomenti validi e presentati nel modo giusto.

Lo sto riscontrando in special modo su YouTube, piattaforma dal pubblico più vasto ed eterogeneo rispetto a un gruppo Facebook. Lì ricevo molti apprezzamenti sul mio lavoro, e il numero dei like supera di gran lunga quello dei dislike, anche quando tratto i temi più controversi. Tutto questo mi motiva sempre più. Una speranza c’è. Ne sono convinto.

Autore

  • Archeologo e storyteller in erba, da qualche tempo mi occupo di educazione al patrimonio cercando di raccontare l’uomo del passato a quello del presente. Multiculturale per nascita, ho viaggiato per quattro continenti. Trascorro il mio tempo libero leggendo, giocando col mio cane e strimpellando male l’ukulele.

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