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Storia di un pianoforte alla stazione e del perché bisogna aprire i musei

28 Novembre 2015
Ieri mattina alla stazione di Napoli ho visto un pianoforte che poteva essere suonato da tutti. Allora ho pensato: perché i musei non possono diventare come quel pianoforte? Andate tra la gente, aprite le porte dei musei e "liberate" quel che c'è dentro. I musei sono vuoti e in pochi si interrogano sul perché. Una risposta c'è: basta uscire a cercarla.

​Ieri mattina la stazione di Napoli risuonava delle note del pianoforte. Sapevo dell’idea nata anni fa di mettere pianoforti nelle stazioni a disposizione di tutti, e sapevo che ce n’erano anche nelle stazioni d’Italia. Ma non mi ero ancora trovata in una stazione trasformata in sala da concerto, con tanta gente che ascolta rapita, e tutti ad applaudire. Una bellezza. E pensare che solo la sera prima ero alla Chiesa di Santa Maria Donnaregina Vecchia a parlare di perché la gente diserta musei e mostre d’arte antica e archeologia. Insomma di perché la cultura non “tira”. Specie i musei di archeologia sono in calo nettissimo. In realtà, il tema della conversazione doveva essere un po’ diverso, “Mostre contro musei”, tema attualissimo. Ma quando ho sentito Rosanna Cappelli di Electa, moderatrice dell’incontro, sciorinare i numeri che conosciamo, ho lasciato da parte le poche cose che volevo dire su mostre e musei, e ho commentato quei numeri. Se avessi udito prima il pianoforte in stazione, avrei detto: fate come lui! Ma il succo era lo stesso: andate tra la gente, aprite le porte dei musei e “liberate” quel che c’è dentro. Se la montagna non va da Maometto, Maometto va alla montagna, no? E Maometto la sapeva lunga.

Viviamo in un mondo che sta cambiando a velocità vertiginosa. Non sappiamo dove stiamo andando e forse non sappiamo neppure dove siamo. Però una cosa è certa: questo vortice instabile è il mare in cui dobbiamo navigare. Ora, i musei attuali sono concepiti per un solo tipo di visitatore, in genere occidentale e di media cultura (quando va bene). Ma il nostro mondo, anche quello in cui noi occidentali viviamo, è sempre meno così. Certi capisaldi della nostra cultura, è inutile nasconderlo, a scuola non s’insegnano più, e sempre più giovani disertano i musei perché non vi si riconoscono (lo dicono anche i numeri di Rosanna). Non sono giovani “senza cultura”, ma hanno una cultura diversa. E poi, c’è sempre più gente che vive qui ma proviene da ogni angolo del pianeta, gente che può anche non sapere dell’esistenza di un’istituzione chiamata museo. È possibile anzi possibilissimo. Infine ci sono i turisti, ma se fino a ieri il “peggio” che poteva capitare era lo yankee delle praterie, oggi abbiamo le orde di cinesi per le quali neppure avanti e dopo Cristo significano qualcosa. Per parlare con tutta questa gente, con questo che è il mondo reale e non quello delle favole di chi sta nei musei, bisogna usare lingua e concetti diversi. Non basta far sfoggio di nuove tecnologie: servono soprattutto idee nuove. Perché non si può sperare che queste persone entrino spontaneamente in luoghi chiusi, a volte polverosi, che incutono timore reverenziale solo a guardarli. Perché dovrebbero farlo?

Bisogna aprire le porte dei musei, far passare aria fresca. Sono ancora luoghi troppo tristi mentre devono essere allegri, la gente deve poter parlare, ridere, scherzare. “Sono entrato perché credevo fosse un bar” ha detto un visitatore del Museo delle palafitte di Ledro, ed è forse il complimento più bello che un museo possa ricevere. E per chi non è attratto neppure dal “bar”, bisogna cercarlo, battergli la spalla e dirgli: questa è la nostra storia, ma per molti versi non è diversa dalla tua. È anche un po’ tua. Leggiamola assieme, troviamo assieme similitudini e differenze. Cerchiamo assieme oggetti che ci accomunano. E poi, vorrei anch’io conoscere la tua storia. Perché non me la racconti? Gli amici del Museo Salinas di Palermo hanno portato i loro oggetti persino nel carcere della città, per parlarne coi carcerati.

Il mondo moderno, però, è ancora più complicato. È sdoppiato, vive nella realtà e anche sul web. E anche i musei devono vivere sul web. Ma non basta avere un sito da paura, e spopolare nei social. Le collezioni tutte devono essere sul web con schede e immagini ad alta risoluzione. Tutte a disposizione di ogni riuso possibile e impossibile. Di ogni collaborazione, tra istituzioni ma anche con la gente. Si chiama crowdsourcing ed è l’invenzione più bella che ci sia. Chiunque partecipa della vita del museo, poi lo sentirà anche un po’ suo. Veramente suo. L’esperienza più grandiosa che conosco è quella di MicroPasts, realizzata dal British Museum in collaborazione con University College London e ideata tra gli altri da Chiara Bonacchi, uno dei favolosi Advisor del nostro Journal. In un anno e mezzo, 1600 persone da tutto il mondo hanno digitalizzato 30.000 schede di oggetti in metallo dell’età del bronzo e realizzato moltissimi modelli 3D. E ora tutto è disponibile in formato aperto sul web. Che altro dire? Da un lato c’è un museo che sostiene una grande opera collettiva mondiale attraverso il web, o un altro che sembra un bar, o uno che sfonda le porte del carcere. E sono tutti pieni di gente. Dall’altro ci sono i musei vuoti e i pochi che s’interrogano sul perché. La risposta non è difficile: basta uscire a cercarla.

Autore

  • ​Tre passioni: il mondo antico, la scrittura, i viaggi. La curiosità e l’attrazione per ciò che è diverso perché lontano nello spazio, nel tempo o nel pensiero. La voglia di condividere con tanti le belle scoperte quotidiane. Condividerle attraverso la scrittura. Un solo mestiere possibile: la giornalista che racconta il passato del mondo. Scrive su temi di archeologia, comunicazione dei beni culturali, uso contemporaneo del passato, turismo culturale per i quotidiani La Repubblica e Il Sole 24 ore, e per diverse riviste italiane e straniere. Dirige il Magazine e il Journal di Archeostorie.

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