Orazio e Augusto: incontro a Filippi

31 Ottobre 2017
Come fu che il poeta Orazio, nonostante la sua dichiarata fede repubblicana e la partecipazione alla battaglia di Filippi nelle file di Bruto, fu poi risparmiato dal vincitore Augusto? Ecco un’idea

Quintus Horatius Flaccus patri suo s.d.

Padre mio, l’usanza vorrebbe che io mi informassi sulla tua salute, il tuo umore e i tuoi affari; temo però che, nelle attuali circostanze, troveresti queste formule di rito vuote e retoriche, quando non puramente offensive. È quindi con profonda vergogna che ti confesso…

Lo stilo si trattenne sopra la cera, poi oscillò a mezz’aria, mentre l’incerto autore lo faceva dondolare tra le dita.

Orazio sospirò. Cosa poteva scrivere? Come addolcire l’atrocità di quella notizia?

“Caro papà, tanti anni di lavoro e sacrifici sono appena stati gettati al vento da quel buono a nulla del tuo erede. Il nostro podere probabilmente è perduto, la tua carriera rovinata e tuo figlio in esilio. Con affetto, Quinto”.

Sarebbe stata senz’altro una lettera più sincera.

Si alzò di scatto dallo sgabello e passeggiò avanti e indietro per la tenda. Aveva la bocca così asciutta che riusciva a stento a deglutire.

Il suo tempo era quasi finito e lui ne aveva speso gran parte su quella tavoletta, abbozzando scuse, trovando motivazioni, allineando parole vuote che non volevano dire nulla, se non questo: era la fine. Quell’unico, imperdonabile errore avrebbe distrutto la sua famiglia.

Si grattò la tempia sudata con il manico dello stilo, sforzandosi di mantenere la calma. Sarebbero arrivati da un momento all’altro.

Non poteva sperare di scamparla. Sfiorò il gladio corto che portava al fianco: un oggetto estraneo, pesante e ingombrante, che lo faceva inciampare a ogni passo.

Improvvisamente si sentì ridicolo. Cosa ci faceva con una spada? Chi voleva prendere in giro? Incantarsi su un papiro sognando le imprese degli eroi omerici non bastava certo a renderlo un guerriero. Fino a un mese prima era un semplice studente, con il solo pensiero di divertirsi e bere qualcosa con gli amici tra una discussione filosofica e l’altra. Adesso era un condannato a morte. Stupido, si insultò mentalmente, stupido, ingenuo idiota idealista

Uno scalpiccio fuori dalla tenda lo fece trasalire. Un soldato entrò a larghi passi, con fare da padrone. “Quinto Orazio Flacco?”.

Aveva l’aria di un veterano, con la faccia segnata e una profonda cicatrice sul polpaccio, ma era difficile indovinare il suo grado sotto lo strato di polvere, sangue e sudore che si portava addosso dal campo di battaglia.

Orazio annuì, incapace di parlare.

Il soldato lo squadrò dalla testa ai piedi. “Il tribuno?”. Dal tono traspariva un’incredulità mista a compatimento.

Orazio prese un respiro profondo. Era arrivato il momento di dirlo. Fece un passo avanti, deglutì il nodo che gli stringeva la gola e proclamò: “Fides, Pax, Honos, Pudor e Virtus! Accettate il nostro sangue, versato in sacrificio, per la salvezza della repubblica!”.

Se l’era preparata con cura, ma sortì lo stesso effetto del ronzio di una mosca. Il volto del legionario rimase inespressivo come se nessuno avesse parlato.

Orazio rimase in piedi in mezzo alla tenda, goffo nell’armatura, finché il lembo di stoffa che schermava l’ingresso non venne scostato e altri due soldati entrarono a passo di marcia.

Questi non venivano certo dalle prime linee. Erano puliti e ben sbarbati; gli elmi e gli schinieri brillavano alla fiamma della lucerna, tirati a lucido. Si fermarono ai due lati dell’ingresso con la mano posata sull’elsa della spada.

Dietro di loro apparve un ragazzo magrolino, vestito e armato con sfarzo. Lo splendore della corazza pettorale istoriata e del mantello scarlatto faceva uno strano contrasto col viso pallido, dai tratti quasi infantili.

“Bella frase” commentò caustico. I soldati sogghignarono.

Orazio si sentì arrossire. Ecco l’ennesimo figlio di papà pronto a schernirlo per le sue umili origini, sicuro di sé e del proprio posto nel mondo grazie al nome di famiglia. Quelli diventavano tribuni senza alzare un dito per meritarselo; si tenevano ben lontani dai combattimenti, ma sfoggiavano la loro brillante conversazione ai banchetti degli ufficiali, nei circoli letterari della capitale e nelle più prestigiose scuole greche, convinti che tutto fosse loro dovuto per diritto di nascita…

Il giovane ufficiale, infatti, stava curiosando in giro per la tenda senza alcun riguardo per le sue proprietà. Con suo grande fastidio, raccolse la tavoletta che giaceva dimenticata accanto alla lucerna e lesse le poche parole incise nella cera.

Un sorrisetto gli increspò le labbra sottili. “La sfida maggiore è dimostrarsi all’altezza dei propri padri, vero?”.

Quella falsa modestia irritò a tal punto Orazio da fargli ritrovare la voce. Ci mancava solo che quel signorino altezzoso tentasse di fare l’amico, prima di trapassarlo in tutta amicizia con la sua spada.

“Mio padre è un liberto” disse asciutto. “Fa l’esattore a Roma”.

“Il mio era il padrone del mondo. Questo rende il compito ancora più difficile”.

Orazio impiegò qualche secondo per afferrare il senso di quelle parole. Non poté impedirsi di fissare il suo antagonista a occhi sgranati, con uno sbalordimento molto poco lusinghiero.

Caio Giulio Cesare Ottaviano gli rivolse un sorriso un po’ sghembo. “Sorpreso?”.

“Io… no, è solo… ecco, io ti immaginavo…”. Orazio si interruppe per cercare il termine adatto. “… diverso” terminò debolmente.

Gli occhi slavati di Ottaviano furono ravvivati da un brillio divertito. “Bruno, robusto e spaccone? Sul genere di Marco Antonio, cioè?”.

Orazio tacque, temendo di peggiorare la situazione.

“Tranquillo: non mi offendo. A ciascuno i suoi punti di forza”. Ottaviano gettò un’altra occhiata alla tavoletta. “Tu, ad esempio, sei un poeta. Posso chiederti cosa ci fai in un accampamento militare? Ti vedrei meglio in una biblioteca, al caldo e al sicuro”.

Senti chi parla, pensò Orazio, ma ad alta voce disse: “Come fai a sapere che sono un poeta?”.

“Sarei tentato di rispondere che so tutto dei miei nemici, ma in realtà hai scritto alcuni versi in fondo alla tua lettera di figlio contrito. Non sono neanche male”. Di nuovo quel lampo nello sguardo. “Sicuramente meglio di ‘accettate il nostro sangue versato in sacrificio’”.

Stavolta Orazio si sentì avvampare. “L’epica non è il mio genere” farfugliò.

“Sì, l’avevo capito. Peccato”.

Orazio lo guardò senza capire.

“Avresti potuto cantare le mie gesta” spiegò l’altro, serissimo.

I soldati alle sue spalle si scambiarono sguardi eloquenti. Il veterano si permise addirittura uno sbuffo di scherno.

Orazio, che nel mese appena trascorso aveva sentito un’infinità di battute sul raffreddore dell’erede di Cesare e la sua fuga ingloriosa nelle paludi mentre Bruto gli devastava l’accampamento, fece del suo meglio per mostrarsi perplesso.

“Così tu credi che mio zio… mio padre… non fosse l’uomo giusto per guidare Roma nel suo destino di gloria”.

“No” rispose Orazio pacatamente, anche se il cuore gli batteva a precipizio. “Io penso che nessun uomo da solo possa farlo”.

Gli angoli della bocca di Ottaviano si sollevarono appena. “E chi ha detto che lo farò da solo?”.

Gli restituì la tavoletta e fece cenno ai suoi. Il veterano uscì dalla tenda per primo, mentre gli altri due si disponevano di retroguardia.

Ottaviano toccò il braccio del più vicino. “Come si chiama il vostro compagno?” chiese in un sussurro.

I soldati si consultarono con lo sguardo. “Tito Manilio” rispose infine l’interpellato.

“Uno dei veterani di mio padre?”.

“Sì, ha combattuto nelle campagne di Gallia”.

Ottaviano assentì. “Uccidilo” disse in tono piatto.

Il soldato aprì la bocca per protestare, poi la richiuse. Cercò con gli occhi l’aiuto del suo amico, ma quello guardava ostentatamente per terra.

Ottaviano si voltò verso Orazio come se percepisse la sua disapprovazione. Lui si sentì gelare quando quegli occhi azzurro pallido trapassarono i suoi.

“Nessuno può ridere del figlio di Cesare” disse piano Ottaviano.

Orazio annuì, con la bocca secca. “E io?” trovò il coraggio di chiedere.

Ottaviano sorrise, ma i suoi occhi rimasero freddi e fermi. “Continua a scrivere, figlio di un liberto. Avremo bisogno di buoni poeti più che di soldati, quando questa guerra sarà finita”. Si trattenne ancora un istante sulla soglia per scrutarlo in viso. “Forse ci rivedremo a Roma” disse infine.

Orazio lo guardò uscire in un turbinio di mantello, seguito dalla scorta. Abbassò lo sguardo sulla tavoletta che teneva tra le mani.

I versi che gli avevano salvato la vita erano scarabocchiati in un angolo: pochi distici scherzosi sulle gioie del vino, composti sovrappensiero e subito dimenticati.

Tirò un lungo sospiro. Poi lasciò cadere la tavoletta, prese calamo, inchiostro e papiro e cominciò a scrivere di getto.

Padre mio, ecco una notizia per te, non saprei dire se buona o cattiva: la repubblica è morta, ma il tuo Quinto è vivo e in buona salute…

Autore

  • Giorgia Cappelletti

    Archeologa di formazione, scrittrice per hobby. Fino ad oggi ho scavato, lavorato in un museo, diretto laboratori per bambini, prodotto libretti divulgativi, insegnato greco e latino, scritto brani ed esercizi per le antologie scolastiche, e probabilmente qualcos'altro che ora mi sfugge. Guardo molti anime e vorrei vivere nel castello errante di Howl (ma senza di lui).

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