La bambola di Emilia, ovvero: come uccidere le aspirazioni di una fanciulla

Vergini Vestali
Le vergini Vestali

Emilia accarezza con affetto i lunghi capelli della bambola.

Sono neri e setosi, lucidissimi, come quelli di una vera principessa egizia. A volte immagina di vederli mossi dal vento del Nilo. Non l’ha mai visto di persona, ma il suo precettore le ha raccontato che si tratta di un fiume lunghissimo, molto più del Tevere. Le ha parlato di faraoni e piramidi, oasi e deserti; ha evocato per lei la luce di un immenso faro che torreggia su un’isola e le parole di saggezza contenuti in migliaia di volumi, conservati nella biblioteca più grande del mondo.

Lui, infatti, è nato ad Alessandria d’Egitto. Emilia vorrebbe tanto visitarla, ma non può. E non potrà farlo per molti anni.

Tra pochi giorni, infatti, dovrà lasciare i suoi genitori e la casa in cui è cresciuta per trasferirsi nella dimora delle vergini Vestali, nel Foro. Lì trascorrerà i prossimi trent’anni.

Trent’anni! Non riesce nemmeno a concepire un tempo così lungo. Il giorno in cui lascerà il sacerdozio, libera di sposarsi e tornare alla vita civile, avrà trentotto anni; sarà più vecchia di sua madre oggi. Forse avrà i capelli grigi, forse zoppicherà appoggiata a un bastone, come le vecchie delle commedie.

Si curva sullo specchio di bronzo lucido posato sul tavolino, appoggia le mani ai lati della faccia e preme forte. Ed ecco apparire la vecchia Emilia, con la fronte corrugata e la bocca affossata nelle guance. Strabuzza gli occhi e fa una linguaccia alla sua immagine riflessa. Blaaah!

“Emilia!” La voce della sua balia è severa. Come sempre, è entrata nella stanza senza che lei se ne accorgesse. “Cosa stai combinando?”

Emilia si ricompone subito, riprende in mano la bambola. “Stavo solo pettinando Nefertari.”

“Non dovresti dare questi nomi strampalati alle bambole che ti regala tuo padre. Sai quanto ha pagato per quel giocattolo? Potrebbe almeno comprarti bambole di terracotta o di legno, come fanno tutti. Lo sa Giove se quell’uomo non ti vizia troppo.”

Un sospiro esasperato, teatrale. In realtà, il suo rispetto per il padrone è tale che non permette agli schiavi più giovani nemmeno di nominarlo in sua presenza. “Potresti chiamarla Cornelia, oppure Lucrezia, come le grandi matrone della tradizione.”

“Nefertari è stata una famosa regina” spiega Emilia, piegando le gambe snodabili della bambola per farla sedere sulla seggiolina di vimini.

La balia scuote la testa. “Quel levantino ti riempie la testa di sciocchezze. L’ho già detto a tuo padre. A cosa servono il greco, la poesia, la matematica e tutte quelle assurdità da filosofi greci? Una volta, a una brava vergine romana bastava saper filare la lana. Adesso le ragazze leggono e scrivono, e vanno anche al circo, a teatro, ai banchetti senza che nessuno si preoccupi per la loro reputazione! Per fortuna sei stata destinata alla casa di Vesta. La Virgo Maxima saprà difendere la tua virtù.”

Emilia tace, passando il pettinino d’avorio tra i capelli della bambola. La verità è che non sa se sentirsi contenta o triste. La balia continua a ripeterle quanto sia fortunata; suo padre ha ricevuto le felicitazioni di amici e colleghi del Senato; sua madre tace e l’abbraccia stretta; la sua amica Lucilla, invidiosa, le ha detto che dovrà passare tutto il tempo a pregare la dea e impastare la mola salsa, la focaccia sacra, e se lascerà spegnere il fuoco nel tempio verrà sepolta viva.

Non è certo una prospettiva allegra. D’altra parte, le hanno assicurato che godrà di molti privilegi: viaggiare su un carro speciale, assistere alle feste e alle cerimonie da un palco riservato, avere i posti migliori a teatro, visitare la famiglia e le amiche…

E quando finalmente potrà lasciare il tempio, sarà una ex-sacerdotessa rispettata da tutti. Forse allora potrà partire per un lungo viaggio e visitare le città di cui ha sentito tanto parlare. Alessandria, naturalmente, e poi Antiochia, Pergamo, Gerusalemme. Forse, chissà, potrebbe spingersi fino al favoloso regno dei Parti. Oppure all’India. E ancora oltre, fino a scoprire terre inesplorate…

Una carezza sui capelli la riscuote dai suoi sogni a occhi aperti.

“Cosa c’è?” chiede la balia. Le prende il viso tra le mani e la scruta attentamente, come fa quando sospetta che abbia la febbre. “Hai paura? Non sarai sola, sai. Io verrò a trovarti ogni volta che sarà possibile e ti porterò i fichi ripieni che ti piacciono tanto… anche se dubito che il Pontefice Massimo approverebbe.”

Emilia annuisce, abbassa gli occhi sulla sua bambola. “Vorrei portarmi Nefertari” confessa in un sussurro. “E la palla, e il pettine che mi ha regalato la mamma. E i miei libri. E il braccialetto con le perline azzurre…”

“Qualcos’altro?” sbuffa la balia, tornando subito al suo tono sbrigativo. “Stai andando al tempio di Vesta, mica a festeggiare i Saturnali! Tra pochi giorni sarai una donna adulta. Devi consacrare i tuoi giocattoli agli dei, l’hai dimenticato?”

È vero. Nefertari non potrà seguirla in questa avventura. Dal momento in cui diventerà una novizia del tempio, a Emilia non sarà più permesso di giocare: dovrà dire addio alle noci, alle pupae, ai lunghi pomeriggi passati a lanciarsi la palla e giocare a nascondino o alla ‘mosca di bronzo’ con le amiche e le schiavette sotto i portici del peristilio. Perfino il suo abbigliamento e l’acconciatura dei capelli dovranno seguire regole rigidissime.

Con un sospiro, Emilia prende un cofanetto di legno dipinto con figure di fiori e uccelli e lo apre con una minuscola chiave dorata. Contiene il corredo di Nefertari: collane, bracciali, anelli, perfino un diadema, tutto in miniatura. Ci sono anche tuniche e mantelli di ogni foggia e colore, per vestirla in modo appropriato a ogni occasione.

E questa è senz’altro un’occasione importante: Emilia vuole che la sua bambola preferita sia bellissima quando la deporrà davanti alle statuette dei Lari, rinunciando alla sua infanzia.

Con gesti lenti e misurati, come se stesse celebrando un rito, pettina con cura i capelli di Nefertari, li profuma con qualche goccia di unguento e li copre con un velo, che ferma con una coroncina d’argento. Mette alla regina la sua veste migliore e calza i lisci piedi d’avorio con sandali di cuoio, perfetti in ogni particolare. Poi la sistema su un carretto decorato da campanelle, trainato da due cavalli di legno scuro con tanto di bardatura.

La balia tace e l’osserva, per una volta, senza commentare che il vestiario della sua bambola supera quello di tutti i bambini della Suburra messi insieme. Forse ha intuito che è un momento solenne.

Aspetta con pazienza e poi, quando Emilia ha finito, le mette un braccio intorno alle spalle. Ed escono dalla stanza insieme, tenendosi strette, nel tepore del giardino inondato dal sole.

 

Le Vestali erano sei sacerdotesse consacrate al culto della dea Vesta. Scelte tra le bambine romane di famiglia aristocratica e guidate dalla più anziana (la Virgo Vestalis Maxima), avevano l’obbligo di restare vergini per tutti i trent’anni del loro sacerdozio. Il loro compito principale era vegliare il fuoco che bruciava nel tempio della dea nel Foro di Roma e preparare la ‘mola salsa’, una focaccia di farro salato da usare nei sacrifici e nelle cerimonie sacre.
La Vestale che violava il voto di castità veniva fustigata, mentre il suo amante veniva frustato a morte nel Foro. Se invece lasciava spegnere il fuoco, era condannata a essere sepolta viva.

Iscriviti alla nostra newsletter



1 commento

  1. Nei racconti ci sono la forza, la durezza, il rispetto per l’ordine superiore mischiati alla voglia di trasgressione, alla dolcezza, al sentimento. Questo insieme rende il tutto attuale e meraviglioso.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here