Cosa insegna Peter Ucko, il fondatore, all’archeologia pubblica d’oggi

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Un figurante durante una rievocazione storica in Toscana - foto di Marco Turini

In questi anni, in Italia, sempre più archeologi dedicano sforzi ed energie alla condivisione della ricerca con i cittadini. Spesso però i risultati non corrispondono alle aspettative: sembra che persista nel nostro paese un rapporto inversamente proporzionale fra l’archeologia e l’influenza sul suo potenziale pubblico.

Non è certamente vero che in Italia mancano i comunicatori o chi conduce un’eccellente informazione.  Alcuni musei archeologici italiani stanno diventando hub di eventi e iniziative che avvicinano un pubblico molto eterogeneo. E basta monitorare il successo che alcuni programmi televisivi di divulgazione creano fra le nuove e vecchie generazioni, per capire che l’archeologia può appassionare e ispirare grandi e piccini.

Esiste tuttavia nel panorama nazionale un problema di fondo: non si è ancora individuato il ruolo dell’archeologia nella società contemporanea. La comunità dovrebbe non solo essere il suo naturale interlocutore, ma dovrebbe anche sostenerla moralmente, economicamente, e a suo modo promuoverla (ebbene sì, anche con i selfie).

In questo scenario controverso è emersa recentemente, come un raggio di sole, la public archaeology o archeologia pubblica. Si tratta di un ulteriore trend anglofono da cavalcare, o di un approccio metodologico da comprendere fino in fondo?

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Chichén Itzá, importante sito archeologico maya situato nello Yucatan (Messico), attrae ogni anno milioni di turisti da tutto il mondo – foto di Marco Turini

Archeologia pubblica come rapporto ‘alla pari’ tra archeologi e cittadini

È una disciplina che in realtà esiste da tempo in altre forme o accezioni più o meno ampie come, per esempio, la community archaeology o archeologia di comunità. Tuttavia cominciò a diffondersi come un vero e proprio ramo di studi soprattutto alla fine degli anni Novanta e in particolar modo a Londra alla UCL (University College London) grazie all’approccio rivoluzionario di innovatori come Peter Ucko, seguito a sua volta dai lavori importanti di Tim Schadla-Hall e Nick Merriman.

I suoi principi, che possono essere riassunti in maniera frettolosa con ‘i rapporti fra l’archeologia e i suoi pubblici’, abbracciano diversi ambiti di studio: l’analisi dei rapporti fra l’archeologia e la politica, la società e l’economia, la ricostruzione archeologica, la divulgazione e la ricerca sul pubblico. 

Ecco, io credo che chi oggi pratica la public archaeology in Italia, privilegia gli aspetti più comunicativi della materia, mentre sono ancora poco approfondite le implicazioni sociali ed economiche delle attività archeologiche, gli studi sui pubblici, e l’impatto con tutti gli strati della società. Si sta rischiando insomma di perdere ancora una volta quel rapporto ‘alla pari’ che Peter Ucko predicava fra i colleghi della sua generazione.

Dimentichiamo quindi per un attimo le ricostruzioni virtuali, la diffusione capillare dei social media, i grandi progetti di valorizzazione e comunicazione che stanno nascendo nel nostro settore, e andiamo a esplorare le radici di una disciplina che ha una storia ancora più affascinante delle sue molteplici applicazioni. Che cos’è la public archaeology e come è nata? E soprattutto, chi era Peter Ucko?

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L’antica via Traiana nei pressi di Egnazia (BR) – foto di Marco Turini

Peter Ucko il fondatore

Peter John Ucko (1938 – 2007) è stato un grande archeologo e antropologo inglese, di origini ebraico-tedesche. Ha diretto l’Istituto di Archeologia presso l’University College London (UCL) dal 1996 al 2005.  La sua visione dell’archeologia partiva non solo dalla società ma dalle frange meno rappresentate della stessa: un’archeologia ‘politica’ che lo ha portato a scontrarsi con gli accademici del suo tempo e difendere i diritti delle comunità indigene e del cosiddetto ‘terzo mondo’.

Certamente fu ispirato dalle idee di Vere Gordon Childe (1892-1957): suo predecessore alla UCL e conosciuto come l’archeologo ‘marxista’, fu fra i primi studiosi a introdurre il concetto di ‘cultura’ in archeologia e a contrapporlo al concetto di ‘razza’, applicando le teorie economiche nello studio della trasformazione delle società antiche.

Ma facciamo un passo indietro nella carriera di Ucko. Dal 1972 al 1981 è stato responsabile dell’Istituto australiano di studi aborigeni a Canberra, dove si è esposto in prima persona per incoraggiare la partecipazione delle comunità australiane indigene negli studi sul proprio patrimonio culturale. All’epoca i cosiddetti ‘aborigeni’ erano sistematicamente esclusi dagli studi sulla propria cultura, riservata a un ristretto gruppo di accademici che pretendevano di avere i mezzi (intellettuali e metodologici) per capirne le dinamiche storiche e sociali.

In questa istituzione, che secondo le parole di Ucko “pagava accademici bianchi per studiare i neri”, furono forti le resistenze a nominare degli studiosi nativi a capo della ricerca. Mentre Peter Ucko riaffermava che l’archeologia doveva avere un ruolo politico e sociale prima ancora che accademico.

Nascita del World Archaeological Congress

Ma la verve politica di Ucko non si fermò qui. Tornato in Inghilterra nel 1981 per insegnare archeologia presso l’Università di Southampton, divenne segretario nazionale della Union for Prehistoric and Protohistoric Sciences (IUPPS) e responsabile dell’organizzazione dell’XI congresso nel 1986. All’epoca questo era l’unico congresso archeologico di respiro mondiale. Tuttavia Ucko con grande coraggio decise di non invitare i colleghi del Sud Africa – paese investito allora dalle polemiche sull’apartheid e dal conseguente boicottaggio internazionale – per impedire che proprio le popolazioni dei territori in via di sviluppo boicottassero il congresso da cui erano stati a lungo esclusi. Un ‘razzismo all’incontrario’, il suo, che suscitò polemiche feroci sulla libertà della divulgazione e partecipazione scientifica.

Così Ucko lasciò la IUPPS e diede vita al World Archaeological Congress (WAC), focalizzato proprio sulla dimensione socio-politica della ricerca archeologica. E nonostante la condanna aperta di istituzioni influenti come la Society for American Archaeology, il WAC fu un successo, e furono particolarmente seguiti gli interventi dei rappresentanti delle popolazioni più svantaggiate.

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Sarcofago romano “Grande Ludovisi”(III secolo) conservato a palazzo Altemps a Roma, particolare – foto di Marco Turini

A UCL, nascita dell’insegnamento e del Journal

Quindi nel 1996 venne chiamato alla UCL, dove concentrò i suoi studi sul cultural heritage e sulla public archaeology, proprio nel variegato e complesso significato in cui la intendiamo oggi:

Public archaeology is all the New Territories, lying around the periphery of direct research into the remains of material culture (…) All of them are about the problems which arise when archaeology moves into the real world of economic conflicts and political struggle. In other words, they are about ethics”, come scrisse chiaramente il giornalista e accademico Neil Ascherson nell’editoriale del primo numero del Public Archaeology Journal uscito nell’anno 2000.

Il Journal fu ovviamente un’idea di Ucko. E la sua volontà di affidare a un giornalista la direzione di una rivista accademica, fu una fortunata intuizione che permise di coinvolgere alcune frange politiche e sociali tendenzialmente disinteressate ai risultati degli studi sulla public archaeology.

L’eredità di Ucko oggi

Oggi gli archeologi dovrebbero fare propria la battaglia di Peter Ucko per integrare le categorie sociali più svantaggiate, e usarla per coinvolgere i molteplici pubblici. I potenziali fruitori dell’archeologia, specie le nuove generazioni, si sentono esclusi dagli studi sul patrimonio, complici le istituzioni, le università e la mancanza di una progettualità e ricerca-azione a lungo termine.

È necessario dunque responsabilizzare la propria comunità, e comprendere che solo coinvolgendola attivamente nel processo conoscitivo potremo avere il suo sostegno. Questo non succederà solo aprendo gli scavi in occasioni particolari o potenziando la comunicazione, ma riuscendo a far comprendere come l’archeologia, e in generale la storia, possa avere una rilevanza e un significato per la società di oggi e per quella futura.

 

Per saperne di più:

Key Concepts in Public Archaeology, edited by Gabriel Moshenska, UCL press, 2017

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