Ötzi, l’ultimo sciamano

27 Dicembre 2017
Chi era Ötzi? e perché fu colpito da una freccia alle spalle, a tradimento, in alta montagna? Un’idea suggestiva e intrigante della nostra Giorgia Cappelletti

Si fermò e si guardò intorno, col fiato spezzato in gola.
Solo rocce, ghiaccio e un cielo azzurro cupo che lo schiacciava col suo peso. Non c’era neanche un masso dietro cui nascondersi. Avrebbe dovuto farlo alla luce del sole.
Contrasse le dita sul legno liscio del suo arco. La gola gli bruciava, il sudore si gelava sulla fronte e sul collo.
La sua preda era lì, seduta al sole, e gli dava le spalle. Stava masticando una striscia di carne affumicata. A giudicare dai suoi grugniti, l’opera doveva costargli un certo sforzo: non aveva più i denti robusti di un tempo.
Il cacciatore incordò l’arco con gesti lenti e precisi, ignorando la voce interiore che gli gridava di tornare a valle. Quel che andava fatto andava fatto, e lui non poteva permettersi di sbagliare. La maledizione dello sciamano l’avrebbe inseguito per generazioni a venire.
Strizzò le palpebre. Il riverbero del sole sulle pozze ghiacciate era abbagliante. Il vento fischiava sul crinale, sollevando un pulviscolo nevoso che offuscava la visuale.
Chiuse gli occhi per un istante, teso a raccogliere tutto il suo coraggio. Il suo cuore batteva così forte che gli sembrava di sentirlo rimbombare tra le vette.
Poi alzò la testa e tese la corda. Una, due, tre volte. Alla quarta, la freccia lasciò l’arco e sibilò attraverso quell’aria tagliente.
L’urlo che si levò dalla conca nevosa riecheggiò tra le rocce, confuso col muggito del vento.
Il cacciatore non rimase ad aspettare la fine. Con le mani scosse da un tremito nervoso, sciolse la corda, si legò l’arco sulla schiena e s’incamminò verso valle, diretto al villaggio e al fuoco caldo di casa sua, abbandonando al proprio destino il vecchio che esalava gli ultimi respiri tra quelle nevi perenni.

Pochi giorni prima

“Il tuo problema – osservò Volor – è che sei figlio unico”.
Idan sospirò e smosse i ceppi sfrigolanti con un bastone.
Era una bella serata d’inizio estate e l’erba frusciava sotto un vento leggero. L’ultimo sole scaldava loro la schiena. Da un momento all’altro sarebbe scomparso dietro le montagne, sprofondando la vallata in una luce liquida e bluastra.
Il fumo si levava dai tetti delle capanne, dove le famiglie si stavano sedendo a cena. In giro per il villaggio erano rimasti soltanto i cani, qualche capra, Idan e un vecchio avvolto in una pelliccia di lupo, che lo studiava di sottecchi, con un sorriso comprensivo.
“Il problema – rispose Idan, cupo – è che mio padre è un megalomane”.
Volor rise. “Non esagerare. È solo ambizioso. E questo non è necessariamente un male”.
“Non la pensavi così, l’altra sera”.
Il sorriso di Volor si attenuò. “Ci hai sentiti?”.
“Stai scherzando, vero? Urlavate così forte che vi avranno sentiti perfino gli stambecchi, lassù sulle cime”. Idan posò il bastone e guardò l’anziano sciamano negli occhi. “Si può sapere cosa ti ha detto per farti arrabbiare tanto?”.
“Non ero poi così arrabbiato. Tra vecchi amici capita di scaldarsi per motivi futili”.
“Volor, hai minacciato di scatenargli contro gli Spiriti della montagna”.
“Uhm. Ho perso la pazienza”. Volor si grattò la folta barba castana, accigliato. “Non avrei dovuto dirlo. Gli Spiriti non vanno scomodati per un nonnulla”.
“E tu lo chiami un nonnulla? I suoi guerrieri ti hanno insultato durante la festa per l’invocazione del raccolto”.
Volor agitò la mano ferita, avvolta in una benda di lino. “Risse da ubriachi. Non darci peso. Sono solo giovani cervi che mostrano le corna”.
“Drain ha cercato di accoltellarti!”.
“L’ho disarmato con una mano sola, no? E poi, com’è che siamo finiti a parlare di me? Mi stavi raccontando i tuoi problemi con tuo padre. Avanti. Continua”.
Idan abbassò lo sguardo sul fuoco. La legna, ancora verde, stentava a bruciare. L’odore acre del fumo impregnava i vestiti e i capelli. “Non c’è molto da dire. Vuole solo il meglio per me, come continua a ripetermi. Ma il mio meglio non è quello che intende lui”.
“Perché non provi a parlargli?”.
“Parlare? Con mio padre? Sarebbe più facile farsi ascoltare dai tuoi Spiriti”.
“Non bestemmiare” lo riprese Volor, in tono gentile ma fermo. Stese le gambe verso il fuoco con una smorfia di fastidio. “Ahi, le mie ginocchia! Forse dovrei aggiungere qualche altro tatuaggio curativo sulle articolazioni”.
“Oppure smetterla di arrampicarti sulle montagne come un camoscio. Non hai più l’età per certe cose”.
“E chi altro dovrebbe farlo? Sono ancora lo sciamano di questo villaggio, per quanto la cosa irriti tuo padre”. Volor ammiccò. “Furono gli Spiriti a indicarlo come il nuovo capo, prima che tu nascessi, sai? Mentre salivo verso il ghiacciaio, un grosso corvo si posò su una roccia davanti a me. E io seppi”.
“Ehm… cosa? Che i corvi apprezzano le tue focacce di farro?”.
Volor gli lanciò un’occhiataccia. “Era un segno! Da giovane, Tabor portava sempre una penna di corvo tra i capelli. Per far colpo su tua madre, suppongo”. Alzò gli occhi al cielo. “Stupido esibizionista”.
“E adesso vorresti tornare lassù per chiedere consiglio agli Spiriti?”.
“Qualcosa del genere”. Volor sorrideva, ma i suoi occhi castani rimasero seri. “Viviamo in tempi inquieti. I guerrieri scalpitano: il metallo li ha resi avidi e potenti. Soffiano venti nuovi. E le tradizioni si disperdono come fumo”. Aggrottò la fronte. “Devo ancora capire se questo sia un bene o un male”.
“È di questo che parlavi con mio padre l’altra sera, vero?”.
Volor chinò la testa in un tacito assenso.
“Cosa ti ha detto?” insisté Idan.
Cadde il silenzio. Scomparso l’ultimo spicchio di sole, le ombre calavano in fretta a colmare ogni anfratto della valle. Il fuoco aveva finalmente attecchito; i ceppi ardevano spaccandosi e sibilando. Idan ne smosse uno col piede, sprigionando una nuvola di lapilli, mentre aspettava che il vecchio si decidesse a parlare.
Finalmente Volor rispose, a voce così bassa da confondersi con il fruscio della legna in fiamme: “Tabor vuole scegliere di persona il suo successore”.
“Cosa? Non può! E chi sarebbe, poi?”.
Il vecchio alzò lo sguardo su di lui e gli rivolse un sorriso pieno di affetto e malinconia.
“Cos… vuoi dire…”. Idan tossì per schiarirsi la gola. “Mi prendi in giro?”.
“Non lo farei mai”.
“Ma lui mi considera un incapace! Non sono mai stato un cacciatore abbastanza paziente, un guerriero abbastanza forte, un prospettore abbastanza attento, un artigiano abbastanza abile…”.
Volor scosse la testa. “Non è facile essere l’unico figlio di un capo temuto e rispettato. Le aspettative sono molto alte”.
“Ma il potere non passa di padre in figlio. Non si è mai fatto!”.
“I tempi cambiano, non è vero?”. Gli diede uno sguardo in tralice. “La vera domanda è: tu lo vorresti?”.
Idan tacque, confuso. Lo voleva? Voleva diventare il capo, gestire gli scambi, il bestiame e le coltivazioni, guidare i cacciatori, prendere decisioni che potevano salvare o condannare la vita di tutti? Vivere continuando a guardarsi le spalle, con la mano sempre pronta sul pugnale?
In un lampo di immaginazione, si vide davanti la faccia impaziente del padre, esasperato dalla sua indecisione. Quante volte, da ragazzino, aveva fantasticato di riempire la bisaccia e andarsene a pascolare le capre, lontano dalla gente del villaggio, dalle sue invidie e dalle sue eterne faide familiari…
“Hai l’aria infelice” disse Volor. Lo stava studiando in viso, attento alle sue reazioni. “Molti altri farebbero i salti di gioia al tuo posto”.
Idan si ricompose in fretta sotto quello sguardo penetrante. “Devo andare a casa. Mi aspettano”.
Volor annuì e rimase a guardarlo mentre si allontanava tra le capanne, con le spalle incurvate sotto un nuovo peso.
Idan si sentì il suo sguardo acuto puntato sulla schiena finché non scomparve nel buio che saliva in fretta.

Nella capanna più imponente del villaggio, decorata da un doppio palco di cervo appeso sopra la porta, si cenava in silenzio.
Idan sbocconcellava di malavoglia una fetta di formaggio, assorto nei suoi pensieri. Sua madre lo osservava senza parlare. Tabor, inconsapevole della tensione che riempiva la stanza, inghiottiva grosse cucchiaiate di zuppa di cereali con la solita voracità. Quando ebbe finito, posò il cucchiaio e guardò il figlio per la prima volta. “Ieri Volor mi ha detto che ti sei offerto di scortarlo sulla montagna”.
Idan si irrigidì. La domanda era arrivata prima di quanto si aspettasse. “È vecchio. Non può andare da solo”.
“Sono d’accordo”.
Idan alzò lo sguardo, convinto di aver sentito male. Ma quando Tabor gli sorrise con aria d’intesa ne ebbe la certezza: suo padre era impazzito.
“È stato un grande sciamano per il nostro villaggio, ma ormai ha fatto il suo tempo” disse Tabor. “Non riesce più a tenere il passo. Il mondo cambia, e lui continua a vagare tra le rocce parlando con le cornacchie e invocando gli spiriti…”.
Idan raddrizzò le spalle. “Non puoi destituirlo! È uno sciamano, non uno dei tuoi seguaci”.
“Lo so, figliolo. Per questo dovrai pensarci tu”.
“Pensare a… cosa?”.
“Devo davvero spiegartelo?”. Tabor si stava già alzando. Si gettò la pelliccia sulle spalle e raccolse la lancia posata accanto alla porta. “Bisogna essere disposti a fare dei sacrifici per ottenere ciò che si vuole, Idan. Se non sei abbastanza forte per sopportarlo, resta pure il codardo che sei sempre stato… ma non venire a chiedermi aiuto quando gli uomini del villaggio cominceranno a scannarsi per la lancia del comando”.
Idan tenne gli occhi fissi sul pezzo di formaggio che aveva tra le mani.
Sulla soglia, suo padre si trattenne per rivolgergli un ultimo avvertimento: “Non avrai altre occasioni. Deludimi ancora e dimenticherò di avere un figlio”.
Quando fu uscito, la capanna sprofondò nel silenzio. Idan strinse il pugno finché il formaggio non gli colò tra le dita, ridotto in poltiglia.
Sua madre andò a sedersi vicino a lui e gli ripulì la mano in un panno, con tocchi gentili, senza dire nulla.
“Cosa dovrei fare?” le chiese Idan.
“Non hai scelta” rispose lei, con un velo di tristezza nella voce. “Se non lo fai tu, Tabor incaricherà uno dei suoi fedelissimi. E sarà lui a diventare il nuovo capo”.
Idan immaginò i guerrieri di suo padre entrare nella capanna del vecchio sciamano, ridendo e sbraitando, ebbri di bevande fermentate. Le lame snudate, le grida disperate di Volor, il sangue che impregnava la barba castana…
Nonostante il calore del fuoco che gli scottava il viso, fu scosso da un brivido violento.
“Se gli vuoi bene, devi farlo tu” disse sua madre.
“Potrei dirgli di fuggire”.
“Tu credi che Volor non sappia già che il suo destino è segnato? Ha scelto di restare qui ad affrontarlo. È sempre stato un uomo coraggioso. Merita rispetto da parte tua”.
“Ci vuole davvero tanto coraggio a uccidere un vecchio, madre?” chiese Idan con amarezza.
Sua madre gli sfiorò la guancia. “Molto più di quanto tu creda” sussurrò, prima di lasciare la stanza.
Quando fu lasciato solo, Idan chinò la testa e cominciò a piangere in silenzio. Non aveva ancora smesso quando gli ultimi bagliori del fuoco si spensero tra la cenere.

Appena le condizioni del tempo lo permisero, partirono. Volor indossava la sua vecchia sopravveste rattoppata, composta da strisce di pelle di pecora e capra cucite insieme, e calzava un berretto di pelliccia. Sulle spalle portava la gerla, la faretra e un arco di tasso semilavorato. L’ascia di rame scintillava al suo fianco, attirando molti sguardi invidiosi.
Era l’unica arma che avesse con sé, oltre a un piccolo pugnale: l’arco andava ancora levigato e rifinito, così come le frecce che portava nella faretra.
“Sulla montagna non ho bisogno di armi” spiegò a Idan, che lo osservava muto. “Lassù gli Spiriti mi proteggono”.
Idan schivò il suo sguardo, mordendosi le labbra.
Lasciarono il villaggio tra due ali di folla silente. Sembrava che tutti gli abitanti si fossero radunati per vederli partire, eppure nessuno li salutò o augurò loro buon viaggio. Perfino i bambini tacevano.
I guerrieri di Tabor erano schierati al limitare dell’abitato: lance in pugno, volti duri sotto i copricapi a testa d’orso, di volpe o di lupo. Alcuni indossavano pellicce, altri erano a torso nudo per esibire le cicatrici dei combattimenti e delle cacce. Penne d’aquila e di corvo pendevano dai loro capelli.
Non cercarono di fermare lo sciamano, ma fissarono Idan con sguardi truci, carichi di sottintesi, sfiorando i pugnali che portavano al fianco.
Lui tenne gli occhi puntati a terra finché anche l’ultima traccia di fumo sopra i tetti delle capanne non fu svanita alle sue spalle.
“Finalmente” sbuffò Volor. “Non ne potevo più di quei musi lunghi”.
Quando Idan non rispose, lo occhieggiò con aria impensierita, ma ben presto la salita si fece ardua e non ci fu più il fiato per conversare.
Nonostante fossero entrambi buoni camminatori, era passata quasi metà della giornata quando si fermarono in una conca riparata dal vento, poco distante dal passo che valicava la montagna. Il sole brillava sulla neve, ma il freddo era intenso.
“Faccio un giro di perlustrazione” disse Idan.
Volor si sedette e tirò fuori un pezzo di carne. “Cosa vuoi perlustrare? La via praticabile è una sola. Se ci avessero seguiti ce ne saremmo già accorti”.
“Preferisco essere sicuro. E poi potrei sempre cacciare qualcosa”.
Lo sciamano aggrottò la fronte, poi scrollò le spalle e annuì.
Idan si allontanò con l’arco in pugno e il cuore pesante.

Quando giunse in vista del villaggio era quasi buio. I guerrieri lo stavano aspettando sul sentiero, come se non si fossero mai mossi di lì. I loro occhi indagatori lo passarono al setaccio, muti, ostili.
Idan sapeva cosa cercavano. Sollevò le braccia per mostrare le mani vuote. Aveva fatto quello che volevano da lui, ma si era ribellato all’idea di infliggere l’estremo oltraggio al corpo del vecchio amico: l’ascia di rame sarebbe rimasta al fianco di Volor, nella sua tomba di ghiaccio e di neve, per accompagnarlo nell’ultimo viaggio verso le terre dei padri.
Chissà se un giorno il sole sarebbe tornato a brillare su quella lama affilata.
“Reclamo la lancia di mio padre” disse quando fu a portata d’orecchio. La voce gli uscì roca ed estranea come quella di uno sconosciuto.
I guerrieri gli cedettero il passo e si accodarono a lui in un corteo silenzioso, senza mutare espressione.
Idan attraversò il villaggio. Lo scranno di suo padre era stato trasportato nello spiazzo centrale tra le capanne. Tabor lo aspettava lì, rivestito dei suoi panni migliori, armato e ingioiellato. Sorrise d’orgoglio quando lo vide apparire solo, scortato a distanza dai guerrieri.
Idan prese la lancia dalle sue mani e si sedette sullo scranno. Alzò lo sguardo alle montagne immerse nella luce della sera. Giganti immobili, frastagliati, incatenati alla terra. I loro contorni sfumavano in un blu indistinto. Erano esistite prima di lui e avrebbero continuato a esistere dopo.
Un giorno il villaggio sarebbe stato bruciato o abbandonato, e i nomi di Idan, Volor, Tabor e tutti gli altri sarebbero stati spazzati via dal vento insieme alle loro storie; ma quelle cime pesanti di neve sarebbero rimaste dov’erano, indifferenti ai dolori e alle speranze degli esserini insignificanti che brulicavano ai loro piedi.
Come sembrava ridicolo, da quella prospettiva, tutto quell’affannarsi per ricavare un briciolo di potere in più…
“Il villaggio ha un nuovo capo!” gridò Tabor.
I guerrieri gli fecero eco urlando e agitando le armi. Poi si inginocchiarono l’uno dopo l’altro. E così fecero le donne, i vecchi, i bambini.
Idan cercò di concentrarsi su quella distesa di teste chine, ma il suo sguardo vagò irrequieto e si perse nei colori dell’imbrunire. Chiuse gli occhi.
Un giovane impellicciato e un ragazzino smilzo camminavano fianco a fianco su un sentiero di montagna. Lo sciamano indicava le piante con proprietà curative e rimproverava scherzosamente il bambino che continuava a distrarsi. Il vento portò l’eco lontana di una risata.
Idan strinse più forte le palpebre, ma il ricordo non svanì.
I tempi cambiano, commentò Volor nella sua mente.
“Io non volevo” mormorò Idan.
Nessuno gli rispose.
Riaprì gli occhi. Qualche testa cominciava a sollevarsi: volti curiosi, aggrottati o intimoriti aspettavano le sue parole.
Prese un bel respiro. “I tempi cambiano” iniziò. “Soffiano venti nuovi. Il metallo ci ha resi avidi e potenti…”.
E fu certo di sentire la risata rauca di Volor riecheggiare lontano, oltre i pascoli, i boschi e i tetti del villaggio, tra le montagne avvolte dalla bruma azzurrina.

Autore

  • Giorgia Cappelletti

    Archeologa di formazione, scrittrice per hobby. Fino ad oggi ho scavato, lavorato in un museo, diretto laboratori per bambini, prodotto libretti divulgativi, insegnato greco e latino, scritto brani ed esercizi per le antologie scolastiche, e probabilmente qualcos'altro che ora mi sfugge. Guardo molti anime e vorrei vivere nel castello errante di Howl (ma senza di lui).

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4 Commenti

  1. Marina Selvi

    Ho letto il racconto e andando verso la fine sono scese due lacrime. Succede quando qualcosa tocca le corde della tua animia e le fa vibrare. Nonostante le lecrime il cuore ero pieno di una bella sensazione come se la storia di tutti i protagonisti ognuno a suo modo mandasse un meraviglioso messaggio di vita. Un messaggio giusto anche se ti scioglie le lacrime. Un messaggio che accetti come fosse una gioia, senza fosse, come un gioia. Ti rilassa, ti tranquillizza e ti rassicura. Ognuno ha vissuto e vivrà compiedo il suo senso.Ognuno ha preso in mano la sua forza al momento e nei momenti che serviva. La vita porta la vita anche dalla morte. La legge della natura lo insegna. Ami ogni personaggio, stimandolo nel profondo. Nessuno è cattivo, nessuno è buono. Tutti sono giusti.e legati tutti solo da Amore. Amore x la vita comunque è quanto duri. ❤ Non ho parole x dire come è bello, profondo, saggio, affascinante, giusto, emozionante e piena di signifiato questo racconto. Resto in silenzio dopo averlo letto per godermi e proseguire l’emozione.❤

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    • Giorgia

      Grazie mille!

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  2. gio

    Tra gli innumerevoli indumenti di Otzi non sono presenti tessuti, per cui parlare di “panno” nel testo è alquanto azzardato.

    Rispondi
  3. Giorgia

    L’uso del telaio è testimoniato a partire dal Neolitico. Otzi è morto all’inizio dell’Età del Rame.

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