Iscriviti alla nostra Newsletter

A Palermo l’archeologia va in carcere

9 Gennaio 2016
È stato solo un esperimento ma dovrebbe diventare prassi consolidata: portare oggetti “da museo” tra i ragazzi di un carcere minorile. Archeostorie ha chiesto a due protagonisti di raccontare questa bella avventura.

“Ciao Dario, qui al Servizio musei (dell’Assessorato ai beni culturali e all’identità siciliana, ndr) stiamo ragionando su come far conoscere le nostre bellezze a chi non può visitarle: gente che sta in ospedali, centri di riabilitazione, carceri. Ci aiuti?” Come si può rifiutare un invito simile?

Archeologia in carcere: per raccontare i musei a chi non può visitarli

Il mio compito è stato raccontare cos’è l’archeologia ai ragazzi ospiti dell’Istituto di rieducazione minorile ‘Malaspina’ di Palermo. Per fortuna non ero solo: la direzione del “Malaspina” e il Museo archeologico ‘Antonino Salinas’ mi hanno dato una bella mano (e anche i pezzi con cui lavorare). Fatti un giro, bellezza è stato il titolo scelto dal Servizio musei per il progetto: le “bellezze”, infatti, sarebbero uscite dai loro luoghi abituali per incontrare la gente.

Poche riunioni operative sono state sufficienti per calibrare bene l’iniziativa: abbiamo scelto di mostrare alcune anfore e vasi punici, sapendo di trovarci di fronte anche ragazzi nord-africani; abbiamo studiato insieme una strategia di comunicazione che ci permettesse di “arrivare” senza troppe difficoltà ai ragazzi: gli oggetti saranno manipolati, osservati, odorati e descritti insieme, provando a costruirne la storia, la funzione, il viaggio. O meglio, le storie!

I reperti archeologici, mediatori linguistici e culturali

I ragazzi avevano preparato una loro ricerca su questa “mitica figura” a metà tra l’esploratore con cappello e frusta e un topo da biblioteca, l’archeologo insomma, e da lì abbiamo cominciato la nostra chiacchierata. Ho usato le poche parole arabe che conosco per coinvolgere i ragazzi d’oltremare, ma la cosa più divertente è avvenuta con i siciliani: io, da poco trasferito e davvero non “padrone” della lingua, ho usato il mio dialetto romano, e loro mi rispondevano in siciliano. I nord-africani, in arabo. Sembrerebbe una babele incomprensibile ma non è così: sono stati gli oggetti a fare da mediatori linguistici e culturali.

Un’anfora è contemporaneamente molte cose: un oggetto diagnostico, definito da nomi e simboli; un contenitore di terracotta; un mediatore di prodotti; una “narrazione” di viaggio. Sono tutte interpretazioni vere, dipende da chi “legge” il reperto. E questa è la bellezza dell’archeologia: alla univoca (dove si riesce…) interpretazione scientifica, corrispondono le tante correlazioni individuali.

E così nel corso di una sola mattina, i nostri vasi sono passati dall’essere qualcosa di indescrivibile perché lontani nel tempo, nello spazio e nell’esperienza, a essere oggetti concreti dentro cui qualcuno avrà versato acqua o vino oppure avranno trasportato fichi secchi, o la puzzolente salsa di pesce che tanto piaceva ai romani. Abbiamo iniziato a toccarli: dapprima con una sorta di timore reverenziale ma poi, pian piano, abbiamo preso confidenza, ora ancor più coscienti del loro valore! Più consapevoli perché le loro “storie” ci crescevano tra le mani, si mescolavano alle “nostre”, ci facevano vedere cose che avevamo in noi ma che non riuscivamo a raccontare. Tra le tante, anche la “maieutica”, l’arte di tirar fuori il proprio sentire, è una funzione dell’archeologia.

Come spesso accade, sono stati i ragazzi a insegnare. Ho imparato nomi nuovi per chiamare brocche e pentole, bummuli e pignate, ibriq e asys. E ho condiviso cosa metterci, nelle pignate. Il garum è diventato pasta con le sarde, e poi con le “sarde a mare” (cioè con lo stesso condimento, ma senza le sarde… quando non ci sono, non ci sono).
Ho confrontato la mia lingua troppo tecnica con la loro, tutte le loro, per trovare il modo di scrivere un apparato didattico e didascalico accessibile e accogliente. Ho imparato che un brutto disegno tracciato su un cartone può valere più di mille parole. Mi hanno insegnato a vedere l’“altro” quando preparo una mostra, e a chiedere aiuto nel progettarla. Abbiamo persino provato a pensare al “poi”: e il futuro, per chi ha un oggi costretto, non è facile da pensare.

Una mattina che è durata, insieme, un soffio e un secolo. Un secolo per tutte le cose che ci siamo detti. Un soffio perché avremmo avuto bisogno di altro tempo ancora per continuare a raccontarci e a raccontare. Un mattina bella.
Come è andata a finire? Che ho chiesto ai ragazzi di aiutarmi a costruire il percorso di visita e le didascalie di un nuovo museo. E con il loro assenso, stiamo preparando il nuovo progetto: non vi dico ancora dove… sarà una prossima archeostoria.

Autore

  • Usa l’archeologia per incontrare gli “altri”; ama sentire le storie che gli oggetti archeologici provocano, e provare a tradurle nelle esposizioni. La sua dote migliore (e quella peggiore): la curiosità!

Condividi l’articolo sui social

Lascia un commento

0 commenti

Lascia un commento!