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Rapporto Symbola e mestieri dell’archeologia: cosa dicono i numeri

Se la cultura in Italia vale, da sola, 89,9 miliardi di euro e occupa, in totale, 1,5 milioni di persone (circa il 6 per cento dei lavoratori), l’archeologia che parte ha? Quali benefici apporta? Quali sono le prospettive per un laureato in questo campo? Abbiamo provato ad analizzare le incoraggianti cifre del settimo rapporto Io sono cultura – l’Italia della qualità e della bellezza sfida la crisi, elaborato da Fondazione Symbola e Unioncamere e presentato lo scorso 28 giugno a Roma, per capire fino a che punto il nostro ambito di studi possa darci da mangiare, e quali siano le sue reali potenzialità.

Il rapporto Symbola viene redatto dal 2011 ed è l’unico studio in Italia che si propone di quantificare, numeri e percentuali alla mano, la ricchezza complessiva prodotta dalla cultura nel nostro Paese. Per farlo, analizza i dati di cinque macro settori del Sistema produttivo culturale italiano (Spcc): le industrie creative (architettura, comunicazione, design), le industrie culturali propriamente dette (cinema, editoria, videogiochi, software, musica e stampa), il patrimonio storico-artistico (musei, biblioteche, siti archeologici, archivi, monumenti storici), le performing arts e le arti visive, e infine le cosiddette imprese creative driven, cioè quelle imprese che, pur non essendo riconducibili direttamente al settore culturale (come la moda o l’alto artigianato), impiegano però professioni culturali e creative per ‘funzionare’.

Io sono cultura, rapporto symbola

La copertina di quest’anno di ‘Io sono cultura’, il rapporto Symbola sulle professioni culturali.

I dati generali del Rapporto Symbola

Il valore di tutti questi settori messi assieme è di 89,9 miliardi di euro ‘puri’ (il 6 per cento della ricchezza del Paese). Secondo l’analisi di Symbola, però, per ogni euro prodotto dal Spcc, se ne attiverebbero 1,8 in settori correlati (viene chiamato effetto moltiplicatore 1,8), col turismo come beneficiario principale. Grazie a questo effetto, il valore complessivo della cultura diventa di circa 250 miliardi, rappresentando il 16,7 per cento dell’intero valore aggiunto nazionale (con un aumento dell’1,8 per cento rispetto all’anno scorso).

Il settore che vale di più è il creative driven (33,5 mld), seguito dalle industrie culturali (33 mld), dalle industrie creative (12,9 mld), dalle performing arts e arti visive (7,2 mld) e infine dalla conservazione e valorizzazione del patrimonio storico-artistico (3 mld). Tutti i settori sono in crescita sia dal punto di vista dell’occupazione (aumentata dell’1,5 per cento rispetto all’anno precedente), sia del valore aggiunto (che ha segnato un +1,8 per cento): persino di più, anche se di poco, del resto dell’economia, dove la crescita media è stata rispettivamente dell’1,3 per cento e dell’1,5 per cento).
Ma per noi archeologi, tutto ciò cosa può significare?

Più aree di interesse, maggior numero di posti di lavoro

Tra gli sbocchi professionali di un archeologo, lo sappiamo bene, non ci sono più solo lo scavo, il museo o la ricerca universitaria, cioè le professioni legate allo studio e alla tutela del nostro patrimonio archeologico. Con un’opportuna formazione, si può lavorare anche nel campo della comunicazione, sviluppare app, software o videogame, realizzare corti per il cinema e documentari, diventare social media manager di un’area archeologica o gestirla direttamente, o altro ancora.

Per gli archeologi, dunque, i macro settori di impiego appetibili sono almeno tre, ossia quello tradizionale del del patrimonio storico-artistico (dove gli occupati sono oggi 53 mila), ma anche le industrie culturali propriamente dette (con 491 mila occupati totali, di cui quasi 268 mila nell’editoria e quasi 160 mila nella produzione di software e videogame) e le industrie creative (con oltre 253 mila occupati, di cui 100 mila nella comunicazione). Le opportunità lavorative per i nostri laureati sono dunque aumentate considerevolmente.

Rapporto Symbola, Io sono Cultura, Giuliano De Felice

Lo storytelling digitale è uno dei possibili ‘nuovi mestieri’ dell’archeologo. Una scena dal corto animato Closing Time, ambientato in un museo © Giuliano De Felice

L’insensatezza del numero chiuso

Pensare a un numero chiuso per facoltà come Archeologia ha dunque poco senso, visto che i suoi laureati non vengono assorbiti da un solo settore. Avrebbe invece più senso aiutarli a costruire un percorso mirato che contempli i ‘nuovi lavori dell’archeologia, come noi di Archeostorie affermiamo sin dalla pubblicazione del nostro Manuale

Per farlo, però, sarebbe necessario un supporto maggiore da parte delle istituzioni universitarie che ancora oggi, in molti casi, strutturano i curricula pensando principalmente al macro settore del patrimonio storico-artistico, evitando di prendere in considerazione altri tipi di spunto e lasciando ancora tutto all’iniziativa personale.

Archeologia, turismo di qualità e sostenibilità economica e ambientale

Prendendo poi in considerazione la ricaduta positiva della cultura sul turismo, principale beneficiario dell’effetto moltiplicatore, è giusto rilevare il ruolo chiave che siti archeologici e musei possono svolgere per garantire uno sviluppo sostenibile ed equo per i territori. Se da un lato, infatti, il rapporto Symbola afferma che circa un terzo della spesa turistica nazionale sarebbe attivato dalla cultura, dall’altro i dati di un altro rapporto, Italiani, turismo sostenibile ed ecoturismo di Fondazione Univerde – Ipr marketing, dimostrano quanto l’interesse verso siti archeologici (anche ‘minori’) e borghi storici sia in costante crescita, risultando l’attrattiva maggiore per un segmento molto particolare di viaggiatori: gli ecoturisti, che rappresentano oggi il 18 per cento circa della popolazione.

Questo significa che sempre di più i visitatori di siti archeologici e musei non incrementano semplicemente l’indotto di un territorio (attivando parte di quel terzo della spesa turistica di cui parla Symbola), ma rispettando le regole del turismo sostenibile, ne favoriscono anche uno sviluppo autentico dal punto di vista sociale e ambientale (per esempio preferendo consumare prodotti tipici e biologici o acquistando artigianato locale).

Gli archeologi saranno poi interessati anche dalle opportunità lavorative offerte proprio dal settore turistico. Non dimentichiamo che, per esempio, alcuni degli obiettivi del Piano strategico del turismo (Pst) 2017-2022 prevedono investimenti, per i prossimi cinque anni, per creare mappe digitali dei luoghi della cultura, che dovranno essere opportunamente ‘raccontati’ ai viaggiatori perché ne possano fruire. Chi se non archeologi con competenze nella comunicazione web, possono affrontare al meglio questo compito?

Opportunità per l’economia del Sud e Art bonus

Siti e musei archeologici possono, infine, rivelarsi fondamentali per il rilancio economico del Mezzogiorno: secondo i dati Symbola, le regioni del Sud, ricchissime di patrimoni archeologici e storico-artistici, sono anche quelle che traggono minor beneficio dalla cultura, con solo il 4,1 per cento di valore aggiunto, mentre le regioni centrali godono dei maggiori vantaggi.

Se da un lato progetti ad hoc potrebbero davvero fare la differenza, generando lavoro e ricavi, dall’altro lo sfruttamento maggiore di strumenti fiscali specifici, come l’Art bonus, potrebbe costituire un’opportunità unica per coinvolgere direttamente il pubblico nella tutela e valorizzazione del patrimonio archeologico ‘minore’ e generare affezione ai luoghi della cultura.

Secondo Symbola, il credito d’imposta introdotto nel 2014 avrebbe già coinvolto 5.216 mecenati che hanno finora donato 123 milioni di euro. Potrebbero però essere molti di più.

In sintesi, i numeri del rapporto Io sono cultura ci rassicurano e ci fanno pensare che una laurea in archeologia non sia poi così inutile, ma che anzi le opportunità per i nostri addetti ai lavori nei vari settori della cultura siano davvero molte e diverse. Vanno solo colte. Noi di Archeostorie ci impegneremo per raccontarvi sempre più storie di chi ci sta riuscendo.

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