Ossa, denti di animali e non solo… cosa fa uno zooarcheologo?

16 Marzo 2018
Lo zooarcheologo studia i rapporti tra uomo e animale e tra uomo e ambiente. In Italia è mestiere ancora poco diffuso, ma a giugno Palermo ospiterà lo PZAF (Postgraduate Zooarchaeology Forum). Un’occasione da non perdere

Sapevate che, in uno scavo archeologico, i reperti faunistici (ossa e denti di animali, conchiglie ecc.) sono tra i resti archeologici più abbondanti? Le loro caratteristiche fisico-chimiche permettono infatti, nella maggior parte dei casi, una conservazione in quantità consistenti dei denti soprattutto, ma anche delle ossa.

Nascita della zooarcheologia

Tuttavia è solo dalla fine degli anni Sessanta e poi negli anni Settanta del secolo scorso che, con l’avvento della cosiddetta New Archaeology, si inizia a sviluppare un particolare interesse verso il rapporto uomo-animale, e di conseguenza anche la scienza chiamata archeozoologia o, per dirla più alla maniera nord europea, zooarcheologia.

Io in verità preferisco zooarcheologia; se vedete bene, la parola ‘zoo’ si appoggia delicatamente alla parola chiave (e completa) ‘archeologia’, quasi a farle da introduzione. Sarebbe però inopportuno essere poco elastici nell’uso dei termini: sentitevi dunque liberi di scegliere quello che ritenete più adatto.

Dunque, cosa è la zooarcheologia? Cominciamo col dire che le definizioni etimologiche non funzionano mai troppo bene, ma probabilmente non è del tutto errato affermare che la zooarcheologia è ‘lo studio dei resti animali individuati nei contesti archeologici’.

Lo zooarcheologo

E chi è lo zooarcheologo? E’ la figura professionale che si occupa dello studio di tali resti faunistici e che si propone come fine principale quello di interpretare i dati ottenuti da tali resti, all’interno di un determinato contesto archeologico.

Insomma, l’archeologia viene comunque prima di tutto. A poco servirà determinare cento omeri di bue e duecento di maiale, se questi dati non verranno opportunatamente confrontati con altri reperti archeologici, al fine di ricostruire una cornice socio-economica completa (si fa per dire) delle comunità vissute in un determinato sito.

Da qui, è possibile comprendere meglio la distinzione tra ‘paleontologia’ e ‘zooarcheologia’: mentre la prima si interessa esclusivamente dello studio dei resti animali, la seconda indaga le relazioni uomo-animale.

Ancora più interessante, però, è capire cosa si intende quando si parla di ‘resti animali/faunistici’, poiché la loro definizione può essere molto ampia e variabile. La zooarcheologia si occupa in gran parte, per non dire esclusivamente, dello studio di ossa e denti di vertebrati. Sarà scontato dire che anche gli invertebrati (molluschi, insetti ecc.) sono animali, ma il loro studio è spesso confinato a ricostruzioni paleoambientali.

Zooarcheologo: frammento di palco di cervo (Cervus elaphus)

Oggetti di indagine dello zooarcheologo: frammento di palco di cervo (Cervus elaphus)

La zooarcheologia in archeologia

Chiarito quindi che i resti faunistici sono il risultato di ciò che è arrivato sino a noi di animali vissuti nel passato, non c’è dubbio che la zooarcheologia si possa iscrivere nell’ampio quadro della ‘bioarcheologia’: infatti questo termine è stato spesso usato nella letteratura scientifica americana per indicare finanche lo studio di resti umani in siti archeologici.

Certo, qualcuno potrebbe affermare che gli uomini sono animali, ma l’approccio antropologico e quello zooarcheologico (nonostante alcune dovute somiglianze… si tratta pur sempre di ossa!) è sostanzialmente diverso.

La zooarcheologia è stata anche categorizzata come disciplina collegata all’archeologia ambientale. Infatti, gli animali possono fornire importanti informazioni circa l’ambiente circostante un sito, ma è certamente riduttivo relegare la zooarcheologia solo a questo aspetto. C’è molto di più!

Insomma, non è facile inquadrare in modo categorico la posizione occupata dalla zooarcheologia nella ricerca archeologica: tutte le classificazioni finiscono con il ridurre la sua importanza, dando spesso un’immagine limitata del suo campo di indagine. Per sciogliere questo nodo, si potrebbe affermare che la zooarcheologia rappresenta uno dei primi campi di studio interdisciplinari dell’archeologia che investe da una parte il mondo naturale e dall’altra quello culturale dell’uomo.

Perché si studiano gli animali?

Gli animali si studiano ‘perché lo studio del rapporto uomo/animale costituisce uno dei tanti tasselli del grande, forse infinito, puzzle che è l’archeologia’; e, secondo me, è uno dei più importanti.

Con gli animali l’uomo ha interagito fin dai suoi primi passi sulla terra. Dalla preistoria fino ai giorni nostri (basti pensare alle diffuse e opinabili pratiche di allevamento intensivo), gli animali sono stati di fondamentale importanza per la sopravvivenza delle popolazioni umane. Sono stati sfruttati principalmente come risorsa di cibo (carne, grasso, latte e latticini, uova, miele, ecc.), o per l’abbigliamento (pellicce, lana, pelli, ecc.), oppure con ossa e palchi sono stati fabbricati strumenti di uso quotidiano e oggetti di ornamento personale. E non solo: gli animali sono stati sfruttati anche come forza-lavoro per trainare l’aratro nei campi, per trasportare merci e spostare persone a brevi e lunghe distanze.

Gli animali hanno rivestito una tale importanza per l’uomo, che li troviamo già nelle prime espressioni artistiche (si pensi alle famose grotte di Lascaux in Francia) e rituale-religiose umane (le altrettanto famose sepolture di cane e cavallo di età antica e longobarda). Per non dimenticare gli animali da compagnia, come il cane e il gatto (a oggi questa ‘classe di animali’ vede l’inclusione anche del procione -orsetto lavatore-, il capibara e molti altri… ma sono casi davvero estremi).

Zooarcheologo: Astragali di pecora (Ovis aries)

Oggetti dell’indagine dello zooarcheologo: astragali di pecora (Ovis aries)

Animali e ricostruzione dell’ambiente

Come già accennato, i resti animali in archeologia (assieme alle evidenze archeobotaniche come semi, carboni, ecc.), rivestono un ruolo essenziale anche nella ricostruzione delle condizioni ambientali. Non tanto i mammiferi domestici (bue, caprini, maiali), quanto quelli selvatici (soprattutto i micromammiferi), alcune specie di uccelli, molluschi e insetti, possono apportare significative informazioni circa l’habitat in cui l’uomo viveva.

Molteplici dunque sono le indagini di cui la zooarcheologia si occupa: dall’allevamento, alle metodologie di caccia/pesca, alla domesticazione, all’agricoltura, alla lavorazione dei prodotti primari e secondari, all’introduzione di nuove specie animali, alle tradizioni alimentari e culinarie, fino alla sfera socio-religiosa.

Insomma, da qualsiasi parte la si voglia vedere, la zooarcheologia cerca di rispondere a domande chiave della ricerca archeologica. Il suo valore e apporto informativo è stato riconosciuto e apprezzato in tutto il mondo. Numerosi sono infatti i corsi universitari, i laboratori dediti a questo tipo di ricerca e le associazioni ad essa dedicate (International Council for Archaeozoology – ICAZ – e l’Associazione Italiana di Archeozoologia – AIAZ – per menzionare solo alcune delle tante), e ogni anno sempre più giovani si avvicinano a questo mondo sospeso tra scienza e storia.

In Italia

Tuttavia in Italia, nonostante alcune isole felici dove la zooarcheologia viene insegnata, e dove sono presenti validi laboratori di ricerca, la strada per un riconoscimento nazionale ‘a tutto tondo’ è ancora lunga e in salita.

Noi zooarcheologi, però, siamo instancabili e caparbi camminatori, ed è per questo motivo che la sottoscritta, assieme a due colleghi (anche loro zooarcheologi), Mauro Rizzetto e Matteo Bormetti, e grazie al supporto costante della Soprintendenza per i beni archeologici e culturali della provincia di Palermo, sta organizzando in Italia una conferenza internazionale di zooarcheologia.

Postgraduate Zooarchaeology Forum quest’anno a Palermo

Si tratta del PZAF (Postgraduate Zooarchaeology Forum), un incontro rivolto ai giovani ricercatori (laureati, dottorandi e giovani professionisti), che quest’anno si terrà a Palermo dal 27 al 29 giugno prossimi. Tale evento rappresenta un’opportunità per i giovani ricercatori e studenti di entrare nel mondo della ricerca zooarcheologica e di diffondere ricerche inedite e nuove metodologie.

Il PZAF è nato nel Regno Unito e nel tempo è stato organizzata a Cardiff, Parigi, Sheffield, Londra, Tarragona (Spagna), e Toruń (Polonia). Insomma, questo evento potrebbe rappresentare un piccolo (grande per noi) passo per un ingresso dell’Italia nella ricerca zooarcheologica a livello internazionale.

Se volete entrare in contatto con il nostro fantastico mondo, vi invito a venire numerosi a Palermo. Vi assicuro che non ve ne pentirete!

Autore

  • Veronica Aniceti

    Dottoranda in zooarcheologia presso l’Università di Sheffield (Regno Unito), si interessa dello studio dell’allevamento animale in Sicilia dal periodo bizantino a quello arabo, normanno e svevo. Ha conseguito la laurea triennale e quella specialistica in Archeologia dei beni culturali presso l’Università di Siena (2007-2013), partecipando a numerose campagne di scavo archeologico in Toscana (Rocca degli Alberti, Castello di Cugnano, Canonica di San Niccolò). Durante l’ultimo anno di università a Siena ha trascorso un periodo come visiting student presso l’Università di Sheffield, per estendere le sue conoscenze nel campo della ricerca zooarcheologica e qui, nel 2013, si è iscritta al corso Master in Osteoarcheologia. Nel 2014 ha iniziato il suo dottorato, grazie ad una collaborazione tra le Università di Sheffield, York, e Roma Tor Vergata, che porterà a conclusione entro il 2018.

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